sabato 17 agosto 2019

LIBRO dei LIBRI. Ex libris.



LIBRO DEI LIBRI

Ex libris

Libri ‘inchiodati’? Jamais! Books, booklets, penguin classics, livres de poche, pocket, tascabili, purché libri… (anche e-books. Ammazza… – amazon – che bibliofilo!).
Li compulsava, slinguava, odorava, sniffava e poi vi ci si tuffava. Anche a occhi chiusi. Lorenzo era uno junkie, un drogato (di fogli stampati, non di cartine), un book-addicted: aveva più d’una scimmia sulla spalla (e gli facevano pure le linguacce). A proposito, pour parler: Lorenzo, il bookworm (ma anche movieworm), fluiva in english, galleggiava in tedesco – aveva fatto uno stage nazi-runico –, dava delle belle unghiate french. E poi ogni tanto stillava, specie quando scriveva, gocce d’umor pagano dall’Olimpo e dai Sette Colli; un po’ di ‘vento divino’ dal Sinai per la par condicio e, sursum corda, sciacqui nel Gange).
   Croce e delizia. Le parole schiodate dal mio libro (sempre in attesa di pubblicazione) mi inchiodano a Lorenzo (il mio alter-ego di carta, un ‘ribelle’ sempre meno virtuale). Lui il crociato, io la pietra filosofale; loro, gli ipsissima verba, il martello: il triangolo perfetto per incidere nella realtà (e non solo per ballare sul mondo).
   Diapason, flauto, arpa, siringa… Ago che inietta vita: senza strumenti musica nuda la parola produce.
          
Fatti e misfatti. Verba volant (et volunt). Sì, il linguaggio che si fa parola, la parola che si fa atto: “nessuna cosa è dove la parola manca” – questo uno dei motti preferiti di Galatea (soffiato a Heidegger, ma da lui stillato, con ‘cura’, da ‘Das Wort’, poesia di Stefan George – lingua vergine, ‘virgo mater’ del sacro cerchio). La parola che ‘nomina’ le cose, le contrassegna, le crea. “Basta la parola…”
  Parola coessenziale all’azione. Parola in movimento, in divenire, in estasi. ‘Versi intessuti’, ‘carmi circolari’, parola in cammino. Parola ‘attiva’. Più che ‘parola’, ‘verbo’, azione che si attende una re-azione. Action now.
   Parola ‘dinamica’, scoppiettante. Parola che grida quando più tace. Parola che canta, sussurra, piange. Nella parola balugina la spiritualità dell’anima. E questa si fa corpo. Per accoppiarsi e poi scoppiare. È la parola che dà sostanza, essere, alla ‘res’. Logos lex: la parola è legge. Logos rex: la parola è re, anzi ‘regina’, e di questo ‘logos’ Galatea era diventata padrona.

‘Suona’ la parola la malvestita realtà… Parolibere ancheggianti, ossimori frenati o rutilanti, specchi autoriflettentesi, un po’ narcisi un po’ Eco. Un romanzo-carillon il mio – i fatti come lame rotanti, i pensieri come trottole vorticose, e in cima a ciascuna di esse le parole come dervisci tournants sulla capocchia di uno spillo.
   Io (il nome? Non serve), servo della parola. E Lorenzo, mio schiavo (e poi Galatea, la matrona – a seguire famuli e ancillae in ordine sparso). Romanzo à la carte: antipasto, primo e secondo della mia vita (ero alla frutta).
   Lorenzo audioslave. Gli piaceva la musica gospel, battere i chiodi col martello e parlare in lingue. Non era la prima volta che sconfinava in lande straniere…

   Verba volant (come stringhe cosmiche), scripta manent (come quark plutonici). Macchie uraniche d’inchiostro sotto vetro (il display del computer), esprit irenico, platonico, ironico, forse iranico (Zarathustra?). Particelle elementari, staccatesi da un magma incandescente e filanti senza direzione e senso. Pensieri e parole coagulatesi in stringhe cosmiche (anche comiche), corde vibranti del mio pluriverso (canone inverso): stringhe aperte sull’universo per connettere le estremità di pensieri a folle, stringhe chiuse sull’introverso per accalappiare idee occhieggianti dall’ultramondo (il mio castello interiore, l’empireo, la Sophia divina, la Scienza gaia?). Lorenzo, the fool on the hill.
   Thriller… Con quanti denti le parole mi mordevano! Ma ciò che più incidevano nel romanzo erano i silenzi: “sguardi senza patria quaggiù, silenzi più remoti dell’uranico vento…” Nondimeno, erano le parole a de-cidere, ad agire, a in-cidere sui miei sentimenti. Sono loro – verba, logoi, loghia, rhemata – a configurare e a dare espressione alla mia necessità interiore (in attesa di trasfigurarla, di trovare la mia ‘dimensione’, la mia necessità più alta – insomma, diventare ciò che sono).

Vir bonus dicendi peritus? Più che altro, sono un malato – quasi allo stadio terminale – di parole, specie di quelle fatte di silenzio (quanto al bonus ne avrei fatto volentieri a meno. Non voglio sconti, figuriamoci regali…). Parole silenti. (“Chi parla non conosce. Chi conosce non parla.” È il Tao Te Ching a dirlo). Dal sottile rumore di silenzio al rombo del tuono (il ‘ruggito’ della scrittura – e poi, come graffia…): come Ildegarda la mistica, sapevo scrutare le viscere della memoria e il ventre dell’universo. E col forcipe dello spirito avevo reciso le sbarre dell’anima. Il terribile era avvenuto.
   Thor. Parole tonanti o sussurranti, fluenti a cascata (mai stagnanti), corpose ed eteriche, arcaiche ed estatiche (extase à deux), estetizzanti, escatologiche e frivole, nouveaux o déjà vu, sempre in bilico sul borderline tra greve e sublime. Mi denotavano, connotavano, erano insieme referend e symbol, signifié e signifiant, langue e parole, “suono su una faccia, e pensiero sull’altra”. E lasciavano il segno: Guance arrossate, traccia inequivocabile di un contropelo troppo duro...” Speravo solo che incidessero nella realtà, fossero spade a doppio taglio, non solo spilli per inc… mosche (e per decenza non diciamo di più, direbbe il siculo Buttafuoco, dimentico del franco Céline).
   “La parola è un tremendo pericolo, soprattutto per chi l’adopera, ed è scritto che di ciascuna dovremo render conto.” Sì, ero un topo di biblioteca (ultima scoperta, Cristina Campo – nella mia anima, scampata agli spaventi del giorno, già da tempo albeggiavano i suoi silenzi remoti trafitti dai dardi verso il cielo); e ora, col mouse, anche scrittore (ancora in vitro, leggermente scheggiato). Echeggiante (all’inizio, boccheggiante. Nessuna Eco, solo un sottile suono di silenzio…). Un po’ randagio un po’ domestico (badante?). Eppure, voglio essere selvaggio: voglio scagliare come dardo la mia necessitante volontà e ferire l’orecchio di Dio! Voglio inferire, infierire…
(Dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?)


venerdì 9 agosto 2019

ROMA AMOR


ROMA
AMOR

Hora, dies, vita fugit, manet unica virtus. La città ferveva, il loro cuore pure. Hot. Con loro due in the sky with diamonds. Ghiaccio secco. Ice. Fuoco sacro, cuori puri, cuori sacri. L’asso nella manica. Fire… Atmosfera Iki. La musica del cuore, due cuori, una città. Arianna, Lorenzo, Roma.
     Nike. Vittoria. Redenzione dei luoghi e delle anime. “Mostrami che tu sei redento e io crederò al tuo Redentore.” Era finalmente giunto il momento di presentarLo, il Redentore. E non solo a Nietzsche, l’’anticristiano’.    
     “Tu sapessi che cosa è Roma! Tutta vizio e sole, croste e luce: un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall’esibizionismo e dalla sensualità contagiosi, che riempie le periferie... Sono perduto qui in mezzo.” Parole (corsare) di Pasolini, incartate e spedite – si era nel 1952 – all’amico Giacinto Spagnoletti, critico militante (e di pari natali di Lorenzo, in quell’anno appena svezzato. Ma ora, mezzo secolo e passa dopo, la città ‘delfina’, teoricamente di sogno, viveva ancora tra i fumi. Da un ponte all’altro. Ancora nel guado. Come da prassi. La città dei due mari, girevole ma di pietra, era in piena tempesta d’acciaio, scespiriana. Earth, wind & fire. Terra sui balconi, solitari. Vento di scirocco, tombale. Fuoco siderurgico, una bomba. Città dell’estate, dimezzata, col respiro corto, sul viale del tramonto. Bella e dannata… – e con la vela traforata di Giò Ponti a far da spartiacque. In attesa sospirosa – suspiria? – di una Taranto blessing).
     Questa (la prima) era la Roma che avevano ritrovato dopo il tour walk-and-work da globe-trotter (e la molle Tarentum? In ammollo. Eppure, il suo sol levante e i suoi tramonti d’occidente – un unicum – avevano sempre più voglia di nuovi orizzonti). L’urbe capitolina: in bilico tra capitolazione e ricapitolazione (per il momento ancora tutta lucchetti, ma anche moine e smorfiette). Tutta generazione dello scusa-ma-ti-chiamo-amore. E con un look al passo col vento (dal ponentino era passata all’’attimino’).
     Tappeto rosso, città color rosso vermiglio (città futurista, o passatista?). Arianna e Lorenzo, provocatori post-litteram, spiaggiati nell’Urbe, bagnati dalla Fontana di Trevi ma non spiazzati, avevano anche loro colto l’attimo, quello senza diminutivo (il Kairòs). Il carpe diem avrebbe scandito i dies corporis, i giorni del corpo. Corpo, anima e spirito finalmente, e definitivamente, in sintonia: tripudio della vita, ripudio della morte.
    “Coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri, case, vicoli e palazzi…” Ora non avevano più scusanti. Dovevano agire. Senza aspettare il domani (il daimon era lì, qui e ora). E infatti, quanto all’hic et nunc, trascurarono sightseeing e shopping alle soglie del week-end per prepararsi a puntino per l’incontro (solo una puntatina serale ad Ariccia per della porchetta rimpolpante e del Frascati light – alla faccia del classico digiuno preparatorio: ed era pure venerdì).
     Quanto alla sensualità, era ancora martedì grasso. La Pentecoste, a un dipresso. Una toccatina e fuga, lo start al tocco (l’una in punto) a base di tartine e più d’un goccio fluidificante di frizzantino (rosè salentino per giunta), per poi catapultarsi ben torniti in Piazza San Pietro. Non senza, però, aver prima vissuto – dopo lo shock-stendhal di fronte al Borromini di Sant’Ivo alla Sapienza e di San Carlino alle Quattro Fontane (che pure conoscevano bene) – la notte trasteverina al ponentino. Saturday night fever, tutta musica e accenni di danza: l’eterno ritorno, sia pur dissonante, alle caves fiorentine degli anni ’70 e alla Pugnochiuso anni ’80 e passa (sempre sul chi vive).

     ”In una città di due milioni e mezzo di scheletri, la presenza di qualche migliaia di viventi passa inosservata.” Frenesia flaccida d’inconsapevole mestizia. Ebbrezza da vino di buon mosto. Già acqua, trasformatasi in vin rouge ai primi sentori di una presenza vicina (Quo vadis? Maranathà!). Roma rosso-trevi, rubiconda di vernice e di mestruazioni. Urbe gioconda, ancora faconda di emozioni (e di nuovi figli). Complice. Sfuggente (tocco fuggitivo alla Cecchini e rintocchi stonati di aromatici Toscani).
     Sei venuto per mescere il mio vino? Ma il vino con cui mi ubriaco è invisibile.” Sapori forti sempre più dolci. Rosso Valentino versus Dolce & Gabbana. Fritto misto alla frutta. Grey’s Anatomy. Mistica est-ovest alla Rumi. Eppure, dietro a quelle poche migliaia di persone vive ce n’erano miriadi in attesa. Morte, dormienti, appisolate, in fase di risveglio… E l’aspettativa non sarebbe andata delusa. Nessun trattamento di fine rapporto.
(Dal mio romanzo Gocce di pioggia a Jericoacoara)