venerdì 18 agosto 2017

POST-IT


POST-IT

Ecco alcune “minima moralia” tratte dai miei ultimi post su Facebook (quelli a partire da Ferragosto, non tutti). Vi rimando alla loro lettura su Facebook. Like o don’t like…

C’è ancora vita sulla terra?

La conoscenza costa, l’ignoranza è gratis (ma ti costa...).

Continua a sognare, malgré tout...

Che stress... Che stress di giorno (ma la notte no!).

Piccole donne crescono... Malala, un’eroina, malgré Brecht.

Che l’ILVA – o Italsider che (non) si voglia – fosse la più grossa calamità cascata a Taranto dalla notte dei tempi, lo sapevo, pienamente, sin dal 1969, quando ritornavo a Taranto da Pisa (ho fatto lì i miei primi due anni di università) e già allora mi accoglievano smog, puzza e aria pesante – e la strage faceva i primi timidi passi (ora è al galoppo).
Poi, nei primi anni ‘70 all’università di Bari il professore di Urbanistica ci diceva che i fumi velenosi dell’Italsider non incombevano solo sui Tamburi, ma, ancor più, sulla Salinella e che, in ogni caso, tutta larea(e aria) era ad altissimo rischio, anzi di più... Il seguito lo sappiamo (non in molti: parecchi sono i ce me ne futt’ a mme, i durm durm e gli utili idioti).
Ma noi dobbiamo dobbiamo reagire e rivoltarci: dobbiamo essere più forti della morte  imposta.
Morte, dovè il tuo pungiglione? (san Paolo). Da oggi, troviamo il modo comunque sia, dobbiamo ricominciare a vivere, anche intellettualmente, emozionalmente, spiritualmente e operativamente. Sursum corda e... giù giù lIlva con tutti i Filistei (e filibustieri)!

Si è uomini, donne, farfalle. Ci sono anche i farfalloni e le iene...

«Segui la tua beatitudine.» (Joseph Campbell). «Se segui la tua stella, non fallirai a glorioso porto.» (Dante Alighieri). In ogni caso, inizia. Start... up: «... viandante, non c’è cammino, si fa il cammino camminando.» (Antonio Machado).

Vision, mission, fusion... (fusione con l'obiettivo vs confusione e fissazione...).

Ma quante persone riescono a rimanere sole con se stesse? Oppure, in silenzio o da sole senza andare in panico? Le vacanze interiori sono il top (ma anche quelle “fuori” non sono male...).

Legami. Da lasciare o da sciogliere. «Un tempo per gettare le pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.» (Qoèlet o Ecclesiaste, nell’Antico Testamento).

Dubita, ma apriti al credere... «Se io credo… io so!» (Jung).

Finché non salti nel cerchio... rimarrai sempre fuori ad osservarlo!!!

Taranto ha la sindrome di Cotard... Ecco perché non reagisce! Allora bisogna provvedere subito: informarsi sui rimedi, cercare le soluzioni, richiamare i tanti giovani (e non solo) che vivono all'estero, o in altre parti d’Italia, spesso in posti di rilievo, e portarli al capezzale della città morente... «Ma Taranto non se accorge, non reagisce. È tipico della sindrome di Cotard. Taranto perde i trasporti, sempre meno treni, niente aerei, niente porto turistico. In altre città questo avrebbe portato proteste, scioperi, barricate. Qui no, la sindrome non lo prevede. In verità qualcuno protesta, è vero, ma sono pochi cittadini, paragonabili a poche cellule neuronali che agiscono quasi per un riflesso incondizionato in un organismo malato ...»

Revisionismo storico: psicologo passa un intero pomeriggio con i suoi 5 figli e rivaluta le cinghiate sul culo.

Sogna (visualizza), focalizza e agisci! Earth, Wind & Fire... “Build your own dreams, or someone else will hire you to build theirs.” (Farrah Gray).

venerdì 21 luglio 2017

TRA CERCATORI DI VERITÀ E CERCATORI DI FAMA (remix)



TRA CERCATORI DI VERITÀ 
 E CERCATORI DI FAMA
(remix)

FUMUS
Cerchi di fumo, fiumi di parole, assenzio a cascate, assenza di senso… 
Giorni di fame, senza fama, nessuna femme fatale...

HUMUS
Queste giornate d’afa e d’afasia, tra fasi lunari (quelli del Berluska mutante – già in mutande) e solstizio in pieno armistizio – il Monti-python tra l’ipnotico e l’apneico – promettono, se non l’alba dorata, almeno un tramonto lento. 
Slow Time: DA DOMANI VOGLIO FARE A MODO MIO…

FLAVOUR
Fare ‘a modo’ non significa non seguire le regole: tutt’altro, significa scegliere consapevolmente cosa fare.
Significa tra-sformare il proprio dis-agio in agio. E per fare questo occorre uscire dalla propria “zona d’agio”… (la comfort zone): schizzare fuori quasi fosse "zona d'aglio"...
Significa non essere più agitati, schizzati, insofferenti come tanti cani alle prese con pulci, zecche e moscerini da nulla (e io apprezzo i cani: vai al mio post precedente):
“Credo che ‘disagio’ sia la parola chiave. Nei nostri anni ogni normale sottozero invernale diventa ‘gelo polare’ e ogni normale canicola estiva diventa ‘caldo record’… Se ogni disagio diventa ‘emergenza’, ogni stato di malessere diventa ‘malattia’.”
(Michele Serra)

HUMOUR
"E poi c’è l’uomo ‘normale’: “aspirato dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dai suoi desideri, dalle sue sensazioni, dalla bistecca che mangia, dalla sigaretta che fuma, dall’amore che fa, dal bel tempo, dalla pioggia, dall’albero vicino, dalla vettura che passa...”
Questo è l’uomo ‘robot’ (ne parla Gurdjieff, ma un po’ tutti ne aspiriamo qualcosa…). E che dire dei tanti pseudo-manager fuma-fuma (anche solo mamme o babbi che portano il pargoletto a scuola) che impazzano per le strade sgommando come folli su SUV ingrifati, quasi dovessero correre a chissà quale appuntamento ‘capitale’. Alla fin fine tutti stressati (e non sto parlando dello stress positivo – l’eustress – quello del primo bacio o della discesa su una pista di sci, e sei uno sciatore provetto, ma del distress: quello che ti logora la vita, ti avvelena l’anima e ti può condurre sul baratro).   
Insomma, da una parte l’uomo robotico (moscio o agitato), dall’altra l’uomo comatoso. Sì, lo so, certe cose ci sono sempre state (è nella natura dell’uomo: un po’ in cielo un po’ a terra…), ma il tam tam dei mass-media – puoi avere tutto subito (dal fast food al prestito su misura, fino al fast love) e devi essere ‘così’ (tacco dodici o rasoterra, tutta-tette o filiforme, grasso è bello…) – ha creato l’era dell’ansia: un continuo mordi e fuggi alla ricerca di una soddisfazione effimera e un susseguirsi di copia-e-incolla di modelli mass-mediatici belli ma impossibili.     
Dall’eccesso d’informazione all’eccesso di attenzione: si è passati dall’epoca delle ‘grandi narrazioni’ a quella del gossip. Basta cliccare e hai tutto in un attimo: qui le ultime news dalla Kamchatka, lì un contatto face to face con il tuo compagno di banco affacciato su Facebook. Ottimo, pure indispensabile, ma con questo volere tutto, poco, maledetto e subito, abbiamo disimparato, non solo a fare i calcoli a mente, ma a sbrogliarcela con le minime difficoltà quotidiane. Un piccolo intoppo e… il mondo ci crolla addosso. Vediamo subito la montagna nella sua immensità: abbiamo perso la capacità di riflettere, fermarci un attimo e scomporre il problema nelle sue componenti più piccole, ognuna facilmente risolvibile, oppure aggirarlo con uno stratagemma. Allora, perché non seguire l’esempio dei cinesi? Se noi vediamo una lunga distanza nella sua interezza (il che ci spaventa), loro, da sempre, sanno che mille miglia cominciano con un solo passo.”
(dal mio Che cos’è la PNL – Sovera).

RUMOUR
A proposito di passi: un altro step sul cammino della fama. Ci voleva, con questo caldo… Uno scossone per il mio ego-drive: anzitutto una recensione di Raffaele Ciruolo sul mio saggio sulla PNL appena menzionato (langolodelpersonalcoaching.blogspot.com/) e poi, surprise, la segnalazione del mio post Doc Whisperer come miglior blog-post da parte di un noto sito di architettura http://www.architetto.info/bestblog.html (a proposito va’ a rileggerti i miei vecchi post su archistar & co).
E per ricaricarmi ancora, ho appena riletto Incontri con uomini straordinari di Gurdjieff…
Bene, visto che mi sono appena ricaricato – anche perché proprio ieri a una conferenza ho incontrato un uomo, se non straordinario, molto noto in ambito mass-mediatico: dopo la premiazione per la sua opera prima, ho avuto occasione di donargli il mio “Gocce di pioggia a Jericoacoara” – e visto che anch'io sono un cercatore di verità – termino con alcune stille del mio romanzo magical mystery tour.

Sì, letture pregnanti e imbarazzanti: i due termini, che come allegri frugoli si rincorrevano nella mente, gli piacevano proprio. Gli facevano balenare, all’inglese e all’ispanica, l’immagine di una donna incinta: in fine dei conti, la lettura non era un voler ingravidare una mente sterile? Non era gettar semi su un terreno arido e incolto?
Un po’ cade lungo la strada, e gli uccelli se lo mangiano, un po’ si disperde sulla roccia, un po’ s’intrappola tra le spine, una parte cade sulla buona terra...
La passione per la lettura e i suoi semi! Per loro Lorenzo, spesso, troppo spesso – umano, troppo (poco) umano –, aveva dimenticato, tralasciato, lasciato cadere, cose altrettanto o (come avrebbe di lì a poco scoperto – o ri-scoperto) più importanti: parlare d’amore, farsi titillare il cuore (e tutti i sensi) dalle sue lusinghe (lasciando pure che le sue spine lo pungessero), dare qualcosa di se stesso all’universo femminile. Che pure gli piaceva tanto: in primis, la sua unica Arianna (nel senso di unicum: amara, amarcord…). Anche il solo sorriderle al mattino.
Ma spesso, troppo spesso, non era riuscito a trovare la forza, il tempo, la voglia (o chissà che altro), di parlare, di corrispondere agli amorosi sensi, d’illuminare di sole le lunghe notti d’inverno coniugale.
Inverni freddi, bui, senza fine, in attesa di un September morn. E settembre era finalmente lì, pronto a offrirsi, ma nell’animo di Lorenzo l’inverno continuava ancora a mietere vittime – questa sensazione, di falcidie interiore, di una Stalingrado dell’anima, l’aveva accompagnato fino a sole ventiquattrore prima. E poi il (femme) fatale incontro… E la bolla nera aveva cominciato a sgonfiarsi (ma non era scoppiata). E sì che nelle ultime settimane aveva tentato, vanamente (vanitas vanitatum), di ricorrere a vari meccanismi di difesa per rendere tollerabili quei momenti così duri; ma, quanto più tentava di allontanarli, tanto più alimentava la sua nevrosi – una riprova dell’accordo tra la psicologia sufi e quella contemporanea (a Lorenzo le pile della Kultur non erano mai scariche).    
Aveva cercato – ma sapeva bene che il suo era solo un patetico bluff (era a conoscenza di ogni cosa, o quasi) – di autoconvincersi che gl’incontri di Arianna fossero stati solo giochi innocenti, discorsi al caffè per sentirsi più grande, o per restare un po’ garçonne. Più spesso, però, aveva visualizzato i fatti nella loro nuda rude crudezza (e concretezza).
E il futuro? Cul de sac. Per chiudere il cerchio, un soprassalto sufi (con un tocco di vipassana: Lorenzo era ‘ballerino’): mai anticipare, con l’immaginazione, un futuro negativo; piuttosto, vivere l’attimo. E soprattutto, mai posticipare il passato negativo!
Il passato: double face. Pagine bianche, ingiallite, scritte su pergamena. Pagine e pagine. Lui, sempre perso tra le segrete dei libri. E i loro segreti (in seguito, anche Victoria’s secret). Libri ‘inchiodati’? Jamais! Books, booklets, penguin classics, livres de poche, pocket, tascabili, purché libri… (anche e-books. Ammazza… – amazon – che bibliofilo!) Li compulsava, slinguava, odorava, sniffava e poi vi ci si tuffava. Anche a occhi chiusi. Lorenzo era uno junkie, un drogato (di fogli stampati, non di cartine), un book-addicted: aveva più d’una scimmia sulla spalla (e gli facevano pure le linguacce). A proposito, pour parler: Lorenzo, il bookworm (ma anche movieworm), mai verminoso, però, fluiva in english, galleggiava in tedesco – aveva fatto uno stage nazi-runico –, dava delle belle unghiate french. E poi ogni tanto stillava, specie quando scriveva, gocce d’umor pagano dall’Olimpo e dai Sette Colli; un po’ di ‘vento divino’ dal Sinai per la par condicio e, sursum corda, sciacqui nel Gange.
Vagabondaggi intellettuali, intra ed extra-moenia (ultimamente, sempre più spesso, sconfinamenti internettiani – anche se il computer non tanto se lo filava), alla ricerca di quella rara, ricercata, emozione chiamata bellezza. Così, senza un perché (la bellezza, ma anche, talvolta, le sue incursioni libresche: entrambi, incursioni barbariche). Forse un tentativo per ‘confondere’ la tristezza, quel ‘demone’ – la malinconia (tra la planet melancholia di Lars von Trier e la melancholia ermetica di Dürer) – che di tanto in tanto faceva capolino dalle sue segrete e batteva cassa.
E la si leggeva sul viso. Cash. Quella tristezza che c’invade quando sperimentiamo – è George Steiner a ricordarcelo, mica uno qualsiasi – “le correlazioni fallite tra pensiero e sua realizzazione.” E lui spesso aveva toppato, anche quando era a un passo dal traguardo. Uno stop a un passo dal top. Né top gun, né top model… Ma a soccorrerlo ecco intervenire proprio lei, la ‘bellezza’, la musa da lui tanto ricercata.
Senso estetico e fame di cultura: il duo che lo manteneva in vita. Con o senza mouse. A muso duro. Per il ‘trascendentalista’ Ralph Waldo Emerson (uno dei ‘suoi’ filosofi) l’intellettuale viene educato dalla natura, dai libri e dall’azione. Ma per lui la natura era un po’ troppo spoglia (onda lunga della ‘fumosa’ Ilva del suo ‘locus natalis’?) e l’azione sin troppo lenta. Rimanevano, quelli sì, i libri: robusti, pieni di rami, frondosi, carichi di frutti. Arts and crafts. Lorenzo era un lettore creativo. Ma, soprattutto, un Aphrodite’s child.
Trasversale, transculturale, scultoreo (quasi: le giornate in palestra). Un esteta, un intellettuale, un pensatore… Olistico, all in one. Anche se, alla Emerson, la sua “rude forza pelasgica era tutta diretta verso il nascente senso della bellezza.” Lorenzo: bello e possibile (più spesso, possibilista. Tendeva, suo malgrado, al ma anche…). Lorenzo: a chance for a change. Innovativo, ‘esplorativo’: sempre attento ai ‘fenomeni’ della lettura, della scrittura, della religione. Lui stesso, in un certo senso, era un fenomeno. Non realizzato. Inespresso. Neppure raccomandato, né posta prioritaria e nemmeno semplice. Tanto meno fermoposta. Aveva tentato pure con la posta aerea, ma l’atterraggio era stato disastroso…” 

mercoledì 14 giugno 2017

SHOCK ADDIZIONALI – Caos calmo


SHOCK ADDIZIONALI
Caos calmo

Tempo sospeso. In ballottaggio. E io ballo da solo…
In attesa di uno shock addizionale, un altro brano da “Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?” Un po’ scioccante, mai scocciantesì, talvolta caotico, di un caos calmo, ma sempre scoccante e croccante, del tipo “cocciante”: ...corriamo per le strade e mettiamoci a ballare, perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore. E poi, coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri, case, vicoli e palazzi, perché lei ama i colori. Raccogliamo tutti i fiori ... e prendiamole una stella.

Uno shock addizionale. Gurdjieff! Continua la mia rêverie (sono sempre appeso – non quello dei tarocchi, l’arcano dell’iniziazione mistica, passiva. E non è un trucco, non sono nemmeno taroccato: mi sento vivo, originale, unico, attivo – anche un po’ trickster). Succedono cose…
Meditazione guidata (più che altro, un sogno: con il pilota automatico). Vedo tanti graffiti sui muri (e sul Muro, anche se non c’è più). Ci buttiamo tutti (non solo quelli del salon) su tutto e tutti, come tanti sciami esplosi da un gigantesco alveare (il grattacielo a cui sono sospeso alla Cattelan). Basta col vivere in ginocchio! (ma non alziamo il gomito…)
“Quando Tyler ha inventato il Progetto Caos, Tyler ha spiegato che lo scopo del Progetto Caos non aveva niente a che fare con il prossimo. A Tyler non importava se qualcun altro si faceva male o no. Lo scopo era far prendere coscienza a ciascun partecipante al progetto del potere che ha di controllare la storia. Noi, ciascuno di noi, possiamo assumere il controllo del mondo. È stato al Fight Club che Tyler ha inventato il Progetto Caos.” Pungiamo. E poi scappiamo (e gli altri, quelli del mercato e i march ettari? Sbattono sul vetro, come mosche impazzite). Dobbiamo cambiare il mondo… (anche senza moschetto), dobbiamo ‘tradurlo’, dopo aver strappato l’originale (ma era solo una copia – ci avevano traditi…). E dobbiamo farlo subito! È il momento “delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane.” Basta con la “clasa discutadora”, con la “classe che discute” e che, nel suo discutere, non scuote nulla, se non la coda (che finisce per mordere). Torniamo alla “regione dove la vita è dura.”
Speed, ice, crystal, crack, special k, popper… (ma Nietzsche va oltre gli ausili chimici. È droga pura. È vero acido. E noi abbiamo bisogno del suo aiuto. Forse con lui Dio rivivrà…). Mi accendo, ma non voglio tirare troppo la corda. La coda non c’è più.
“La morte di Dio è una opinione interessante, ma non tocca Dio.” Diana, la ‘sacerdotessa’ del ‘tiaso’ vaticina senza freni (il suo Sansone è, in questo momento, Dávila: è aggrappata alla sua chioma). È un vaso di Pandora (ma non c’è il carbone, almeno per ora. Solo torrone). Una nuova Frine? Di certo l’onda lunga di Lou e Frei.
«A chi non appartiene la causa che io debbo difendere? Essa è, innanzi tutto, la causa buona in se stessa, poi la causa di Dio, della verità, della libertà, della giustizia; poi la causa del mio popolo, del mio principe, della mia patria; infine la causa dello spirito, e mille altre ancora. Soltanto, essa non dev’essere mai la mia causa!» Diana, la stirneriana, è unica. Bellezza alla Frine, al di là del bene e del male. Esperienza di fuoco, del fuoco distruttore, scintille di rinascita. Hot like fire. La musica mi rimbomba in testa, mi rianima, mi infiamma. Diana sta per passare la torcia: noi andremo dietro di lei. Dobbiamo raggiungere lo stadio (l’ultimo, quello olimpico – sto sempre a testa in giù, ciò giustifica la rêverie: sogno o son desto?). Mi ritrovo con gli altri, dietro alla fiaccola. Molti non li conosco (anzi, tranne quelli del mio kreis, tedofora compresa, nessuno). Siamo in tanti, ma vogliamo essere pochi, rari, unici. The year of the cat.
“Quanta povertà, quanta avarizia è nelle vostre anime, voi uomini! Fango è nel fondo della loro anima… Certo, costoro sono astinenti: ma la cagna sensualità guarda con invidia da tutto quanto essi fanno. Lussuria mascherata da compassione.” Torno bambino, mi tolgo la maschera. Guardo giù: tutti uguali, ancora… (nulla cambia, tutto passa, qualcosa scorre), tutti mascherati, tutti in uni-forme… Faccio un capitombolo (sono in gran forma). Sfioro il ’69 (in Italia fu quello a dare la mossa), atterro nel ’68: “…l’anno degli anni, l’anno della follia, del fuoco e del sangue, l’anno della morte…”
 Sì, il maggio ’68, un brano d’epoca esaltato (ed esaltante), una speranza – e un brandello – di rivoluzione (la mia, più che certezza, è epoché, ma alla Husserl: attesa, sì, ma non scettica …scattante). Le jolie mai: élan vital, vida loca, un pout porri di immagini e immaginazione – più potere (all’Idea), meno dovere (ma poi venne l’Ikea). Sussurri (pochi – molti nel cuore) e grida, giovanilità dionisiaca e fulgore apollineo. Poi tutto svampò, vampirizzato dalle sinistre zecche sciamate dalle paludi della planitude e dal deserto circostante (Stefano, dietro di me, ha un sussulto, diciamo pure un principio di rutto: il ‘brutto’ non riesce proprio a mandarlo giù…). I leoni finirono di ruggire, tornarono i cammelli (e, di soppiatto, il drago lucente – quanto al ‘caimano’: è in karmacoma…). 
Una risata mi seppellisce (non mi compungono punto le parole di Paul Auster sull’”inutile Sessantotto”). Il ’68 (un rigurgito, un gorgoglio, forse qualche gargoyle sgorgante dal mio ‘profondo’), insomma cosa fu ‘sto Sessantotto? Passione, politeia, fanaticum et tremendum? Solo una puntura, levità, fou rire? Filosofia come vita, elogio del dubbio? Dannunziana e futuristica immaginazione al potere, rivolta contro il mondo moderno? Krisis? Caos? SOS? Karmaloka o karmacoma? Legittima suspicione, sospensione temporale, lampi di eternità? Flash (droga) o flesh (carne)? Vanità delle vanità, di tutto un falò. Fou rire. Frodo lives. Kissenefrega. Sfottetemi pure, ma mi viene proprio da infierire…
Il file continua (e come sottofondo: Tokio Disco dei Reverso 68). Trilogia di New York (Berlino, Parigi, Gotham City – ma tutte le strade portano a Roma, sarà vero?). Mi affaccio dalla rêverie, Diana l’alemanna mi fulmina: torno nel gorgo akashico. Metto i fiori nei cannoni. Jolie mai. Maggio si avvicina (e siamo nel Terzo Millennio). Sarà una nuova rivoluzione, dopo quarantanni di deserto. E sì, avevano fatto tabula rasa, avevano raso il suolo, ma si erano dimenticati di volare! (e il deserto, intanto, continuava a crescere – eclisse dei valori, ellisse di furori: la parabola continua, e non è un’iperbole). “Erano bande di giovani svergognati che massacravano alberi per farne bastoni. Ogni albero è una creatura che vive, come insegnano i popoli primitivi. Il Sessantotto fu barbaro.”  Lévi-Strauss in jeans ed eskimo, io in pelle Lou Reed nera. Mi viene da arrossire.