venerdì 24 gennaio 2020

DE ARCHITECTURA


DE ARCHITECTURA

”La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini: il mondo non la riceverà in altra maniera. C’è una rigenerazione e un’immagine di rigenerazione. Ed è veramente necessario che si sia rigenerati attraverso l’immagine…” (dal Vangelo di Filippo – apocrifo)
“Gesù disse loro: Quando farete di due uno e quando farete che l’interiore sia come l’esteriore e l’esteriore come l’interiore, e ciò che sta sopra come ciò che sta sotto, e quando farete che maschio e femmina siano una sola cosa, così che il maschio non sarà maschio e la femmina non sarà femmina, e farete che occhi siano al posto di un occhio, e una mano al posto di una mano, e un piede al posto di un piede, e un’immagine al posto di un’immagine, allora entrerete nel Regno.(dal Vngelo di Tommaso – apocrifo)
Verità, simboli, immagini… L’architettura è la ‘materializzazione’ (tekton) del ‘principio’ (arké), è il ‘rivestimento’ dell’’idea’ (la verità). E come si sa, l’abito non serve solo a proteggere dal freddo, ma è anche ‘esibizione’ di sé… È quindi naturale (è nella natura delle cose) che, a fronte di tanta architettura (o solo ‘edilizia’) ‘organica’ o comunque ‘eteroreferenziale, ci siano architetture autoreferenziali, egomaniache, de-contestualizzate, sempre diverse le une dalle altre ma tutte eguali nell’impossibilità di poter trovare un criterio di giudizio se non di tipo esclusivamente individuale” (Pietro Pagliardini – in “La crisi dell’archistar”, su Architettura Moderna).
Architettura ‘bella’, architettura ‘brutta’? È nella natura delle cose… Il problema è che, mentre un vestito lo si può togliere o eliminare tout-court, l’architettura ha anche, e soprattutto, un corpo e l’eliminazione del suo ‘vestito’ quasi sempre non risolve il problema: l’impatto visivo e la risonanza di un ‘fatto’ di architettura ‘disturbante’ può avere effetti, non solo sul singolo passante o utente, ma anche, e soprattutto, sull’immagine e sull’idea di città; e il genius loci, sempre in allerta, può reagire rigettandola (a livello subliminale probabilmente ciò può incidere negativamente in chi frequenta certi luoghi, sommandosi così al ‘disturbo’ percettivo e ‘somatizzandolo’). L’unico fatto positivo, sempre alla Kevin Lynch, è che un’architettura ‘esibizionista’ può fungere da riferimento e orientamento, essendo un oggetto dello spazio velocemente identificabile anche a distanza.
Fatto è che l’architettura è soggetta anch’essa all’unità triadica, e per questo conflittuale, tra Io, Super-Io ed Es, ossia tra continuità e discontinuità nel tempo e nello spazio (integrazione o dis-integrazione nel tessuto urbano), con l’Io che dovrebbe fungere da ars combinatoria, nel tentativo di contemperare la ‘fuga da’ (fuga dalla ‘storia’, dalla ‘tradizione’, dall’’usuale’, ecc.) con l’’accanto a’ (contestualizzazione, integrazione) e il verso (il futuro).
Diceva Pierluigi Nicolin (in Lotus 1984/2): “L’architettura contemporanea va alla ricerca della figurazione in aperta polemica con l’astrattismo degli anni passati; ma questo avviene in quella circostanza che Lyotard ha chiamato la fine delle grandi narrazioni. Per l’architettura si verifica un’altra più specifica circostanza, che possiamo chiamare la fine della progettazione per modelli (nozione spesso confusa con quella della tipologia). Una fine confermata anche dai progetti di architetti che per essere legati a questo concetto sono costretti dai fatti a realizzare i loro edifici come unità infrante …”
Firmitas, utilitas, venustas, propinquitas… Fine dei ‘modelli’, destandardizzazione, unità infrante.
La casa romana fu l’esito di complesse sedimentazioni e di ri-definizione o ri-orientamento del significato stesso di ‘abitazione’. Ulteriori sedimentazioni e articolazioni hanno attraversato tutta l’architettura fino a oggi, in un connubio, non sempre felice ma comunque vitale, tra mythos e logos (il mito tace, il logos parla). Parole e silenzi, idee senza parole… Il mito è il ‘vivaio’ delle idee d’architettura, in quanto racconta sempre la stessa cosa – essendo la matrice di ogni forma culturale e simbolica, con forte valenza estetica – ma in modo sempre diverso. Il logos, logos endiathetos –discorso interiore – e logos prophorikos, è il tentativo dell’idea di farsi ‘fatto’, ‘evento’ ‘avvenimento’.  Il mito è il ‘silenzio’ dell’architetto che, nel farsi parola, provoca la ‘scintilla’ (il  ‘fiat lux’/Big Bang) che muta il Caos in Cosmos (il caos – nel ‘cuore’ dell’architetto – partorisce la stella danzante). Ma sempre più spesso si sentono balbettii, o urla…
Cade il ‘grande stile’, o lo stile tout-court basato sulla concinnitas (armonia, simmetria, equilibrio, eleganza, bellezza, proporzione). E si batte la via della ‘dissoluzione della totalità’ e della sua ricostruzione ‘soggettiva’, caotica, disorganica (pur con la pretesa di puntare a un presunto organicismo, ossimoricamente disorganico, della natura): ciò può partorire il ‘monstrum’ (nel senso, latino, di prodigio – i non molti capolavori in circolazione – o, forse più spesso, di mostro vero e proprio, nel senso comune del termine).
Ma perché tanti monstra? Dimostrazione di bravura o desiderio di migliorare il mondo? Esibizionismo dal basso o lo Zarathustra che scende dal mondo a portare i suoi doni? Più che altro, il desiderio dell’architetto contemporaneo di abbracciare anche nel più breve brano la totalità del mondo. Se la sintesi medioevale lasciava spazio alla differenziazione (il tutto nel frammento) e la modernità assumeva la totalità indifferenziata, riflessa nel progressivo depauperamento e sradicamento dell'individuo (la sua dis-animazione), mentre il post-modern tutto dissolveva (e continua a dissolvere), in una tiepida liquidità scongelante, il nostro tempo (post-liquido? sublimato?) cerca una nuova solidità ‘sublime’ in costruzioni sempre più decostruite, in un funambolico vorticoso tentativo di ri-creare un nuovo ordine (s)oggettivo, frantumando così l’idea progettuale in un fantomatico (fantasmatico, talvolta fantastico) flusso di segmenti di realtà. In una società (post)liquida come la nostra l’architettura rischia, dunque, di perdere la sua ‘solidità’, senza per questo ‘sublimarsi’. Per dirla alla Spengler: idee senza parole è l’unica cosa che garantisce la solidità dell’avvenire”.
Educare l’uomo è impedirgli la “libera espressione della sua personalità” reagisce Nicolás Gómez Dávila, dall’alto della sua turris eburnea. Nondimeno, ‘incatenando’ l’architetto, ‘educandolo’, si avranno città forse vivibili, ma senza respiro ‘sacro’. E io – e qui sto con Dávilarespiro male in un mondo non attraversato da ombre sacre…
(Tratto da un mio vecchio contributo su una rivista d'Architettura).




mercoledì 22 gennaio 2020

FRANKIE GOES TO HOLY WOOD (In the sky with diamonds)


FRANKIE GOES TO HOLY WOOD
(In the sky with diamonds)
(cover)

Oggi mi piace recuperare un mio vecchio post in memoria di un collega d’ufficio, dalla vita travagliata, ma con sprazzi di sublime poesia e spiritualità. Fu lui che un giorno mi risvegliò da un sonno spirituale – eppure mi sembrava d’essere “sveglio” (ero su altri lidi spirituali: ne ho attraversati diversi), quando – mentre ero lì a esaltare un libro di spiritualità orientale, dicendogli pure: Altro che la Bibbia… (che lui vantava) – mi rispose: Ma tu l’hai mai letta la Bibbia, la conosci? E lì mi colse in fallo (come quelli che parlano male di un film senz’averlo mai visto). Fu un anticipo del mio “risveglio”, avvenuto poi, in modo palese, un paio d’anni dopo (nel 1991).
Ma ecco il mio post ad memoriam.
In memoria di un poeta. Un poeta absconditus, un cordon bleu dell’ars verbalia (pardon per lazzardo). Verba volant, ma lui, Francesco (Paco ai tempi d’oro, quando duettavamo verbis et orbis, tra l’ispanico e il teutonico, le nostre due nature), è sì volato in the sky with diamonds, ma qualche perla l’ha lasciata… (e l’ha pure lanciata). Francesco Fumarola, crispianese nato a Firenze, un po’ milanese, come tanti tarantini (a partire dal Raffaele Carrieri di “Se qualche poco di luce da lontano mi viene, è da te Jonio gentile, che le muse riconduci ai lidi degli Dei: fra l’uva e l’uliva Eros ancora versa vino agile e resina…”).
Autodidatta puro (quando più mi sento spirituale tanto più la carne brucia, amava dire), fu il mio primo mentore spirituale nel mio ritorno al cristianesimo (dopo un ‘viaggio’ a oriente, che comunque mi ha lasciato i suoi aromi speziati). ”Fuori delle mura delle città grigie camminiamo in bosco e in campagna; chi vuole vada alla malora – noi ci incamminiamo attraverso il mondo…” “Meglio il bosco che l’asfissia civile, meglio la battaglia che una pace da salotto” potevano ben essere i suoi motti, la sua ‘cifra’ profetica. Nondimeno, nemo propheta in patria: così fu per lui, vox clamans in deserto. E se non mi ha spianato la strada (non pretendo tanto…), di certo il mio spirito grezzo l’ha certo sgrossato… Alchimista delle parole e del pensiero, rhema e logos, talvolta logorroico, spesso illogico, poeta sempre, in tutti i luoghi e laghi…    
Suona la diana, corre la parola, e anch’io m’immergo nel Silenzio. Logos endiathos e logos prophorikos. “… è un ‘andare incontro alla luce’, è via che conduce verso l’alto, che porta l’uomo alla sapienza mediante una ‘visione’ diretta, una contemplazione…” Questo – cito dal ‘Viso verde’, di Meyrink – il senso, il ‘suono’, della sua parola interiore. Parola che lo ha proiettato in Alto: verbo sublime. Francesco è andato oltre, ha rotto, con la vibrazione giusta, con la frequenza shock, il soffitto di cristallo che ci separa dal Trascendente, dal Divino, dallo Spirito (per noi la barriera era ‘trasparente’, per la gente ‘comune’ – le persone ‘volgari’, fossero almeno brut… – è un solaio di cemento armato). Lui che andava alla radice, al suono della parola, lì dove c’è il suo senso profondo, l’essenza della cosa significata.
Di Francesco resta molto: di lui quasi niente (per il momento) per la planitude, ma da lui, il ‘celato’ (al mondo, e nell’ufficio in cui entrambi lavoravamo) è sortito il non-celato, quell’aletheia (verità) che illumina il sentiero di chi Francesco l’ha compreso (Ronnie Laing ne avrebbe fatto un suo ‘case study’: sì, Francesco/Paco, il borderline, sulla linea di confine 
l’’altro’, l’’oltre’, l’’ultrà’ del pensiero e del non-pensiero, oscillante tra ‘Paco’ Garcia Lorca e Paco Rabanne..).
Il deserto cresce, ma qualche radura, tra sentieri interrotti, pure c’è! E ora che è volato, give Paco a chance…
A proposito, anch’io gli ridò un’opportunità: quella di riascoltare due sue poesie (flos de floribus)
L’ANCESTRALE SASSOFONO
Lungo i raggi obliqui di una magica luna
e su fluttuanti note di un ancestrale sassofono
io m’oblio incantato in estasianti emozioni
nell’arcana alcova di una notte cosmica!
(fatal combinazione: su YouTube, nella playlist random, vibra il sax di Marion Meadows)
SE LA VITA È AMORE
E un vento nasce,
e un vento muore,
e poi rinasce.
E come vento alitoso,
la vita corre, corre, corre…
come treno nella notte,
vuoto e solo, perché non tocca
le proprie stazioni.
Ma se la vita è Amore,
dopo incrollabili paure
Amore diventa straripante fiume,
che  tutto tocca, tutto plasma,
tutto trasforma, tutto eleva.
… E un sole nasce,
e un sole muore, e poi rinasce.
Ma tu sei vivo! Francesco (almeno nella mia memoria).



domenica 19 gennaio 2020

LA CITTÀ RESILIENTE


LA CITTÀ RESILIENTE

In un recente passato, ahimè ancora presente, il ruolo cruciale nella crescita economica-sociale delle città, spesso in antitesi alla loro vocazione originaria, lo hanno avuto le industrie siderurgiche, caratterizzate dall’uso massiccio di combustibili ad alto impatto ambientale. Di pari passo, le pubbliche amministrazioni si sono focalizzate eccessivamente su logiche di efficienza di breve periodo, compromettendo la sostenibilità futura.
Oggi, rivedendo e correggendo il target e le performance, e quindi le politiche e i piani d’intervento – grazie a un’azione collettiva, partecipata e condivisa (Greta docet), nelle sue varie fasi (conoscitiva, programmatica e progettuale) – si torna a parlare di Urbanistica, non solo in termini di conoscenza e consapevolezza dei luoghi, ma anche di correlazione tra i vari stakeholder interessati al “fare città”: d’altronde, molti studi di settore confermano che le politiche e i piani di rigenerazione non partecipati rischiano di mancare i loro obiettivi.
Per questi motivi, la progettazione partecipata è tornata a essere nuovamente in auge, dopo un lungo periodo di stasi (più stand-by passivo che epochè riflessiva): le esperienze americane e nord-europee di community-based planning e di advocacy planning, ossia di forme di urbanistica con finalità sociali, adattate al nostro contesto, non solo hanno prodotto, e producono, buone pratiche nell’ambito della governance, ma favoriscono nuove e interessanti occasioni di lavoro per professionisti e imprenditori.
L’approccio teorico-operativo deve essere, quindi, del tipo misto (top-down e bottom-up), nel quale al centro è la comunità, con i suoi bisogni e sogni. Punti qualificanti: la ricerca di coesione sociale, politiche a sostegno dei gruppi e delle aree più deboli ed emarginate e riconoscimento del valore della qualità architettonica e urbana – non solo dei “pieni” e delle “emergenze”, ma anche dei “vuoti” (gli spazi pubblici e le aree verdi come elementi vitali e qualificanti della città).

Si giunge, pertanto, al concetto (e realtà) di resilient city (“città resiliente”), cioè di un sistema urbano che si modifica grazie a risposte sociali, economiche e ambientali nuove, che le permettono di resistere, nel lungo periodo, alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia. La resilient city non si adegua semplicemente, ma cambia: sua connotazione è la capacità di mitigare e superare le problematiche, conservando la sua struttura e la funzionalità di base; ma anche di cambiare, pur mantenendo la sua identità.
Essendo la resilienza la capacità di un sistema socio-ecologico di cambiare continuamente e di adattarsi alle situazioni contingenti, rimanendo tuttavia entro le soglie critiche, essa è, quindi, oggi, una componente necessaria per lo sviluppo sostenibile, in quanto opera anche sui modelli organizzativi e gestionali  dei  sistemi  urbani: una città sostenibile è, quindi, una città resiliente.

In base a queste premesse, gli interventi ecocompatibili, nell’ambito di un’economia circolare, volti alla riqualificazione sostenibile, dovranno confrontarsi con le seguenti questioni:
·      Inquinamento: cercando di ridurre al minimo emissioni nocive, polveri e rifiuti.
·      Consumo di risorse naturali: riducendo i consumi di elettricità e riscaldamento.
·      Salute: riguardo alle costruzioni, utilizzando materiali ecologici e non tossici.
·      Biodiversità: salvaguardando e proteggendo la flora e la fauna esistenti (ed eventualmente, introducendone ulteriori elementi).
·      Verde pubblico: inserimento di zone verdi – come parchi, riserve e giardini – da collegarsi, attraverso “vie verdi”, alla città (progettando un’infrastruttura verde che colleghi gli elementi naturali, già esistenti o da creare; promuovendo la realizzazione di giardini pubblici, viali alberati, piccoli spazi verdi nelle corti interne ai palazzi). In aggiunta, interventi su piccola scala, come il “verde verticale”, i tetti verdi (un green roof può rimuovere la materia particolata e gli inquinanti gassosi, come ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e ozono), le cisterne di raccolta delle acque e i raingardens. In particolare, questi “giardini della pioggia” – delle leggere depressioni del suolo ricoperte a verde, simili a delle aiuole – servono a controllare le quantità d’acqua piovana provenienti dai tetti degli edifici, dalle sedi stradali e dalle grandi aree pavimentate, permettendo il filtraggio e la depurazione naturale dell’acqua raccolta e il rallentamento nell’afflusso alle falde acquifere e ai corsi d’acqua.
·      Strutture info-educative: create appositamente per l’educazione e l’intrattenimento dei cittadini, come incubatori, biblioteche, campus, centri ricerca, di intrattenimento ecc.
·      Mobilità: sistema della mobilità che prevede la separazione del traffico veicolare da quello pedonale, oltre a un sistema di trasporto pubblico efficiente collegato alla rete di autobus e treni locali. Tappetini stradali e pavimentazioni che consentano il drenaggio dell’acqua piovana e il suo recupero con un sistema che funzioni per infiltrazione attraverso la vegetazione e il suolo, tramite tubi, fossati, bacini di detenzione – disposti come fossero bacini naturali – e serbatoi che favoriscano il riutilizzo dell’acqua piovana per la coltivazione e il giardinaggio.
·      Water squares: in apparenza dei semplici spazi pubblici multifunzionali (posizionati in luoghi strategici), i quali, però, nel caso di forti piogge, si trasformano, parzialmente, in bacini di raccolta e stoccaggio delle acque piovane, così da alleggerire la pressione sull’impianto fognario, con la possibilità di riutilizzo delle stesse nei momenti di maggiore siccità e stress idrico. Le water squares si presentano, quindi, come delle aree per il gioco e il relax: nella maggior parte del tempo asciutte e utilizzabili come qualsiasi altro spazio pubblico, e solo saltuariamente – in base all’intensità piovana –ò più o meno allagate (durante le piogge di lieve e media intensità l’acqua sarà semplicemente filtrata e immagazzinata in bacini di stoccaggio nascosti, così da poter essere riutilizzata in futuro; in caso di forti precipitazioni, la piazza, allagandosi, diventerà un vero e proprio piccolo laghetto artificiale).

·      Produzione energia: l’obiettivo di produrre energia elettrica in maniera pulita, utilizzando una risorsa praticamente illimitata ed a costo quasi nullo: il passaggio di autoveicoli. L’idea di fondo è infatti quella di utilizzare l’energia cinetica prodotta dal passaggio di autoveicoli per produrre energia elettrica, sfruttando appositi sistemi di conversioni posti sull’asfalto a tale scopo. Tale idea è già divenuta realtà Tali sistemi di conversione consentono quindi di trasformare l’energia cinetica che si genera in un’equivalente elettrico, potendo di fatto sia immagazzinare tale energia sia utilizzarla nell’immediato. È sistema che potrebbe ridurre sensibilmente, se non annullare, le spese per l’illuminazione pubblica, abbassando inoltre i costi per la gestione di ulteriori servizi che necessitano di energia elettrica, potendo produrla praticamente a costo zero.


    N.B. Tratto da un documento trasmesso dalla sez. INBAR di Taranto (elaborato, riguardo alla parte qui pubblicata, dal sottoscritto).