lunedì 19 febbraio 2018

CAPITANO, MIO CAPITANO


CAPITANO, MIO CAPITANO

“Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini…”
Non sarò il Walt Whitman di “capitano, mio capitano”, ma ho le spalle larghe. D’altronde, quel che ho alle spalle e quel che ho davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che ho dentro (per dirla con il mio amato Ralph W. Emerson). 
E dopo un inizio d’anno con un po’ di danni, ecco che sento di nuovo il mio ego-drive – il mio “impulso” esistenziale – mettersi in moto e salire di giri… Ed eccomi al mio primo “vero” giro di valzer (o breakdance) di quest’anno.
Dance dance dance…: «ho provato una tale gioia che ho pensato che Dio fosse tutto solo per me e che non appartenesse a nessun altro…» Ed ecco che mi torna il mente il buon Ruysbroek, il mistico fiammingo che ha colorato qualche “different corner” – per cantarla con il semprevivo George Michael – di un paio delle mie tele librarie (Gocce di pioggia a Jericoacoara e Prendi la PNL con Spirito!). 
Del resto, “chi cerca perle deve tuffarsi in profondità” (John Dryden).
E poi: “La vita è come una piscina: bisogna tuffarsi e, bracciata dopo bracciata, raggiungere l’altra sponda…” (come ha scritto la coach Nicoletta Tedesco, che ho ripescato or ora).

Ma ecco Ruysbroek:
“Dalla gioia, che appena abbiamo terminato di descrivere, nasce un’ebbrezza spirituale che consiste, per l’uomo, nell’essere ricolmato di maggiore gustosa dolcezza e gioia di quanto il suo cuore ed il suo desiderio possano augurarsi o contenere. 
L’ebbrezza spirituale produce molti effetti strani. Mentre gli uni cantano e lodano Dio per eccesso di gioia, altri versano lacrime abbondanti per la grande gioia del loro cuore. In quelli si manifesta un’agitazione di tutte le membra che li costringe a correre, a saltare, a danzare; negli altri l’ebbrezza è così grande da far battere le mani ed applaudire. Uno grida ad alta voce e manifesta così la sovrabbondanza di quel che sente dentro; l’altro, al contrario, ammutolisce, sprofondando nelle delizie che prova in tutto il suo essere. 
Talvolta si è tentati di credere che tutti facciano la stessa esperienza; oppure ci si figura, al contrario, che nessuno abbia mai gustato quel che ciascuno sperimenta in se stesso. Sembra che sia impossibile veder sparire questa gioia e che di fatto non la si perderà giammai; e ci si meraviglia talvolta che tutti gli uomini non diventino spirituali e divini. Talvolta si pensa che Dio sia tutto per noi soli e che non appartenga a nessun altro che a noi stessi; talvolta ci si domanda con ammirazione cosa mai sia tale gioia, donde venga e cosa sia quel che ci accade. 
È la vita più deliziosa che un uomo possa conoscere sulla terra, in quanto gioia sperimentata. E talvolta le gioie son così grandi che il cuore crede che stia per spezzarsi…”

Questa è l’ebbrezza spirituale. 
E qual è la gioia, di cui Ruysbroek parla nell’”Ornamento delle nozze spirituali”, che produce l’ebbrezza spirituale e che persiste anche dopo l’inebriamento dell’anima?
“La dolcezza, di cui abbiamo ora terminato di parlare, fa nascere nel cuore e nelle potenze sensibili una gioia tale che l’uomo pensa di essere tutto avviluppato interiormente dall’abbraccio divino dell’amore. 
Ora, questa gioia e questa consolazione sorpassano in dolcezza, per l’anima e per il corpo, tutto quello che il mondo intero può dare di tal genere, quand’anche un solo uomo potesse esaurirne in se stesso tutta la pienezza. È così che Dio si diffonde nel cuore, per mezzo dei suoi doni, e vi spande una così grande e gustosa consolazione ed una tale gioia che il cuore interiormente straripa. 
Allora si comprende bene quanto sono miserabili coloro che restano al di fuori dell’amore. La gioia così provata fa quasi sciogliere il cuore, tanto che l’uomo non può più contenersi sotto l’abbondanza della gioia interiore.”

Per concludere con il mi(s)tico Rumi: «Quando il liuto intona la melodia, il cuore, impazzito, spezza le catene».
Anche perché vivere è saper disegnare senza la gomma per cancellare…


mercoledì 14 febbraio 2018

AMOR OMNIA VINCIT – ALL YOU NEED IS LOVE


AMOR OMNIA VINCIT

ALL YOU NEED IS LOVE

“Questi amanti incorporei s’incontrarono, un cielo nello sguardo, cielo dei cieli a ognuno il privilegio di contemplare gli occhi dell’altro.” (Emily Dickinson).
San Valentino: l’amore che tutto vince… The power of love. Love is Power.  Oggi (e non solo) celebriamo l’inno all’amore (da san Paolo in poi …e prima).
L’amore è incantamento, incanto, charme…

Gli dèi hanno abbandonato l’uomo e il mondo ha perduto il suo incanto. Ma Dio c’è…
In tempi di disincanto – lo cunto de li cunti – dobbiamo arrabattarci con i barattoli dello sbaraccamento quotidiano (sempre meno vestiti di marca, sempre più cibi in via di scadenza, sempre più bollette scadute) e dello stravaccamento dei media.
Sempre più vacche magre: siamo ormai nella «notte in cui tutte le vacche sono nere».
Le nostre riflessioni su ciò che accade intorno (e dentro) a noi si rivelano incapaci di cogliere la contraddittorietà e complessità del reale (la banalità del quotidiano e la “banalità del male” – v. il trucido omicidio di Pamela, che si vorrebbe sotterrare al più presto…), senza peraltro riuscire a cogliere i bagliori dell’”oltre”, del Divino, dello Spirito (che per i più, col naso abituato ai loro “odori” quotidiani, è solo aria fritta.).
E tuttavia, più è buio più rifulge la bellezza. E questo vale, soprattutto, ora – anche se non è l’età dell’oro, semmai del ferro (ormai arrugginito: vedi ILVA) o del silicio (Silicon Valley e siliconate varie e avariate). D’altronde, “I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.” (Nicolás Gómez Dávila).
Eppure, “è sufficiente che la bellezza sfiori appena il nostro tedio, perché il cuore ci si laceri come seta tra le mani della vita” (sempre Dávila).
Il mondo, scriveva ne «L’idiota» Dostoevskij, sarà salvato dalla bellezza. Una profezia che sembra ormai essersi rovesciata. Perché il culto della bellezza – sfruttata dal mercato, amplificata dai media, ostentata dal potere – produce un mondo che non è mai stato tanto brutto (ma ci sono tante eccezioni, a dire il vero, solo che non vengono propagandate. Tutto sembra a binario unico – quello del “politicamente corretto” e della “distrazione di massa”).

Esiste, allora, una via d’uscita da un simile nichilismo estetico (ed esistenziale)? E non parlo del nichilismo, con un suo senso, di filosofi e pensatori di fine Ottocento.
«Non c'è più tempo», sembra suggerire il titolo dell’ultimo romanzo del filosofo Sergio Givone. Ma non tutto è perduto – assicura l’autore, perfettamente a suo agio nella doppia veste di filosofo e scrittore.
Professore, che rapporto ha la nostra società con la bellezza?
«Ossessivo e compulsivo, direi. A tal punto da ritenere che solo ciò che è bello abbia valore, sia degno di essere apprezzato, comprato, votato. Siamo tutti vittime di questo abbaglio. Perché si tratta di un’idea di bellezza vuota che si concretizza nel trionfo del brutto. In questo senso, più che salvare il mondo, la bellezza sembra averlo condannato».
Come si è imposta una simile ideologia?
«La bellezza muore quando perde il legame con ciò che è buono e con ciò che è vero. E se non è più capace di fare cenno ai valori etici e morali diventa un guscio vuoto, appunto, qualcosa che inseguiamo solo per affermare noi stessi».
Ma cos’è la bellezza, qual è il suo significato più autentico?
«È la cosa più inutile che esista, ma di cui non possiamo fare a meno. Senza bellezza perdiamo la nostra umanità, siamo ridotti allo stato di natura. E come insegna il mito biblico della caduta, lo stato di natura non è affatto il luogo da cui proveniamo, bensì quello in cui siamo stati cacciati. E dal quale perciò dobbiamo uscire. Ecco, la bellezza è lo scarto che c’è tra lo stato di natura e quel “di più” a cui siamo chiamati per essere davvero uomini. La bellezza è l’ideale che ci ricorda che non siamo fatti per vivere come bruti. È per questo che gli antichi la legavano al Bene e al Vero. Noi l’abbiamo dissociata».
E l’arte contemporanea come vive questo tradimento?
«Rifiutando la bellezza e tutto ciò che a che fare con l'armonia, la composizione luminosa, l' immagine. Penso a Beuys, che raccoglie delle pietre e le scarica sul pavimento: non perché scelte in base a qualche criterio estetico, ma in quanto pietre e basta. Oppure a Rothko, con il suo imprigionare frammenti di luce dentro a una tela nera che li inghiotte».
Non abbiamo dunque scampo dal pensiero unico di una bellezza autoreferenziale?
«Non tutto è perduto, anche perché la bellezza si dà in molti modi. Non esiste infatti solo la visione occidentale di proporzione formale, la bellezza può essere anche ad esempio pensata come bellezza del gesto: nei giardini giapponesi l’idea è quella di intervenire senza che l’intervento si veda, lasciando che la natura faccia ciò che deve. Altre forme di bellezza non ossessiva si affacciano nella nostra esperienza quotidiana, penso al piacere che proviamo nel servire una cena come si deve, nel disporre i fiori nel vaso in un certo modo. Il bello ci seduce e ci guida sempre, anche se noi lo tradiamo di continuo».
(Cutri Fabio – Corriere della Sera del 3 maggio 2008).

La bellezza dev’essere mostrata, ostentata (nel senso di ‘ostensione’  e ‘di ‘osculum’ – bacio), se ne devono fare dei poster immaginari da avere sempre davanti agli occhi:
“Devi creare delle belle sensazioni e renderle intense e creare delle sensazioni motivanti e renderle intense. Devi farti immagini grandi, grandissime, non delle stupide immaginette minuscole e indistinte. Quelle non sono buone basi di una vita motivata, e con delle buone basi puoi vivere una vita davvero forte.” (Richard Bandler).
E allora, vivi la bellezza… La puoi trovare in varie forme, non solo nelle beauty farm…

domenica 4 febbraio 2018

IL TEMPO DELLE DECISIONI


IL TEMPO DELLE DECISIONI

«Ama e fa’ ciò che vuoi» diceva Sant’Agostino.Decidi dall’Essere e fa’ ciò che vuoi” mi verrebbe da dire dopo aver riletto un libro di Mauro Ventola, giovane pensatore di talento, a cui ho prefato e commentato più d’un libro.
Decidere: tagliare via (il superfluo). Quello della decisione è uno degli ambiti più problematici del nostro tempo: non siamo più nel tempo delle mele (qualcuna ne è rimasta, ma acerba o guasta), ma neanche nel tempo del male (ma c’è sempre più la “banalità del male”); direi che, più che altro, siamo nel tempo delle molle: un po’ su un po’ giù, un po’ di qui un po’ di là… Tante banderuole, tanti zombie, tanti “tutti d’un pezzo” (come robot).
È questo un tempo di crisi, quindi di necessità di discernimento (l’etimo è, sostanzialmente, lo stesso). E se c’è crisi, ci sono – lo sanno ormai anche i bimbi – le opportunità. E se è tempo di discernimento, la questione non è se sia bene decidere (o piuttosto rimanere in stand-by), ma solo su cosa sia bene decidere. È giusto avere un periodo di epoché, di sosta, ma è giunto il momento di passare decisamente dall’avere all’essere, insomma di passare all’azione (cominciando dalle elezioni).
 
Il ad una scelta, deve essere, però, completato da alcuni no, altrimenti è illusorio. In ogni caso, è il tempo delle decisioni.
“Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme”. La sua vita non vaga a casaccio, ma Gesù va dritto verso il luogo della suprema testimonianza. È un modo di sottolineare la libertà dell’aver deciso un orientamento, una direzione, che comprende e coinvolge con sé tutto il resto.
La morte di Gesù è il ritorno del Figlio al Padre suo. La sua ultima parola “Tutto è compiuto” significa che egli ha condotto a buon fine la sua missione.
E noi, la nostra missione la stiamo compiendo? E poi, qual è la nostra missione? Ne abbiamo una? È diversa da quella degli altri, o siamo tutti indirizzati verso un’unica meta?
Meta, metànoia, metafora. Lo scopo è il cambiamento di mentalità, la trasformazione (metamorfosi) di noi stessi e del mondo che ci è attorno. Se prima eravamo metà, ora siamo interi...
Ma, innanzitutto, è necessario partire, fare il primo passo, poi il secondo, il terzo…  Purché non ci si fermi a metà del cammino. La meta è vicina, lo Spirito soffia, la carne urla: l’importante è rimanere sottovento.
Sì, come afferma la Kabbalah (la mistica ebraica, e, in fondo, lo stesso Cristianesimo), per esistere, quindi essere, dobbiamo divenire: il cambiamento costante ci porta a livelli sempre superiori. La nostra vita è una ‘pasqua’, un passare oltre: c’è il lunedì, il martedì… il giovedì santo, il venerdì santo, la ‘passione’, la ‘morte’, la ‘risurrezione’.
Non solo, ma il nostro “quadretto” individuale dev’essere inserito in un grande “polittico”: nostro scopo è rimuovere caos e sofferenza, non solo dalla nostra vita, ma da quella di chi ci è vicino (e lontano). Se la nostra vita è perfetta, ma la nostra famiglia, i nostri vicini, i colleghi di lavoro, sperimentano caos e sofferenza, la loro ‘entropia’ (degrado) rischia di contaminarci, di risucchiarci, vampirizzarci, licantropizzarci.

Eppure, solo il caos può partorire la stella danzante… Elevando le singole ‘consapevolezze’, anche la world consciousness (coscienza mondiale) si eleverà a livello di consapevolezza cosmica. Il caos partorirà la stella danzante.
Per progredire nelle nostre esistenze quotidiane è però necessario – come già detto – prima fermarsi (fermati e ascolta il tuo Dio…): dobbiamo individuare (identificare) dove siamo (lo stato attuale) e stabilire la meta, ossia dove vogliamo andare, quali risultati desideriamo ottenere, quale vita condurre, che uomo e donna vogliamo essere (lo stato desiderato). 
Se consideriamo che ‘desiderio’ ha a che fare con le stelle (sidera), possiamo ben dire: dalle stalle alle stelle.
«Riportate, come me, la virtù volata via sulla terra – sì, riportatela al corpo e alla vita; perché dia un senso alla terra, un senso umano!» Così cantava Nietzsche.
E io, con Gregorio Nazianzeno, aggiungo: «Scruta seriamente te stesso, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più.»
E se vuoi qualcosa di piu, devi decidere ...adesso!

sabato 20 gennaio 2018

AIN'T NO DOUBT ABOUT IT


AIN'T NO DOUBT ABOUT IT
(remix)

Do, re, mi, fa… Do ut des. C’è Eric Darius al sax (sexy!). Yeah, sic stantibus rebus, non posso che fluttuare dimenticandomi della legge di gravità. Sì, fluttuare come un angelo al suono sex and the city (Manhattan sceccherato) di Ain’t no doubt about it.
No, nessun dubbio, no doubt: di domani v’è certezza… (è la mia anima in combutta col corpo e in fuga con lo spirito a sussurrarmelo: il dubbio è del ‘due’ – corpo e anima. Se c’è il ‘terzo’ – lo spirito – il dubbio sfuma nella certezza…).
Let it flow (sempre Eric Darius al sax). Fluttuare e flautare come un angelo. Sì, flirtare con l’angelo… “Sempre più intensamente sentiamo che il semplice potere della tecnica e il suo godimento da parte nostra non ci soddisfano. Sentiamo la mancanza di ciò che un tempo erano gli angeli, e dei doni degli angeli”. Da Jünger a Jung il passo è breve: “Io sono semplicemente convinto che qualche parte del Sé o dell'Anima dell’uomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e del tempo”.

È passata mezzanotte e, sincronicità junghiana, la playlist stilla After Midnight di Kim Waters. L’anima sdilinquisce nella quiete by night e mi vien voglia, ora che il corpo langue nella sguincia attesa del guanciale, di indagarne la sgualcita essenza: “… l’anima non è indagabile in se stessa (…) l’uomo resta sempre e comunque da scoprire.” (U. Galimberti). “La lingua ha espulso l’anima dal dizionario per riservarle una nicchia […] nei cataloghi della psicopatologia […] A questo punto, constatato il decesso dell’anima, uccisa dalla modernità sull’altare dell’omologazione, non resterebbe che seppellirne l’involucro e custodirne il santino votivo  […] L’anima esiste indipendentemente dalla sua affermazione o dalla negazione; se rimossa, ritorna in manifestazioni che sembrano estranee alla stessa: si può ritardarne la rappresentazione, differirne l’evocazione, inibirne l’espressione – ma è impossibile negarne l’esistenza” (A. Segatori).
Sì, l’anima è necessaria (come, d’altronde, l’angelo – Cacciari docet): “… la sorte scelta dall’anima è necessaria: non un accidente, non buona o cattiva, non già nota né garantita, semplicemente necessaria.” (J. Hillman).
Ecco dunque il senso della vita: l’anima ri-animata. E poi lo spirito: ebbro della divinità “in fieri” (che stenta a venir fuori: spesso, come tanti gargoyle, sbucano i nostri demoni inferi, ma quanto alla divinità supera…). Per non parlare del corpo e del senso della terra... (Nietzsche suona sempre due volte…).

Senso della vita – conosci te stesso – arte del vivere? Arte di manutenzione del ciclo vitale: “…non sfruttamento della natura, ma fusione della natura e dello spirito umano in una nuova specie di creazione che le trascende.”
Voglio salire in alto! (ma sono ancora ai primi gradini): “La mia vita minuscola. Il mio merdoso, piccolo posto di lavoro. I miei mobili svedesi. Non ho mai detto a nessuno, questo, mai, ma prima di conoscere Tyler avevo intenzione di comperare un cane e chiamarlo ‘Entourage’. A questo punto si può arrivare…”.
Ma noi siamo tipi da ”Flight Club”! (a proposito, se volete, vi ‘posto’ l’ebook) e allora: sursum corda! Passiamo, dunque, dal down (della notte) al dawn del giorno, con un esercizio tratto dal mio libro sulla PNL spirituale:
Chiudi gli occhi e respira profondamente…
Per entrare in ‘situazione’… immagina di essere in un cilindro (o in una sfera – o dove ti ‘senti meglio’) di colore blu.
Ora, con gli occhi chiusi, cerca di ‘addolcire’ in blu il nero del buio… Sei in un cilindro blu, trasparente, avvolgente… tutto intorno a te è blu, blu dipinto di blu…
Respira profondamente… Pian piano, ma solo intorno a te, il blu comincia a trascolorare in un giallo-oro, sempre più luminoso, che ti avvolge… ti ‘scivola’ addosso… Sei immerso in un’atmosfera giallo-oro…
Tu la respiri, la inspiri… inspiri il giallo-oro e lo espiri, quasi sospirando…
Il giallo che tu espiri è un giallo ‘sporco’ – sporco delle tue scorie quotidiane, ambientali – ma, immediatamente… al contatto con l’aura che ti circonda, ridiventa giallo-oro… e tu di nuovo …lo respiri. Te lo senti scivolare dentro, ti permea tutto… Sei tutto giallo oro.
Ora ti senti ‘svuotato’ di tutte le ‘scorie’: di tutte le preoccupazioni, di tutti i pensieri, i sentimenti, le sensazioni, le emozioni, soprattutto quelle negative… senti solo una tale dolcezza… ‘svenevole’. Non senti quasi più niente intorno… e dentro di te… Sei in un vuoto ‘pneumatico’… Sei pronto per ‘rinascere’!
Ora apri gli occhi… osserva tutto ciò che è intorno a te: è tutto ‘nuovo’! Non hai nessuna emozione, nessuna ‘parola’ con cui definire quello che è intorno a te! Immaginati come un pulcino appena nato…
Cerca di rimanere in questa situazione ‘estatica’… Se non sei in un luogo all’aperto (su una terrazza, un balcone, un patio, ecc.), va’ verso la finestra, affacciati e… guarda tutto come se tu fossi appena nato: ogni cosa senza nome… senza definizione… senza ‘giudizio’…
Ora richiudi gli occhi: immergiti di nuovo nella sensazione interiore – di dolcezza, estasi, sdilinquimento… che hai appena lasciato prima di aprire gli occhi. Rigustala…
Riapri gli occhi, riguarda le cose che hai appena lasciato: riconoscile, chiamale per nome, pensale con il loro nome consueto, quello che ti è familiare.
Ma tu sei appena ‘nato’! Hai occhi nuovi… Ogni cosa, ora, la vedi in un modo differente, con una luce diversa… Tu ora sei diverso, tutte le cose intorno a te ti sembrano diverse… Ora tu sei…

giovedì 18 gennaio 2018

GOCCE DI PIOGGIA A JERICOACOARA (incipit)

GOCCE DI PIOGGIA A JERICOACOARA
incipit

È stato definito: “romanzo-rapsodia, fervido di vita e voci, di ritmi e canti e risa, dal profumo di ingenue aurore … vorticoso nel suo ritmo da derviscio tournant, vibrante di tensione e trepidazione, ossimorico nei suoi dolci contrasti, dalla scrittura vivace, geniale, estetizzante, ma tutt'altro che décadent, capace di affratellare Policleto e i Beatles. Un ‘panta rei’ entusiastico ed entusiasmante, un fluire di sapienze ed eresie, dall'oscillare inarrestabile, ebbro … una scrittura da giocoliere della parola e da funambolo della nuance … Romanzo dallo stile unico, affilato e morbido, con scrittura vivacegeniale ed entusiasmante, un fluire di sapienze ed eresie in connessione tra di loro. Uno squarcio sulla cortina che separa il mondo reale da quello del “sogno”. Uno “sfarfalleggiante” battito d’ali che può trasformarsi in un concerto polifonico dagli esiti non ancora immaginabili.”
Di questo mio romanzo (vincitore del Premio Letterario Emily Dickinson 2013), dallo “stile” di scrittura unico (cosi è se vi pare), ecco l’incipit. Nei prossimi post vi inonderò di ampi stralci (d’altronde, una delle caratteristiche del romanzo, di circa 560 pagine…, è quella di offrire, anche se aperto a caso, sempre ampi spazi, prospettive infinite. definite e indefinite…).

«Ma quanto sei strana!»
Il bronzeo addetto alla piscina irruppe da chissà quale anfratto, fiondandosi tra le sdraio e gli ombrelloni strapazzati dalla pioggia con la sfrontatezza di chi vuol battere sul tempo un sole paonazzo e pieno di voglie tanto improvvise quanto prevedibili. Poi il bay-watch prestato alla terraferma cambiò di colpo marcia e, ciondolando – caracollando – tra le pozzanghere, guadagnò il bordo-vasca col piglio di chi getta l’amo per adescare uno squalo.
L’occhio umido (non solo di pioggia) prese a dardeggiare il fluttuante contorno sinuoso che dava un senso all’asettico rettangolo d’acqua, col fermo proposito di colpire il bersaglio mobile al primo colpo.
«Solo la pioggia o la luna riescono a fare il miracolo. Solo loro riescono a farti tuffare...»
Offuscando le parole-esca e mettendo a tacere gli ultimi vagiti meteo, il sorriso (invocato) di lei fece capolino tra le increspature e il cloro, complice e promettente. Nessun indizio, niente che facesse preludere all’epilogo politicamente scorretto. Non la gimcana di labbra sulla pelle che il bagnino aveva messo in conto tra i sogni nel cassetto (insieme a qualche tuffo con la bella naiade), ma solo una risposta da brivido blu:
«Ho il cuore pieno di ceneri e di scorza di limone. Andrò solo dentro me stessa. Mi troverai sempre là...»
Scagliato il dardo al curaro sul san Sebastiano di turno (il bagnino), paga dell’effetto sorpresa, la bionda ondina riguadagnò il bordo-piscina. Salì come da videoclip la scaletta cromata, schioccò un solare ‘ciao!’ da trailer al gallo cedrone dall’ala spezzata e, sfioratane l’epidermide bronzea (di colpo sbiancata), gli lasciò – sapore di sale – il chimerico assaggio di quel suo tatuaggio sfarfalleggiante sulla pelle bagnata.
Gaia era fatta così: non solo tattoo ma anche taboo. Una vita esaltata da brevi ma intensi deliri, la magia di lunghi silenzi bruscamente interrotti da taglienti ossimori, paradossi, voli pindarici, esternazioni frappant. E se qualcuno (non pochi) sostava, rapito, davanti a quest’opera d’arte (e non da tre soldi...) – un taglio di Fontana sulla tela bianca della vita – veniva immancabilmente colpito da un’inattesa sindrome di Stendhal. 
Gaia o dell’avventura dell’esistenza, un ossimoro vivente più che un paradosso. Tutto questo si sarebbe potuto dire – a posteriori – di Gaia (anche il nome). Ma ormai il fugace biondo oggetto del desiderio era fuori campo e a Lorenzo – il terzo silenzioso incomodo (convitato di pietra, nel vero senso del termine) – non rimase che rituffarsi nelle pagine appena lambite da una di quelle piogge lampo settembrine che il Gargano riservava ai suoi ultimi ospiti.
Il turbine (anche sensoriale) era ormai passato, senza lasciare – così il buon Lorenzo pensava – tracce: lui di Gaia conosceva – e gl’importava – solo la Scienza…

Al riparo, raccogliticcio, di uno dei pochi ombrelloni rimasti aperti, l’unico ‘abitato’, Lorenzo riprese la lettura, subito abortita: a braccetto col sole, ritornato master & commander del cielo, come un hobbit da pagina sei sbucò, impertinente, l’ossimoro, questo ‘carneade’ apparentemente fuori luogo in quel villaggio-vacanze così poco manzoniano (e neppure tanto tolkieniano).
Queste paginette sfiorate dal pianto celeste erano la sua ultima conquista (libresca) – il tempo degli amori per Il Signore degli Anelli sembrava appartenere a un altro eone – e a Lorenzo non sembrò affatto un caso che il buon Raimon Panikkar – il teologo di frontiera (non solo Paul Tillich) cui stava facendo il filo tra un tuffo e l’altro – esordisse con quello strano termine, così calzante nell’occasione, per la bella del villaggio.
Sì, ossimoro, oxymoron, questo stravagante matrimonio tra la bella oxys (affilata, appuntita e penetrante) e la bestia moros (ottusa, senza punta, molle, sciocca, folle...). Armonia fra i contrari, coincidenza degli opposti. Palintropia, concordia discors, polemos eracliteo, processo e stasi. In attesa della palingenesi.
E tale, almeno da quel fugace mix di figura, situazione ed insinuante esternazione, gli era subito parsa la ragazza: affilata-spuntita nella sua follia penetrante, un punteruolo nella stupidità altrui. Insomma, la punta che perfora ciò che è molle
In quel momento Lorenzo comprese anche come fosse facile passare da L’esperienza di Dio (il libro dell’ossimoro) all’esperienza di Gaia (dall’esperienza del cielo a quella della terra...). E così, rapito da questi volteggi della fantasia, ormai solo sul campo – il prato più o meno all’inglese che delimitava la piscina – e sospinto da chissà quale daimon, non trovò di meglio che tuffarsi nell’acqua solitaria ma ancora pulsante di vita: se al bagnino – ormai svanito nel nulla – la ragazza aveva prodotto l’effetto di uno shock termico, per lui, semplice e involontario spettatore del duetto, fu invece una salutare botta di vita (fosse stato Tinto Brass, sarebbe subito passato alla ‘botta d’allegria’…).
Anestetizzato da questa sua sobria ebbrezza – l’ossimoro qui è d’obbligo – Lorenzo cominciò a nuotare, ora a stile libero, ora a rana, addirittura a farfalla, se non proprio a delfino (memore del luogo), incurante dell’acqua gelida, indifferente.
Bracciata dopo bracciata, il suo corpo da algido (soprattutto nei sentimenti) prese a intiepidirsi, sciogliersi, rigenerarsi, mentre, accompagnati da ribollii e sfrigolii, risalivano a galla i sedimenti della misteriosa presenza di Gaia e l’eco delle sue parole sibilline. Così incomprensibili e disarmanti per il bagnino, ma così significative e pregnanti per lui: che c’entrava quel barbaglio di contro-cultura nella garganica Pugnochiuso delle vacanze politically correct? Che ci azzeccava?
Chi era quella ragazza così out? Una neo-esistenzialista post-histoire in vacanza single? Cascami di New Age tra barlumi di Next Age? Scampoli del Grande Fratello? Una velina in uscita libera? Una sciampista, una stagista, una staffista? Una veltroniana free-lance? (con un Veltroni ormai infeltrito…). Infin che ’l veltro verrà… Il cervello di Lorenzo fumava nell’acqua diaccia.
Fatto è che le sue ‘vasche’ furono più piacevoli del solito. Rilassanti, da training autogeno, quasi ipnotiche. Da ipnosi regressiva: ripercorse a grandi balzi la sua varia quotidianità, dai picchi (rari) delle esperienze delle vette – era da poco scivolato giù dalla ‘piramide’ di Maslow e vedeva tutto nero – alle depressioni (varie) della banalità del suo Sitz im Leben, il suo ambiente vitale.
Come un film a ritroso – di quelli che si dice veda chi è in punto di morte, quando la corda d’argento sta per essere tranciata –, davanti a lui cominciarono a scorrere veloci i fotogrammi delle tappe più significative della sua vita (e lui non era nel cast: la riflessione di Woody Allen gli calzava a pennello – ma c’era un buco nei fantasmini di Lorenzo…).
E così, tra un flash-back e l’altro, cominciò a togliersi le scaglie di dosso: in fin dei conti, non era poi tanto meno stravagante della sfarfalleggiante fanciulla! È vero, il ruolo sociale, i condizionamenti ambientali e i chiaroscuri del carattere ne avevano spesso frenato la libera espressione, ne ostruivano il libero sgorgare, ma non amava forse, anch’egli (alla faccia dei suoi invisibili ‘cinquanta’), il bagno sotto la pioggia? Non gigzagava, anche lui – malgré gli anta (ma solo quando i cascami di tempo libero glielo consentivano) , tra Mtv e zingarate? Il sapere è una farfalla notturna…
In ogni caso – e qui le sue bracciate cominciarono a perdere colpi –, più della ragassa in sé (che pur valeva una messa), ciò che intrigava il nostro era la sua personalità essenziale, messa a nudo da quell’esternazione fuori dal coro della banalità quotidiana. Un coming out (o un outing? – in fondo era stato il bagnino a ‘costringerla’ a rivelarsi) davvero inaspettato quello dell’ospite (non certo scema) del villaggio (Lorenzo, essendone un habitué, si riteneva quasi il padrone di casa).
E poi... quell’uscita di scena, cui difficilmente avrebbe fatto seguito un secondo atto. Conclusione: la ragazza era piuttosto in alto nelle sfere…