lunedì 21 marzo 2011

GOCCE DI PIOGGIA A JERICOACOARA

 GOCCE DI PIOGGIA A JERICOACOARA


«Ma quanto sei strana!»
Il bronzeo addetto alla piscina irruppe da chissà quale anfratto, fiondandosi tra le sdraio e gli ombrelloni strapazzati dalla pioggia con la sfrontatezza di chi vuol battere sul tempo un sole paonazzo e pieno di voglie tanto improvvise quanto prevedibili. Poi il bay-watch prestato alla terraferma cambiò di colpo marcia e, ciondolando – caracollando – tra le pozzanghere, guadagnò il bordo-vasca col piglio di chi getta l’amo per adescare uno squalo.
L’occhio umido (non solo di pioggia) prese a dardeggiare il fluttuante contorno sinuoso che dava un senso all’asettico rettangolo d’acqua, col fermo proposito di colpire il bersaglio mobile al primo colpo.
«Solo la pioggia o la luna riescono a fare il miracolo. Solo loro riescono a farti tuffare...»
Offuscando le parole-esca e mettendo a tacere gli ultimi vagiti meteo, il sorriso (invocato) di lei fece capolino tra le increspature e il cloro, complice e promettente. Nessun indizio, niente che facesse preludere all’epilogo politicamente scorretto. Non la gimcana di labbra sulla pelle che il bagnino aveva messo in conto tra i sogni nel cassetto (insieme a qualche tuffo con la bella naiade), ma solo una risposta da brivido blu:
«Ho il cuore pieno di ceneri e di scorza di limone. Andrò solo dentro me stessa. Mi troverai sempre là...»
Scagliato il dardo al curaro sul san Sebastiano di turno (il bagnino), paga dell’effetto sorpresa, la bionda ondina riguadagnò il bordo-piscina. Salì come da videoclip la scaletta cromata, schioccò un solare ‘ciao!’ da trailer al gallo cedrone dall’ala spezzata e, sfioratane l’epidermide bronzea (di colpo sbiancata), gli lasciò – sapore di sale – il chimerico assaggio di quel suo tatuaggio sfarfalleggiante sulla pelle bagnata.
Gaia era fatta così: non solo tattoo ma anche taboo. Una vita esaltata da brevi ma intensi deliri, la magia di lunghi silenzi bruscamente interrotti da taglienti ossimori, paradossi, voli pindarici, esternazioni frappant. E se qualcuno (non pochi) sostava, rapito, davanti a quest’opera d’arte (e non da tre soldi...) – un taglio di Fontana sulla tela bianca della vita – veniva immancabilmente colpito da un’inattesa sindrome di Stendhal. 
Gaia o dell’avventura dell’esistenza, un ossimoro vivente più che un paradosso. Tutto questo si sarebbe potuto dire – a posteriori – di Gaia (anche il nome). Ma ormai il fugace biondo oggetto del desiderio era fuori campo e a Lorenzo – il terzo silenzioso incomodo (convitato di pietra, nel vero senso del termine) – non rimase che rituffarsi nelle pagine appena lambite da una di quelle piogge lampo settembrine che il Gargano riservava ai suoi ultimi ospiti.
Il turbine (anche sensoriale) era ormai passato, senza lasciare – così il buon Lorenzo pensava – tracce: lui di Gaia conosceva – e gl’importava – solo la Scienza…

Bene, questo è l’incipit del mio primo romanzo – che peraltro precede, come (immacolata) concezione – i miei due saggi sulla PNL Prendi la PNL con Spirito! e Che cos'è la PNL.  Romanzo che, senza parto cesareo…, è appena nato e che sarà battezzato il primo aprile (anche se non credo nel ‘battesimo degli infanti’ – il pedobattesimo. Ma la mia creatura è nata già adulta…). Ed è nata sotto i migliori auspici. Quando stavo già sul punto di abortirla (non perché non la volessi, anzi… Solo che non aveva madre), ecco che una scrittrice ed editor piuttosto nota (e controversa – più caustica di uno Sgarbi in pieno Fuksas) mi e-maila (pardon per la mela marcia, ma mi piace il ‘verme’):
“Straordinario romanzo-rapsodia, fervido di vita e voci, di ritmi e canti e risa, dal profumo di ingenue aurore…” (così la sua prima lettrice, colta, di lingua tagliente né dolce di sale). Dallo stile (e stiletto) unico, affilato e morbido insieme: vorticoso nel suo ritmo da derviscio tournant, vibrante di tensione e trepidazione, ossimorico nei suoi dolci contrasti, dalla “scrittura vivace, geniale, estetizzante, ma tutt'altro che décadent, capace di affratellare Policleto e i Beatles. Un ‘panta rei’ entusiastico ed entusiasmante, un fluire di sapienze ed eresie (anche la ‘rifondazione’ della Chiesa Cattolica!), dall'oscillare inarrestabile, ebbro … una scrittura da giocoliere della parola e da funambolo della nuance.”
Sì, voci e silenzi, sussurri e grida. Un romanzo ‘ebbro’, invasato. D’altronde, per dirla con Nicolás Gómez Dávila: un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo d'interesse.
La trama? Da tremare… anche remare – bassa marea: la baia danzante di una Pugnochiuso non ancora stile Bollywood, le spiagge infinite di Copacabana e Jericoacoara… Alta marea: la Manhattan ancora fumante da “Diavolo veste Prada”. Tutte legate da un filo rosso che tiene uniti passione, avventura e mistero. Un nastro sottile che, a ogni istante, rischia di essere tranciato dal filo tagliente degli eventi, ma che poi, magicamente, continua a riavvolgersi nello ‘spin’ del tempo: il ’68 dell’immaginazione al potere e del “fou rire”, gli anni ’80 dell’Italia da bere, Nietzsche e Marx che parlano insieme al bar, Beyoncé, Rhianna, Il Papa seduto al piano… Fino all’imprevedibile esito finale. Nulla si fanno mancare Lorenzo, Gaia, Arianna, Tomás, Julim, l’inquietante Galatea… Un viaggio al termine della notte, lì dove sono le sorgenti dell’alba. Notte fonda a Jericoacoara, bagliori di luce nella Grande Mela: una galassia di “particelle elementari” filanti senza direzione e senso, staccatesi da quel magma incandescente che è la vita. Ma che poi, tra Taranto, Roma e Firenze, “terza stella a destra”, cominciano a puntare dritte verso il traguardo…
Uno squarcio sulla cortina che separa il mondo reale da quello del ‘sogno’. Uno sfarfalleggiante battito d’ali che può, di tattoo in sweetest taboo, prevedibilmente trasformarsi in un concerto polifonico dagli esiti non ancora immaginabili.
Stop. Troppa carne a cuocere. Passiamo ora al dessert. Con champagne. Del resto Dalila/Orlane è spesso ospite di questo tripudio dei sensi (letterari – e oltre: il settimo senso, la settima sefira: Netzach: la Vittoria).

By Nicola Perchiazzi (moi)

 

Siamo solo noi 
  
                                                  Passano le età, e tu continui a versare, e ancora c'è spazio da riempire.
(Tagore)

Una stanza, una pipa, un’agenda e tre cervelli. L’indolenza di un venerdì-domenica. È il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e noi, tra il tabacco alla liquirizia e “L’aurora” di Mosole, ci ritroviamo a parlare di Tutto. No, non siamo cazzeggioni in procinto di esplicitare sommamente qualunquismo ideologico o perbenismo cittadino, solo cazzeggioni che si interrogano sull’essenza dell’Universo. Sul senso-non senso dell’esistenza, sulla molteplicità degli stati dell'essere e sulle innumerevoli vite nel cosmo. Non abbiamo neanche bevuto. No, nessuna canna. Sarà il tabacco speziato o l’odore di umido misto al miasma nicotinico, sarà il contrasto del sole all’esterno e del semibuio all’interno della stanza, ma è esplosa, così – senza consapevolezza iniziale alcuna – la disquisizione più illuminante degli ultimi … 150 anni (e va bé, ci toccava citarli).
Almeno, per noi. D’altronde, poi, dopo la pasta al ragù e gli involtini al sugo e un caffè sul lungomare, cosa avremmo mai potuto pensare di fare? Un giretto per negozi? Chiusi. Una partita alla Play? Già fatta. Una passeggiata in litoranea? Delirio. Ebbene no, abbiamo preferito parlare del perché esistiamo, del motivo per il quale, molto spesso, ci ritroviamo proprio dinanzi alle situazioni che più di tutte ci spaventano. E allora la domanda, quasi sempre, è “perché proprio a me?”, magari alzando gli occhi al cielo, in cerca di qualche risposta chiarificatrice.
“Perché siamo noi a sceglierlo” dice uno dei tre e, vi assicuro, non sono stata io. So cosa state pensando, il solito discorso da quattro soldi del “se vuoi, puoi”. Ma non è così, altrimenti saremmo andati a fare un giro in litoranea, no?!
“Noi scegliamo la nostra vita”. Non vuol dire semplicemente, banalmente e unicamente “homo faber fortunae suae”, ma che noi nasciamo e moriamo un’infinità di volte e, ad ogni rinascita, scegliamo chi essere.
Per questo, molto spesso, sembra che siano proprio le cose di cui abbiamo più paura a manifestarsi, oppure ci ritroviamo in situazioni che mai avremmo considerato possibili o realizzabili. Senza considerare un principio naturale, cosmico, totale e assoluto per il quale tutto quello che fai, in qualche modo, ti ritornerà. Siamo alle solite: no, nessun detto popolare. Sì, lo so che ricorda tanto “ciò che semini raccogli”, ma il senso è un tantino più ampio.
“Perdiamo la memoria umana e acquistiamo la memoria cosmica”, sicché, quando ci troviamo al cospetto di Dio, dell’Uno, del Tutto, scegliamo di diventare – nella vita che verrà – un prete, un mascalzone, un traditore o un marinaio.
Avete mai avuto la sensazione di essere naturalmente bravi in qualche attività o disciplina, pur senza averla mai praticata? Oppure che una persona appena conosciuta vi sia stranamente familiare?
La pipa, il fumo, il sole al di fuori, gli occhi negli occhi, l’Unità d’Italia, il senso del senso, il Mondo, l’uomo,l’Uomo, Dio, noi, noi, Dio, l’Universo. Facciamo parte di tutto questo, siamo gocce divine che si stagliano sempre, quotidianamente, tra il cielo e la terra, nella naturale ed innata bontà della Vita. Che è tutto. Che è bella.
Dalila Micaglio


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