mercoledì 18 aprile 2018

COACH & SCOTCH – Le cinque menti




COACH & SCOTCH
Le cinque menti

Pasqua is over (è passata: d’altronde, in inglese, con un richiamo al termine originario ebraico pesach, è chiamata passover: passare oltre, tralasciare, sorvolare – allo scopo di “liberare”, e di librarsi sopra le difficoltà, i problemi e il tran-tran quotidiano).
Il concetto di liberazione – compreso quello di libera-azione – è ancor oggi attuale, ma non ce ne rendiamo granché conto: la liberazione che cerchiamo di ottenere altro non è che il sollievo dopo una grattatina sulla spalla, un mordi e fuggi, una fugace leccatina, un lecca lecca… un po’ di lacca su un vaso di creta crepato.  Al massimo, un po’ di Crêpes Suzette.
Ma la liberazione è ben oltre…
Il “fattore Q”, l’indice di qualità della nostra vita, è, soprattutto, una questione di “mente”. Cero, c’è il “cuore”, ci sono le emozioni, ci sono anche altri fattori non sempre controllabili, ma qui voglio soffermarmi sulla “mente”.
                                                                                                                               
Che la mente menta è pacifico, come pure il fatto che la “mente è il campo di battaglia”. Dentro di noi, come ricorda la Bibbia (e poi Gurdjieff) c’è una “legione” fatta di tanti “mini-Io”, spesso contrapposti, ma, che, se concordi, sono pronti ad affogare tutti insieme… Infatti, come notava Ronald Laing, il fatto che i nostri pensieri confluiscano verso un obbiettivo, non significa che la destinazione sia quella giusta. Ed è quello che accade quando ci incaponiamo e andiamo a sbattere la testa contro il muro: la decisione c’è, i pensieri e gli sforzi sono ben allineati, ma il burrone è lì sotto, pronto a riceverci… (e infatti il più delle volte agiamo “incantati” dal pifferaio di turno).
Il discorso sui diversi “mini-Io” (le “subpersonalità” della Psicosintesi, le “parti” della PNL e (studiate da Assagioli e la ‘sua’ Psicosintesi), ci ricorda la teoria delle nostre numerosi “menti”.
Innanzitutto, le “cinque menti per il futuro”, di Howard Gardner, secondo cui, per sopravvivere, occorre essere rigorosi e creativi allo stesso tempo. E per questo, occorrerebbe avere una mente disciplinata (che riceve i vari input, indirizzandoli poi in un campo ben specifico, che sarà quello in cui eccelle), sintetica (raccoglie ogni genere di informazioni, selezionandole e sintetizzandole in maniera originale), creativa (coltiva nuove idee, si pone domande inusuali, giungendo a esiti nuovi, anche del tutto inaspettati), rispettosa (accetta le differenze: è tollerante e collaborativa) ed etica (s’interessa dei bisogni e dei desiderata della società: è “ecologica” e va oltre i propri interessi, per abbracciare quelli degli altri e dell’ambiente).

Ma c’è un’altra suddivisione, sempre in “cinque menti”. In effetti, noi – come sostengono Minninger e Dugan – non possediamo un unico sistema mentale, ma cinque menti principali, che lavorano in équipe, in sintonia, ma più spesso litigano tra loro fino a boicottarsi…
La mente esecutiva (direttiva) sorveglia, coordina, giudica, dà ordini, insomma decide. È di supporto, educativa, talvolta arrogante…
La mente esplorativa esplora, scopre, impara, crea, deduce, intuisce, gioca… È la mente creativa, curiosa, spiritosa, irriverente…
La mente organizzativa analizza, selezione, organizza ed elabora le informazioni. È la mente razionale, un po’ troppo ‘standardizzata’ sulle regole.
La mente reattiva è sensibile alle emozioni: prova imbarazzo, collera, paura, amore, dolore, piacere… È la mente emotiva, solare e lunare insieme, anche molto terrestre…
La mente cognitiva percepisce suoni, odori, gusti, è ‘tattile’ e cinestesica: raccoglie i dati e li trasmette alle altre menti per la successiva elaborazione. È la mente mediatica.
C’è poi una sesta ‘mente’, che è sostanzialmente la parte funzionale, benché ‘silenziosa’ del sistema mentale: è per l’appunto la mente silenziosa. Essa controlla tutte funzioni corporali ed è sensibile alle sensazioni fisiche (dolore, piacere, tensioni…).
Infine c’è la memoria che è una ‘funzione’ delle cinque ‘menti’. È una sorta d’immenso archivio in cui sono registrate tutte le informazioni selezionate dalle cinque menti: un archivio cui si può accedere, ma che, se conserva in buono stato gli ‘originali’ di informazioni e ricordi, ce ne restituisce invece delle copie non sempre conformi all’originale, anzi spesso più o meno falsate o ‘monche’.

Da cosa ti accorgi che le tue cinque menti non sono allineate, in sintonia, sinergizzate? Dall’indecisione e da altri blocchi comportamentali, emotivi e cognitivi.
Per eliminare il “blocco” occorre portare a livello conscio le “conversazioni” tra le varie menti, ossia bisogna farle “dialogare”… Dopo di che si deve far sì che la parte “esecutiva” (“direttiva”) del sistema mentale dia un ordine appropriato al fine di elininare il blocco, “riconfigurando” la situazione e dandole un nuovo significato positivo.
In pratica, occorre immedesimarsi nel modo di pensare di ciascuna delle cinque menti – ossia, mettersi “nei panni” della parte “esplorativa”, “organizzativa”, “reattiva”, “cognitiva” e “silenziosa” – in modo da impostare un “dialogo” (anche un “dibattito”) tra le stesse, delegando poi alla mente “esecutiva” (quella ‘direttiva’) il compito di tirare le somme e indicare – anche in modo impositivo – le direttive che portino alla decisione finale.
By the way, ho parlato di “dialogo tra le ‘menti”. È interessante notare la corrispondenza di queste ultime con le cinque “categorie” della “comunicazione verbale” di Carl Rogers (il fondatore della “terapia non-direttiva”, ossia la terapia centrata sul cliente):
del “giudizio”; questo è giusto, questo è sbagliato (mente esecutiva)
dell’”interpretazione”: stai parlando così perché intendi dire… (mente organizzativa)
del “sostegno”: mi sento in una situazione di… (mente reattiva)
della “prova”: dove è successo? Quando? (mente esplorativa)
della “comprensione”: capisco che… (mente cognitiva).
                
Esercizio (sblocco e reset mentale)
Hai un “blocco mentale” derivante da un conflitto tra le cinque menti? Quando parli in pubblico sei terrorizzato… sudi, balbetti, ti senti mancare…
Visualizza questa situazione disfunzionale, con tutte le submodalità ‘accese’:
senti le gocce di sudore che imperlano la fronte, i battiti del cuore accelerati, lo sguardo sfocato, i tremiti, la confusione mentale… Tutti che ti guardano insofferenti, infastiditi, in cagnesco…
Visualizza a una a una le tue menti: la cognitiva, l’esplorativa, l’organizzativa, l’esecutiva, la reattiva… anche la ‘silenziosa’ (la “sesta mente”, quella “fuori sacco”). Mettiti nei panni di ciascuna di esse, ragiona e parla come loro, esponi le ragioni di ogni ‘mente’, dibatti, prendi la parola, tira delle prime conclusioni…
Immagina il tuo “occhio mentale” che continua a girare sulle menti come su di una roulette… poi punta sulla… “mente silenziosa” (non è la ‘fortuna’ che ti ha indirizzato, ma la tua ‘esperienza’, la tua intuizione, il tuo “sesto senso”: tutte qualità che stai sviluppando in questo ‘cammino’ di “sette giorni”…).
Sì, dopo aver osservato dall’alto della “mente esecutiva” il dibattito, individui nella “mente silenziosa” la colpevole del tuo blocco. Perché? Davanti a una situazione ‘imbarazzante’ – quale in questo il parlare in pubblico – segnalatele dalla “mente reattiva” (il ‘mandante’ del ‘sintomo’), la “mente silenziosa” (ossia quella, apparentemente ‘invisibile’, che controlla le funzioni corporali ed è sensibile alle sensazioni fisiche di dolore, piacere, tensione, stress…) ha stimolato una scarica di adrenalina come reazione alla situazione: la mente reattiva (sensibile alle emozioni – psicofisiche, mentali – derivanti dalle sensazioni – solo fisiche) ha ‘scelto’ di manifestare questa sensazione sotto forma di paura. Quindi, il ‘blocco’ deriva dalla ‘paura’ e questa fa capo in primis alla mente silenziosa (sensibile alle sensazioni fisiche) e, poi, alla mente reattiva (emozioni psicofisiche).

Riepilogando, davanti a una situazione di “disagio” (più o meno grave), la mente silenziosa manda il segnale e la mente reattiva reagisce sotto forma di paura (ho scelto una ‘scansione’ tipica di causa-effetto, ma ci possono essere delle varianti). La situazione è, ovviamente, disfunzionale: devi ristrutturare il processo.
Fa’ rigirare di nuovo il tuo occhio mentale e la pallina si ferma su… mente esecutiva (il ”dirigente”, il boss, dell’azienda mentale).
La mente esecutiva ordina alla mente reattiva (suo subordinato) di far sentire l’emozione (la sensazione trasmessa dalla mente silenziosa), non più come “paura”, ma come entusiasmo ed energia… La mente reattiva obbedisce: la scarica di adrenalina stimolata dalla mente silenziosa verrà ‘letta’ come entusiasmo ed energia. Ora sei pronto a parlare in pubblico: sei il re del public speaking!

Prova a far questo per qualsiasi “blocco”: sei indeciso sul da farsi, non sai come scegliere, hai paura di sbagliare?
Mettiti nella condizione precedente, rifai tutto il percorso sostituendo alla paura di parlare in pubblico qualsiasi altra paura (anche la paura di parlare a te stesso…), individuando quale parte della mente (o quale delle cinque, e più, menti) sia la prima o maggior responsabile del problema e decidendo su quale occorra agire per cambiare la tonalità dell’emozione e, quindi, convertire (ristrutturare, resettare, ri-decidere) la sensazione o l’emozione da “negativa” in “positiva”. Tutto ciò grazie alle direttive della mente direttiva/esecutiva.
Una volta acquisito il metodo – valido  per ogni circostanza disfunzionale da resettare – si tratterà di individuare volta per volta la mente “colpevole” e quella che dovrà risolvere il problema (in genere la mente esecutiva, eventualmente supportata da un’altra mente, per esempio quella cognitiva). In ogni caso rinvio a Fate lavorare la mente di Minninger e Dugan, da cui ho tratto (da me “colorato”) l’esercizio, oltre, ovviamente, a tutte le mie pubblicazioni sulla PNL e la “realizzazione” personale.
                                                                                                       

sabato 31 marzo 2018

PASQUA CON LE STELLE


PASQUA CON LE STELLE

“E un giorno esce sul giornale di una squadra di uomini vestiti di nero che hanno fatto irruzione nel salone di un concessionario di macchine di lusso in un quartiere elegante sfondando a colpi di mazza da baseball i paraurti anteriori delle macchine per far esplodere gli airbag in imbrattanti nuvole di polvere nel fracasso spaventoso degli antifurto. E una notte nel giardino di una piazza cittadina un altro gruppo di uomini ha versato benzina sotto tutti gli alberi e da albero ad albero ha appiccato un perfetto piccolo incendio boschivo
Ci vengono addosso i fari, sempre più grandi e più grandi, clacson che strillano, e il meccanico allunga il collo nel riverbero e nel fragore e grida: «Tu non sei le tue speranze». Nessuno gli fa eco. Questa volta la macchina che ci sta venendo addosso sterza in tempo e ci salva. Ce ne viene addosso un’altra, lampeggia, abbaglianti anabbaglianti, clacson a tutta, e il meccanico grida: «Tu non sarai salvato». Il meccanico non sterza, ma sterza l’altra macchina. Ne arriva un’altra e il meccanico grida: «Tutti noi moriremo, un giorno o l’altro.»
(Chuck Palahniuk, Fight Club)
                                
Sì, tutto sembra cospirare affinché la tomba sia la nostra destinazione, ma, come la Pasqua insegna, il sepolcro è solo temporaneo: ognuno di noi è un potenziale Lazzaro “risvegliato” (alla faccia del lazzaroni e dei caciaroni cianciaroni fancazzisti del can-can mediatico).
Bene, svestito l’uovo di Pasqua (il re è nudo), vediamo di romperlo: scartiamo il regalo.
Sì, perché un regalo c’è: dietro ogni piagnisteo, sia pure legittimo, ci dev’essere una risata (un fou rire, una risata folle alla Nietzsche): 
“Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche.” (Gilles Deleuze).
La Pasqua è anche questo: un Dio che, dopo un pianto a folle, si fa una risata folle della Sua morte… perché sa che, morendo, dà la vita.

L’angelo della morte sta passando davanti alle porte di tanti uomini, famiglie, aziende, città, nazioni, ma va oltre la porta di chi è “uscito dalla narrazione” imposta, dallo story-telling renziano, ed è passato a una nuova narrazione, anche se questa all’inizio può essere solo una finzione, un agire “come se” (fosse davvero così).
Se rompi l’uovo del “come è” imposto dai media (che puntano al “minimo”) e agisci “come se” – ossia agisci al massimo, sia pure solo nelle intenzioni – la tua Pasqua non sarà quella banalizzata delle masse e della stessa chiesa (quella della “moralina”, del mercato e del supermercato), ossia un rito senza profondità, né alterità, né altezza e profondità, ma si dimostrerà una Pasqua di Risurrezione (anche di insurrezione, nel senso di “rivolta ideale”).

J'implore ta pitié, Toi, l’unique que j’aime, Du fond du gouffre obscur où mon coeur est tombé  (A te imploro pietà, a te, che sola io amo, dall’oscuro fondo d’abisso dove è affondato il mio cuore). (Baudelaire, Les fleurs du Mal)
Sì, c’è un chiarore oltre l’orizzonte (quello “orizzontale” della quotidianità). Che questa Pasqua sia, dunque, dopo il “de profundis”, un salto nella Luce: dagl’inferi al terzo cielo, e poi di nuovo giù, ma a metà strada, sulla terra, nell’acqua, nelle case, dentro e fuori di te.
Acqua e Spirito: il vento della Ruah (femminile), dello Pneuma (neutro), dello Spirito (maschile), comincerà a soffiare sull’Abisso. Sentirai sempre più il flusso della vera vita, le sue onde… perché la vita è “liturgia”, non quella esangue (talvolta da sanguisughe) propinata in questi giorni.

“La liturgia è come una grande onda del mare. Due sono i nuotatori. Uno, vedendo arrivare l’onda, raddoppia i suoi sforzi per restare a galla. E ci riesce anche; però si stanca e alla fine è contento di ritornare a terra. L’altro si abbandona all’acqua e si lascia portare dalle onde. Per lui non c’è nulla di più bello che un’onda grande che porta lontano. Egli ama la sensazione di essere portato, di essere tutt’uno con l’onda, la sensazione dei ruscelli di acqua fresca che massaggiano la pelle, la luce del sole che brilla e che si rispecchia in un mare di cristallo mescolato con fuoco... La liturgia è come una grande onda del mare.” 
(Dieter Kampen).
Lasciati andare, onda su onda… E mangiati l’uovo!



lunedì 19 marzo 2018

UOMINI E DONNE SULL’ORLO DELLA CRISI


UOMINI E DONNE SULL’ORLO DELLA CRISI

Krisis, kriss, kiss… Crisi come scelta, discernimento, discrimine, crimine, pugnale, pugno, bacio.
Ed ecco servito, come pugno o bacio (fate voi) un breve estratto dal mio (inedito) Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?

La musica è cambiata: siamo noi a essere cambiati. Cambiati dentro, rettificati ma ondeggianti nel camminare dritto verso il traguardo (il Superuomo in noi come estrinsecazione del nostro più-che-vivere; lo Spirito, sempre in noi, come espressione del nostro più-che-essere).
Più siamo più faremo. Una groove armada. Divini e in-divini insieme, nozze più-che-umane e meno-che-divine tra Platone e Nietzsche: Diana il trait-d’union, il ‘ministro di culto’ (e che cult…).
Cultori di spiriti (anche quelli ‘sotto spirito’), scultori di corpi, scrutatori di anime. Saremo musici con il piffero: basteremo noi a influenzare la rotta della ‘folla’. Andremo a folle nelle discese, in prima nelle salite. Dossi, pianori, alture a scialare, fino al calare del sole (ma verrà l’eterno meriggio). Saremo il celebrante e l’altare, l’offerta e l’officiante. Saremo (o già siamo) lo zolfanello, il grano di sale, il granello di senape. Che foglie faremo… 
Questa è stata la prima missione di Tyler come terrorista dell’industria dei servizi. Cameriere guerrigliero. Guastatore a paga minima. Tyler lo va facendo da anni, ma sostiene che è tutto più divertente quando lo si fa in compagnia. Una sera Tyler viene su e mi trova nascosto in camera mia. «Non ci badare» mi dice. «Sanno tutti che cosa fare. Fa parte del Progetto Caos. Nessuno conosce il piano completo, ma ciascuno è addestrato per svolgere alla perfezione un compito preciso.» La regola al Progetto Caos è che bisogna avere fiducia in Tyler. Poi Tyler scompare. E ricompare in me, ma è Lothar. Lui ha assorbito Tyler.
I’m that type of guy. Scandalizzerò i puri, ma la vera fiera arya ogni tanto deve cambiare aria. E io ormai sono come lei, ‘dianeggio’ (suono la diana, mettiamola così). L’ho capito solo ora. E basta col qui e ora… Sarà occhei (mi abbasso) ma c’è pure il domani (mi innalzo – lo ‘ieri’ lo tengo in mano, anche se ogni tanto tende a sfuggirmi). Aspetto che la notte sbianchi, ma non posso tralasciarne il tuorlo: ormai Diana è al succo – il terribile non è ancora avvenuto.
«Non ne faccio una questione erotica, ma squisitamente estetica… Eroica (anche eretica – e un tocco di esotico e, ovviamente, esoterico): epica, ma capace di dialogare con la vita di ogni giorno. Il nostro è un ‘sodalizio’, una comunità, una ‘comune incomune’, un’agorà filò e un po’ ‘teò’, uno iero-kreis esistenziale, il filo d’Arianna (o di Diana: è lei a farci il filo – come cuce, e come ci fa filare…)»
Ah, la filosofia! Il filosofo… vera talpa dello spirito (Emile Cioran, sempre lui, mai contento…) – il filosofo-aborto senza nervi. Ma il Lothar che era in me scivolava con allegria sulla futilità delle domande e delle risposte. Volava da un’idea all’altra, non per profittarne come l’ape coi fiori, ma per la necessità del divertimento, senza desiderio di prospezione e per il solo piacere delle ali.

La notte è all’epilogo e non è tutta elegia. Gli spaventi notturni svolazzano bruschi e ruvidi su rive altrimenti laide, qui solo il corrusco (ma sempre brusco – e lusco) tremendum di Diana. Elogio della pazzia, nessuna liala dell’eros: solo stille di vita al fulmicotone. Tutto il parterre è un solo uomo, una sola donna: lei, la nostra Lorelei (chioma sciolta: non è cotonata). Ma nessun utero protettivo: ciascuno è nella sua ‘(dis)comfort zone’.
Tranquillità scattante, asana yoga sul piede di guerra, niente di sciatto (e nessuno, vivaddio, chatta… È tutto dal vivo). Le ore di ieri (il passato ‘inutile’) sono agli sgoccioli, sento odor di grandi piogge (Après moi le déluge).
Mi accoccolo a fianco di Chloe, lei dà l’occhei (la notte occhieggia sempre più a giorno). Maxwell e D’Angelo (due crooner cool & lounge da deriva dei sensi) ci cullano onda su onda, per poi sbatterci sulla battigia: di lì ci rotoliamo duna su duna (i divani sembrano moltiplicarsi e svuotarsi: ma sono tutti lì sdraiati o accovacciati che pendono dalle labbra l’uno dell’altra: aristocratica democrazia).
Un brivido percorre le mie regioni (e ragioni) più profonde. Spiaggiato ma felice. Estradato dal mondo, mi rotolo sulla sabbia dei miei ricordi (quelli futuri: Diana ha invertito le lancette del tempo), pronto a non tradire la mission della serata e a spiccare il volo (e poi, tra non molto picchieremo duro, se virtualmente o viziosamente non lo so ancora).
Cambiamo posto. Ci accoglie Yin Yang: due poltrone fuse insieme – materiali che si incontrano, concavità e convessità che si alternano e si compenetrano: elementi di un ossimoro in progress (ma ‘regressivo’), copula per coppie di in-dividui di-versi ma in-separabili. Tutto secondo programma (e pentagramma).
«E non confondiamo scienza con coscienza (Diana continua a sorseggiare, da fata, l’assenzio). Se per Darwin è migliore chi sopravvive – quindi, per lui non è questione di mera ‘qualità’ o di ‘analisi del valore’ –, per Nietzsche, e per me, il migliore è il più ‘riuscito’. Solo lui ha diritto alla vita. Perché in lui c’è potenza di vita, dinamica – non statica – esistenziale. Detto così, sembra crudo, crudele, inumano, meccanicistico, ma non lo è affatto. Tutt’altro, è umano e anche spirituale: il ben-riuscito è la summa e il prodotto di qualità e virtù (nel senso di valori) di provenienza la più variegata (soprattutto, divina – dall’Alto): dalla bellezza di facciata (non è un’offesa, è un vanto) alla linea di sangue (non è un vanto, è un vento – soffia come e dove vuole: ma ha un’Origine…). I ‘ben-riusciti’ non sono i raccomandati, i più ‘dritti’, i più furbi, i più ricchi, gli sgamati… Sono i ‘migliori’, i ‘segnalati’ – e ‘segnati’ (quali? Lo intuisce il vostro cuore ‘profondo’. Lui bussa alla porta – vi ‘sceglie’ – voi siete liberi o no di aprire: la vostra libera ‘risposta’ al Suo libero ‘appello’). Sono loro – gli eletti dall’Origine – i ponti (sospesi) verso il Superuomo. E la mia non è solo kalokagathìa, mito della bellezza e della bontà, ma è qualcosa di più profondo, di meno epidermico. È signum aeternitatis (immancabile, la ‘siringata ipodermica’ di Diana). I ‘malriusciti’, gli uomini-frammento (una ‘legione’…), sono sia il ‘gregge’ sia i ‘porci di Gadara’. Come direbbe Laing, sono in formazione ma viaggiano fuori rotta. Noi, invece, uomini e donne sull’orlo della crisi (la Krisis: la scelta-Kairòs), siamo rotti, siamo ‘a rota’, faremo i rutti, ma almeno siamo sulla rotta…»