venerdì 24 novembre 2017

MILLION DOLLAR BABY (cover)


La filosofia mi tira, la teologia mi attira, la psicologia mi attrae, la spiritualità mi atterra… (mi atterrisce, ma di terrore sacro.) Ma la fede mi porta in alto - Il Terribile è accaduto!
Ho rivisto Million Dollar Baby e ho compreso una volta ancora che la vita bisogna afferrarla, per poi lasciarla andare sulle onde dello Spirito. Anche se tutto questo può portare, in taluni casi (il film ne è testimone), alla morte per eccesso di vita: un voler quasi tranciare il filo dell’esistenza, dopo aver cavalcato la tigre, affinché dall’existenz minimum si passi alla massima vita.
E se ciò – il forzare il passaggio oltre il ‘velo’, squarciandolo – può non essere moralmente plausibile, so pure che la Sua benignità dura in eterno…
La ragazza da un milione di dollari (Hilary Swank/Maggie) mostra una sua fede, sia pure apparentemente aliena dallo Spirito; altrettanto dicasi dei suoi coach (Clint Eastwood/Frankie e Morgan Freeman/Scrap). Una “trinità” – Maggie, Frankie e Scrap – che ben rappresenta ogni tri-unità ‘corpo-anima-spirito’ nei suoi complessi intrecci e intersezioni (l’olismo che supera ogni mera unità).
E poi, il quarto (con e oltre Jung): lo “spettatore”, che ben comprende come la profondità della Realtà sia così oscura da confondere ogni nostra morale e moralina. Ma se riusciamo a liberarci dalle catene – a scatenarci – possiamo comprendere il vero significato dell’esistenza. Un’esistenza che può essere “guerra e pace”, purché sia degna di essere vissuta: questo vale per Maggie, malgrado la sua scelta estrema – e vale anche per Frankie che in Maggie – Mo Cùishle (il “mio sangue”, il “mio tesoro”, come segretamente la chiamava in gaelico) – aveva trovato una ragione in più per vivere. Non solo, anche qui, come per l’Aisha del mio post (Fighter), c’è, dopo qualche forte resistenza, l’accettazione, consapevole e ammirata, della donna da parte dell’uomo.
Qui mi fermo e, al posto di Frankie e Maggie, vi lascio con Lorenzo e Gaia e alcune gocce di pioggia a Jericoacoara. E lasciate che la pioggia vi bagni. Purché non vi raffreddiate...

“E come dicono piacesse a una fanciulla svelta il pomo dorato che le tolse l’impaccio della sua ritrosia, mi piace.” Di morso in morso, sempre più vicino al torsolo… Lorenzo, dimentico della Genesi (e memore di Catullo), clonò il suo sorriso: solo allora si rese conto – forzando un po’ i tempi – che due incontri casuali in così breve tempo facevano bingo (più che ambo) nel campo delle leggi statistiche (che lui ben conosceva, da un esame marginale del suo piano di studi) e che si accingeva a rientrare, per l’ennesima volta, nell’accidentato territorio di Jung e delle sue sincronicità. La situazione non era però impilabile in quella della piscina: l’intreccio di libro e gambe configurava uno scenario ben diverso.
«Conosci Laing? Mi riferisco a erredì Laing (Lorenzo calcò intenzionalmente sulle iniziali R. D. per giocarci un po’), il guru della pazzia...»
Scagliata la prima pietra, il tempo di un respiro, fatta una breccia nella muraglia, cominciò ad avvolgere (come non era solito fare) l’inerme fanciulla nelle sue spire.
«Sì, il guru: beh, sai, la posizione del loto stimola!»
Lorenzo non riuscì a trattenere la banalità intellettualoide, arrotando pure la erre, ma la ragazza valeva ben una messa (...in moto, di ogni sua risorsa).
«Touché!» lei di rimando.
Ormai il contatto era on – l’anglicismo è qui d’obbligo in onore di Ronald – e la luce si accese su (e in) entrambi. Non particolarmente vivida, ma più che sufficiente a illuminare per una decina di minuti il percorso tra lo psicanalitico e lo spirituale che si era inaspettatamente avviato, complice Ronald David Laing, il guru scozzese dell’antipsichiatria, il mentore di Lorenzo.
«Di Laing, e parlo del ’68 – che qui da noi era poi il ’69, l’anno del mio debutto in una bollente Firenze (e dintorni, Pisa soprattutto) –, mi aveva colpito il suo approccio esistenzialista. Mi sembrava quasi un Sartre più nauseato del solito, ma ciò che più mi attraeva era il suo cotè metafisico, spirituale, al di là del velo.»
Il fiotto delle parole fu quasi orgasmico. Lorenzo poteva, finalmente, permettersi di parlare alto.
Era da un bel po’ di tempo che non usava il sermo compositus per titillare e avvincere, se non convincere, gli interlocutori (le ultime frequentazioni di chiesa, gente spesso alla buona, e quel che rimaneva dei suoi cerchi di amicizie avevano abbassato il suo ‘tono’). Lui amava la varietas e la mutatio. E riusciva a passare, in un battito d’ali, dal sublime al terra terra. Ma quel che più detestava era l’analfabetismo culturale, il balbettio o la logorrea senza ratio pneuma. E i palloni gonfiati. Ma soprattutto, i talenti sotterrati. Non riusciva proprio a comprendere come si potesse vivere senza cultural literacy. Lui valutava le case, e le persone, dalle loro librerie…
«Certo, Laing. Se non fosse stato per lui, anch’io sarei rimasta al muto cicaleccio quotidiano. Oppure, all’happy hour, al brunch, al grunge... Niente di male, per carità. C’è il tempo per i voli pindarici e quello per le scivolate e le bischerate (qui Gaia toccò le corde del Lorenzo alla fiorentina, già a mezza cottura…). Ma io, allora, e parlo di solo un paio di anni fa, volevo, non solo conoscere, ma sapere. Penetrare nelle cose. Coglierne l’essenza. Pistis e Sophia, fede e sapienza. Ed ecco che, in un incidente di percorso, andai a sbattere contro Ronald. Se sei pronto, il maestro non si farà attendere… E lui mi venne incontro. Come ti ho detto, più che un incontro, fu uno scontro. Uno sgambetto, un colpo a tradimento. Un deragliamento dal binario delle mie robotiche certezze. Prima robuste, poi indebolite. Se non fossi inciampata in Ronald, avrei continuato a bighellonare tra vetrine e display. Oppure sarei rimasta in sosta, al palo o da velina (il massimo immaginabile, ma c’è pure il minimo…), in quel grande parco-macchine che è il mondo. Magari girando e girando in cerca di un posto… Una gogo girl tra tanti gogo boys. Ma lui era dietro l’angolo e mi colpì alla testa.»
Gaia finse di massaggiarsi la tempia destra (il ‘cervello destro’?) e continuò la corsa, premendo l’acceleratore.
«Un libro. Sì, è stato proprio un libretto a cambiarmi la vita. A introdurmi in nuovi territori, inesplorati. Con strani abitanti. A farmi navigare su mari lontani, e pericolosi. Una cosa tra le cose, un volume affondato nell’oceanica biblioteca di Babele di questo caotico cosmo quotidiano. L’ossimoro che si fa emozione, la bellezza che dà ossigeno all’anoressica realtà, una flebo di vita ‘autentica’ per disintossicarsi dalla tisica quotidianità. Un libro trans contro l’anossia dell’esistenza. Spruzzi e sprazzi di vernice spray sul muro bianco della mia vita (anche se ho letto da qualche parte che “L’uomo è un foglio bianco, su cui l’ambiente e la società incidono delle linee precise). ‘La politica dell’esperienza’, il libro che tu ben conosci, trovato per caso (ma il ‘caso’ è il ‘cacio sui maccheroni’ della quotidianità) su una bancarella di libri usati, fu proprio una mazzata. Una scossa, in particolare la sua chiusa: “Se solo potessi convertirvi, condurvi fuori dalle vostre meschine menti, se potessi comunicare con voi, allora sapreste.” E io seppi, ma non mi fermai lì, andai oltre…»
Solo un attimo di sospensione, e poi la stoccata finale.
«A proposito, se incontri il maestro, abbraccialo, bacialo e poi… uccidilo.»
Un lampo, un flash-back nello spin del tempo: fu proprio alla svolta dell’ultima pagina del fatidico 1991 che – complice un ‘supporto’ umano (e un altro paio a far da ‘volano’) – Lorenzo si ‘risvegliò’, rientrando in sé come il figliol prodigo (pur non avendo vissuto, salvo qualche intemperanza – so’ ragazzi… –, alla maniera dissoluta di questi). Ma, passato il momento di lucidità, non sempre era riuscito a sfuggire al cappio dell’immancabile (sia pur sempre meno frequente) ricaduta, ripetutamente risucchiato dall’esistenza ordinaria.
Come un sonnambulo o, peggio, un robot, aspirato dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dai suoi desideri, dalle sue sensazioni, dalla bistecca che mangiava, dalla sigaretta che fumava, dall’amore che faceva, dal bel tempo, dalla pioggia, dall’albero vicino, dalla vettura che passava... Pur non rientrando appieno nella tipologia (comune, diciamo pure maggioritaria) dell’uomo sonnambulico, o eterodiretto, non sarebbe di certo sfuggito all’occhio levantino di monsieur Gurdjieff (anche se Lorenzo non fumava).
Fasi up e fasi down. Up nella sua volontà, down nelle viscere del suo subconscio. Qualche volta il ribaltone. Guai se il down esteriore fosse stato, abitualmente, in fase col down interiore… Che risonanza! Anzi, che dissonanza. Stonata: depressione, vuoto, oppressione, letargo. Ma ora i due up si erano riallineati e Lorenzo, sospinto fuori dalla caverna delle ombre vaganti, si era ri-risvegliato (se così si poteva dire) quel che bastava per continuare quel cammino sul ponte, così pieno d’intralci e intoppi (e scivoloni), che pure – così almeno gli era stato profetizzato anni prima – lo avrebbe portato verso una meta luminosa.
Un faro al termine della notte: da tempo premonizioni, intuizioni e segni vari (bagliori) gli avevano fatto intravedere squarci di un mondo ‘autre’, di un’altra dimensione della realtà. E una chiamata a una vita diversa...
“Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione ... Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario ... Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” Il viaggio alla Céline (anche se Lorenzo oscillava più tra Céline Dion e Dion Fortune, tra la cantante e l’esoterista) lo stava portando dal fondo della notte verso un’alba dorata. Lui che, come Salgari, suo compagno di fanciullezza, viaggiava soprattutto a cavallo della fantasia. Anche in questo cavalcava la tigre.
L’immaginazione al potere. E Lorenzo, immaginifico com’era, sarebbe certamente diventato re… Circostanze e coincidenze gli avevano dato delle indicazioni ben precise e lo stavano accompagnando, mano nella mano, talvolta con strattoni, verso la corona – Keter –, la ‘sfera’ più in alto sull’’albero della vita’. Oppure, anche senza scettro, nella giusta direzione. Giusta ma non ancora a portata di mano, o di vista (se non del terzo occhio: l’oculus fidei).
Se fino ad allora tutto era andato a rilento, ora ebbe, dentro di sé, la sensazione certa che tutto avrebbe cospirato a farlo andare, e quanto prima, verso la meta. Non solo quella eterna: già un primo traguardo – e che traguardo! (ma lui non lo sapeva ancora) – in questa vita. Saltando, zompando, cabalisticamente, dal tempo circolare – l’eterno ritorno – dei primordi al tempo cubico – lineare – del futuro: scagliato come un dardo verso il traguardo.
Morte, dov’è il tuo pungiglione? Dalla vita ‘muta’ alla vida loca. Dal Mito alla Storia… Ma sarebbe stato pur sempre un futuro ‘mitico’. Luminoso, gioioso, focoso. Vitale, vitalistico, pieno di slancio. Olistico. Senza più affanno e viso abbattuto. Non più come Caino. Al contrario, sarebbe corso verso la meta ridendo, danzando, con una mano verso il cielo e l’altra puntata verso la terra.
Dionisiaco e apollineo. Filosofo e poeta, avrebbe inghiottito il tempo in una folle risata. Non più l’Adamo scacciato dal giardino (si era forse scocciato?), Lorenzo, ma lo Zarathustra disceso dal monte (e come rimase scioccato!). Per lui, che nicciano era fino al midollo, diciamo pure fino all’ossimoro (e non nicchiava più), era giunto il momento (divino, malgré Nietzsche) di trangugiare tutto d’un fiato il ben poco sciropposo Gilles Deleuze e la sua salata citazione internettiana, scippata a un sito di ‘cultura non conforme’: “Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche.”
E Lorenzo aveva deciso di ridere.


domenica 12 novembre 2017

DOMUS IN FABULA


DOMUS IN FABULA
È domenica – ogni giorno porta la sua “pena” (e “penna”) – e mi sento in modalità (vena) poetica. Da tagliar le vene. Ed ecco che ripropongo la mia introduzione, di circa 30 anni fa, per il mio progetto (pubblicato su un libro dedicato) per il concorso “La casa più bella del mondo”.

Era l’alba, il momento più degno per l’incontro cui tanto aveva anelato.
Si avvicinò al
locus: il genio aveva ghestalticamente ricomposto le mille tessere in quarant’anni gelosamente serbate. “I have a dream” si trasfigurò: la sua domus era lì, del sito proserpina, eppur ecumenica.
Nell’aura dai colori non ancora accesi, il portico audace tentò l’approccio, baroccamente giocoso, novecentescamente solenne. Incuriosito, come bambino quarant’anni addietro, scartò la pur breve scalinata, infilò la rampa di sinistra, sospinse l’uscio ed entrò: una luce soffice lo accolse mentre s’incamminava incerto verso qualcosa che gli appariva un curioso dialogare tra reale e virtuale.
Scartò la scala di sinistra e acquisì la tattile consistenza cromatica che l’imago autre offriva di sé sulla flessuosa parete di destra: eterna diatriba tra essere e non essere, o forse qualcosa di più semplice? Scelse la prima ipotesi e, baldanzosamente attratto da “sons et lumiéres”, s’affacciò nella cavea ellittica.
Improvviso s’elevò un urrà di benvenuto: elfi e umani lo avevano per quarant’anni atteso e ora pubblicamente lo ringraziavano. Ripresosi dallo stupore, gli parve persino di riconoscere figure settecentesche, perfettamente a proprio agio, così come cantava quel loro dialetto, così antico, eppur così vicino al suo. Improvvisamente, vicino al camino, tra le griffe spuntò il figlio che se n’era andato appena grande, forse rientrato nei ranghi dopo anni di romitaggio esistenziale.
Lasciò le sequenze che l’ultimo videoclip affastellava sulla parete e, sentendo il desiderio di allontanarsi un po’ da quel clamore, volle ritirarsi nella stanza appena discosta dall’ingresso.
La porta era socchiusa; la sospinse, e si meravigliò assai vedendo lei, che l’aveva abbandonato, e i suoi vecchi, in un unico abbraccio. Salutò con familiarità, quasi non avesse subito il distacco, prese lei per la mano e salì le scale; ma tale era lo stordimento, più di quanto volesse far credere, che salì per la rampa
“trompe l’oeil”, accompagnato da chissà quale genio.
Superato l’ultimo gradino, si affacciò dall’alto sulla cavea ancor echeggiante e la immaginò vuota: in essa avrebbe potuto sistemare per sé, per la moglie e per il figlio, l’ufficio dell’operatore immobile, eppur collegato col villaggio ecumenico. Per la sua intimità, e per i messaggi col villaggio cosmico, pensò invece a una sala al piano superiore, dove, nelle notti stellate, la cupola, una volta aperta dalla magia dell’elettronica, gli avrebbe dischiuso tutti i luoghi delle sue eterotopie.
S’immerse in queste digressioni, la mano di lei ancora stretta, la cupola ancora dischiusa sullo spazio irreale che virtualmente si apre oltre la coscienza, quando un improvviso temporale gl’inseminò il capo: pensò allora che forse una più stabile copertura, magari colorata d’azzurro, avrebbe garantito la pace domestica.
                   

mercoledì 1 novembre 2017

DOPPIO SPECCHIO

 DOPPIO SPECCHIO

Oggi è giorno di festa e lo voglio celebrare, non con uno, ma con due racconti, tratti dalla sapienza orientale. Tema: realtà e illusione – ricordando che Occidente e Oriente, almeno nella Sapienza, s’incontrano, pur con accenti differenti.

LA REALTÀ (Lo “specchio sporco”)
C’era una volta un uomo seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città. Un giovane si avvicinò e gli domandò: «Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?»
Il vecchio gli rispose con una domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?»
«Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di andarmene di là.»
«E così sono gli abitanti di questa città…» gli rispose il vecchio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:
«Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?»
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?»
«Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto davvero molta fatica a lasciarli.»
«Anche gli abitanti di questa città sono così» rispose il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni, e quando il secondo giovane si fu allontanato si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:
«Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?»
«Figlio mio – rispose il vecchio – ciascuno porta il suo universo nel cuore… Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici nell’altra città troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, le persone sono ciò che noi troviamo in loro…»

L’ILLUSIONE (lo “specchio rotto”)
A Mullah Nasruddin era giunta voce che la moglie lo tradisse. E gli avevano pure indicato il luogo (sotto la grande palma appena fuori città) e l’ora degli incontri clandestini (a mezzanotte in punto). Non sapeva però chi fosse il rivale.
Il pensiero del tradimento e la gelosia lo divoravano giorno dopo giorno. Ormai la sua era diventata una fissazione, una mania… E dal giorno della triste rivelazione aveva cominciato a soffrire anche di fobie e attacchi di panico; per non parlare degli stati d’ansia, della vergogna (erano ormai molti mesi che non frequentava più nessuno per paura dei commenti) e della depressione che lo buttava sempre più giù. Era ridotto a uno straccio…
Un giorno prese il coraggio a due mani e disse fra sé e sé: devo far fuori il mio rivale! Si preparò psicologicamente a puntino, si rimise in sesto, disse in anticipo le preghiere riparatorie, si armò di tutto punto e andò di soppiatto sul luogo deputato, Era quasi mezzanotte, luna piena, nessuno intorno, solo una leggera brezza e il sommesso vocio degli animali notturni…
Salì sulla palma e iniziò ad aspettare. Mezzanotte: niente, mezzanotte e mezza: niente… Ma lui imperterrito, sempre più carico di rabbia e indomito coraggio.
L’una, le due, le tre, l’alba… All’improvviso, il flash: ma io non ho moglie!




lunedì 30 ottobre 2017

L’ULTIMO VALZER (remix)


L’ULTIMO VALZER (remix)
Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini… 
Non sarò il Walt Whitman di “capitano, mio capitano”, nondimeno quel che ho alle spalle e quel che ho davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che ho dentro (per dirla con il mio amato Ralph W. Emerson). 
Ho appena postato sul blog che, in un accesso di “postorrea” (ogni tanto, da logorroico, potenziale, invento una parola), ri-posto – ed è la prima volta, che ricordi. Ma non posso farne a meno: ho appena avuto un flash e ho provato una tale gioia che ho pensato che Dio fosse tutto solo per me e che non appartenesse a nessun altro… (è una cover di un post di fine anno, ma tant’è).
Ed ecco che mi torna il mente il buon Ruysbroek, il mistico fiammingo che ha colorato qualche different corner – per cantarla con il semprevivo George Michael – di un paio delle mie tele librarie (Gocce di pioggia a Jericoacoara e Prendi la PNL con Spirito!). 
Del resto, “chi cerca perle deve tuffarsi in profondità” (John Dryden); e poi: “La vita è come una piscina: bisogna tuffarsi e, bracciata dopo bracciata, raggiungere l’altra sponda…” (come ha scritto la coach Nicoletta Tedesco, che ho appena ripescato).
Ma ecco Ruysbroek:
Dalla gioia, che appena abbiamo terminato di descrivere, nasce un’ebbrezza spirituale che consiste, per l’uomo, nell’essere ricolmato di maggiore gustosa dolcezza e gioia di quanto il suo cuore ed il suo desiderio possano augurarsi o contenere. 
L’ebbrezza spirituale produce molti effetti strani. Mentre gli uni cantano e lodano Dio per eccesso di gioia, altri versano lacrime abbondanti per la grande gioia del loro cuore. In quelli si manifesta un’agitazione di tutte le membra che li costringe a correre, a saltare, a danzare; negli altri l’ebbrezza è così grande da far battere le mani ed applaudire. Uno grida ad alta voce e manifesta così la sovrabbondanza di quel che sente dentro; l’altro, al contrario, ammutolisce, sprofondando nelle delizie che prova in tutto il suo essere. 
Talvolta si è tentati di credere che tutti facciano la stessa esperienza; oppure ci si figura, al contrario, che nessuno abbia mai gustato quel che ciascuno sperimenta in se stesso. Sembra che sia impossibile veder sparire questa gioia e che di fatto non la si perderà giammai; e ci si meraviglia talvolta che tutti gli uomini non diventino spirituali e divini. Talvolta si pensa che Dio sia tutto per noi soli e che non appartenga a nessun altro che a noi stessi; talvolta ci si domanda con ammirazione cosa mai sia tale gioia, donde venga e cosa sia quel che ci accade. 
È la vita più deliziosa che un uomo possa conoscere sulla terra, in quanto gioia sperimentata. E talvolta le gioie son così grandi che il cuore crede che stia per spezzarsi…

Questa è l’ebbrezza spirituale. 
E qual è la gioia, di cui Ruysbroek parla nell’”Ornamento delle nozze spirituali”, che produce l’ebbrezza spirituale e che persiste anche dopo l’inebriamento dell’anima?
“La dolcezza, di cui abbiamo ora terminato di parlare, fa nascere nel cuore e nelle potenze sensibili una gioia tale che l’uomo pensa di essere tutto avviluppato interiormente dall’abbraccio divino dell’amore. 
Ora, questa gioia e questa consolazione sorpassano in dolcezza, per l’anima e per il corpo, tutto quello che il mondo intero può dare di tal genere, quand’anche un solo uomo potesse esaurirne in se stesso tutta la pienezza. È così che Dio si diffonde nel cuore, per mezzo dei suoi doni, e vi spande una così grande e gustosa consolazione ed una tale gioia che il cuore interiormente straripa. 
Allora si comprende bene quanto sono miserabili coloro che restano al di fuori dell’amore. La gioia così provata fa quasi sciogliere il cuore, tanto che l’uomo non può più contenersi sotto l’abbondanza della gioia interiore.”

Per concludere con il mi(s)tico Rumi: «Quando il liuto intona la melodia, il cuore, impazzito, spezza le catene».
Anche perché vivere è saper disegnare senza la gomma per cancellare…

I CARE 4 YOU

I CARE 4 YOU
La Cura
In momenti di travaglio (Marco compreso), quando le masse si agitano in cerca di rimedi plateali, allora gli individui ‘assoluti’ (nel senso di ‘sciolti’ dalle contingenze) ai vaccini sostituiscono altri tipi di ‘cura’ (qui intendo la Cura heideggeriana o, su vibrazioni analoghe, quella di Battiato).
Anch’io potrei proporre la mia, ma forse non è ancora il mio kairòs. In attesa di lanciare nell’etere stralci più sostanziosi), vi delizio (sfizio, vezzeggio, titillo…) con un flos de floribus dal mio Gocce di pioggia a Jericoacoara. Lasciatevi bagnare ancora una volta: il deserto avanza, guai a chi cela dentro di sé deserti…

“Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie. Quello che veramente ami, non ti verrà strappato. Quello che veramente ami è la tua vera eredità.” Un flash su Ezra Pound e uno su … Lorenzo!
Lo baciò con labbra riarse e ansiose. Astonished, stordita, stonata, si lasciò sommergere dall’emozione sottocutanea, riuscendo, tuttavia, a rimanere in apnea. Ape regina, come sempre. Vaccinata, mitridatizzata dagli eventi dell’ultimo mese, si lasciò andare senza chiedersi perché.
Why? L’impatto con Lorenzo, scaturito dalle profondità del tempo e del cuore, fu ancor più fibrillante, ‘crono-cardiaco’, ma venne facilmente riassorbito da Arianna, quasi che lei fosse fatta di materiale pathos-assorbente (o ‘fatta’ di oppio, ma quello ‘puro’ – senza ‘tagli’ – di Emmanuelle a Bangkok).
“Aprirai gli occhi all’improvviso e ti guarderai intorno e, nel caos dell’universo, guarderai qualcuno e ti renderai conto del fatto che voi due vi vedete e che tutto il resto è caos.” Ben oltre la PNL di Richard Bandler, i neuroni e le lingue, non più programmati, si rincorsero e si sciolsero. Poi si riannodarono. Una folata improvvisa. Lusso emozionale, flusso irrazionale; colate laviche, dilavanti, dilaganti (la ragione in stand-by, i sensi al galoppo, la passione a bolina). Blow-up.
Shut up and drive... Lorenzo scivolò in un abbraccio nodoso. Fluviale. Lei si fece lago. Loro stretti, tutti gli altri al largo. Nel silenzio iniziarono a correre. E la passione montante cominciò a sgomitare tra la folla impazzita (sorpresa, gioia, alcol, droga, ebbrezza spirituale? Di tutto un po’. Manhattan sceccherato). I loro cervelli (soprattutto quelli della coppia vincente): nidi di rondine, volute allungate dall’assenzio alla Modì (pasteggiato durante il party), fate verdi, e ignoranti, vaganti in pieno deserto di serotonina. Amrita? Ciceone? Cicuta? Comunque, nettare degli dèi… Lei, armata dei suoi sogni, disarmante nella sua schietta passionalità. Lui, ormai uomo (super) capace di tirar fuori – dalla donna – la donna (super). Altro che softie. Un ‘duro’. In ogni caso: zitta e pedala!
Parafrasando Whitman, tra i rumori della folla se ne stavano loro due, felici di essere insieme, parlando poco, forse nemmeno una parola… Silenzi, sospiri, solo il battito dei cuori (non solo i loro – c’è ancora vita sulla terra). Sursum corda, il nodo gordiano era stato tagliato. Ed era giunto il momento di godere. Di ogni cosa. I nodi erano venuti al pettine. E ora cominciavano i colpi di spazzola. L’ossitocina prese il volo (come la colomba di Noè) e con lei il testosterone, prima passero solitario poi aquila delle vette. Tornarono tutti (i pennuti) con orchidee selvagge: le acque del diluvio si erano ritirate ed era comparso l’asciutto (con loro spennati: effetto del party, un po’ lubrico un po’ kubrik). Another brick in the wall. La terraferma era all’orizzonte. In direzione oriente.
“Nessuna sventura può colpirmi quando ella mi concede un bacio.” Le sue labbra stillavano latte e miele. Le colline era di nuovo in fiore. Le vette puntute raffrescate da folate di Spirito e bagnate da scrosci di Passione. L’Amore dell’Amore… I dirupi, dilavati da cascate di dionisiache voglie e apollinei chiarori. Venerei chiari di luna sui corpi marziali, eroticamente belligeranti. Il ditirambo di sguardi aveva sostituito il mambo del diggei, virando sul più caliente tango, ma l’aria rimaneva pur sempre sciccosa. Anzi, sempre più. Colorata di Blue in green (le pennellate di Miles Davis, la tela, invece, offerta dalla ditta, la prodiga Archirama Do-It). Suggellata dalle note guitar da ultima Thule (o primo Eden) di Kyle Eastwood e del suo rugiadoso Iwo Jima. L’atmosfera c’era tutta, la realtà pure.
“E correndo m’incontrò lungo le scale: quasi nulla mi sembrò cambiato in lei. La tristezza poi ci avvolse come miele, per il tempo scivolato su noi due.” Mentre le parole di Colin Muset, poeta trovatore della Renaissance, continuavano a palpeggiare le furbe rotondità di Arianna – e Guccini si dava parimenti da fare per incastonare le sue perle da piano-osteria – Tomás e Galatea, sbucati dal nulla, si buttarono anche loro nell’agone. La coppia divenne ben presto un quartetto, un ottetto, una legione… E tutti, agognanti e agonizzanti, incantati e incartati, fecero bisboccia fino alle quattro del mattino. Poi di corsa alla chiesa Wonders ‘n Miracles.
                                                                                                          

venerdì 27 ottobre 2017

VERBA VOLANT (E VOLUNT)



VERBA VOLANT (E VOLUNT)

LA PAROLA COME AGENTE DEL CAMBIAMENTO

«Le parole dei sapienti sono come delle frecce, come dei chiodi ben piantati…»
 (Qoèlet, nell’Antico Testamento).

Costruire ponti e non muri.

Suona la parola la malvestita realtà…
Pensaci bene: quante volte le tue parole, che pure avrebbero meritato un ascolto attento e partecipe, sono scivolate via come acqua sul vetro. Quante volte sei rimasto inascoltato, quante volte hai parlato al vento?
Per dirla in musica: parole parole parole… Fiumi di parole, fiumi di parole, prima o poi ci portano via…
Le parole: molte volte sono solo “fumus”; altre volte scorrono a fiume: ti travolgono ma non ti sconvolgono (nel bene e nel male). Può, talvolta, però accadere che una certa parola ti tocchi, penetri in te, si fissi nell’anima come un chiodo ben piantato, faccia breccia nel tuo cuore e ti cambi la vita.
Queste sono le parole dei “sapienti”.

E con questo arriviamo al punto: le parole vestono (o svestono) la realtà – la parola, quando è articolata in modo sapiente, è in grado di creare o trasformare la realtà.
Nel mio primo articolo (http://irbuk.com/chiamale-se-vuoi-emozioni/) ho parlato di emozioni, nel secondo (http://irbuk.com/dal-coaching-a-una-dimensione-al-coaching-olistico-e-transpersonale/) di coaching. Rimanendo sulla stessa lunghezza d’onda, si potrebbe dire che le parole, non solo agiscono sulle emozioni, ma possono anche “guidarle”: un leader può “manovrare”, nel bene e nel male, i suoi seguaci, e non solo, mediante l’uso strategico della parola (non solo cosa dice, ma, soprattutto, come lo dice).
Ma questo vale in generale: una parola efficace può suscitare interesse nell’interlocutore e far sorgere in lui una reazione immediata e sincera – può interessarlo ed emozionarlo.
Si stabilisce, così, un dialogo che mette in sintonia le due persone: la parola diventa un ponte (dia-logos) gettato tra due sponde, due realtà, due mondi, i quali tendono ad avvicinarsi, a collaborare, arricchendosi reciprocamente.
La parola abbatte i “muri”, oppure li “colora” (le parole possono abbellire come dei murales), li scavalca, li sottopassa… Qualche volta ci sbatte contro.

L’uomo come essere parlante

L’uomo è l’essere parlante.
“Parlessere”: così lo psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan definiva l’intrinseca inscindibilità tra uomo e linguaggio – uomo e parola sono un tutt’uno.
Infatti, il linguaggio, più che acquisito e costruito con lo studio e l’esperienza, si configura come una “rete” che permea l’uomo sin già prima della nascita: secondo Lacan non è l’uomo che “parla un linguaggio”, ma è “il linguaggio che parla l’uomo”.
Il linguaggio non è, quindi, solo un semplice mezzo di comunicazione, ma è una struttura da cui l’uomo dipende e dalla quale è determinato.
Per dirla nei termini della “linguistica strutturale”, il linguaggio – la langue (la lingua “sociale”, astratta) – si fa parole (lingua “individuale”, concreta) e la parole si fa atto, tant’è che, in ambito socio-linguistico, si parla di “atto linguistico” (speech act). 
In pratica, tutto è nella parola: «nessuna cosa è dove la parola manca». (Heidegger – citazione tratta dalla poesia Das Wort di Stefan George).

La parola: nomen omen

La parola “nomina” le cose, le contrassegna, le crea. Basta la parola…
La parola: “suono su una faccia, e pensiero sull’altra”. Parola coessenziale all’azione. Parola in movimento, in divenire, in estasi. Parola in cammino, parola attiva, dinamica, scoppiettante: più che “parola”, è “verbo”, azione che attende una re-azione.
Parola che grida quando più tace. Parola che canta, sussurra, piange. Nella parola balugina la spiritualità dell’anima. E questa si fa corpo. Per accoppiarsi e poi scoppiare. È la parola che dà sostanza, essere, alla “res”, alla cosa: la parola può diventare realtà.
Ho giocato con le parole… L’importante è che, oltre a sbloccare il “cervello destro” (l’emisfero cerebrale “creativo”, in genere sonnecchiante), le parole incidano nella realtà, siano delle frecce e delle spade taglienti, non solo spilli per inc… mosche (per dirla, crudamente, con Céline, scrittore senza peli sulla lingua).

Jung, il contraltare di Freud, parlando dell’opera di trasformazione delle cose operata dalle parole e dalla narrazione dei fatti, aggiunge:
«…le parole agiscono solo perché trasmettono un senso o un significato; in ciò consiste la loro efficacia. Ma il “senso” è qualcosa di spirituale. La si chiami pure “finzione”… Ma con una finzione noi agiamo in modo infinitamente più efficace che con preparati chimici (…) anzi agiamo perfino sul processo biochimico del corpo. Ora, sia che la finzione si produca in me sia che mi venga dall’esterno per mezzo della parola, essa può farmi sano o malato; le finzioni, le illusioni, le opinioni sono le cose più intangibili, più irreali che si possano immaginare, eppure da un punto di vista psicologico e perfino psicofisico sono le più efficaci.»
Rileggi ora con calma il brano precedente e rifletti sul senso complessivo. In ogni caso te lo riassumo, anche perché sintetizza lo spirito di questi miei articoli: le parole, se usate “strategicamente” (fosse pure con l’utilizzo di stratagemmi e finzioni verbali), sono il più potente agente di cambiamento psicofisico che si conosca…”

Le parole: men at work

Vediamo ancora come le parole possono diventare un fattore di condizionamento e cambiamento. Ti do ora alcuni esempi di uso mirato e creativo del linguaggio.
Primo esempio: «Ogni giorno noi ci troviamo a combattere tra due poli: la voce della fede e quella della sconfitta.».
Sì, la frase ha un senso, anche profondo, ma può far fatica a radicarsi nella mente e, soprattutto, nell’anima. Leggi ora in inglese (ossia nell’originale) la seconda parte della frase: … the voice of faith and the voice of defeat.
Il gioco di parole, non solo è più simpatico, ma è più efficace, più pregnante – e non è solo un gioco, ma è un fuoco… (focus, ossia attenzione, concentrazione, messa a fuoco): riesce, infatti, a imprimere più a fondo il concetto.
Secondo esempio: è senz’altro più incisiva (e probabilmente rimarrà più impressa nella memoria profonda ed entrerà nella mappa mentale), per un inglese, la frase: the sin is a “defeat”, not a “defect”, piuttosto che la sua versione italiana: il peccato è una “sconfitta”, non un “difetto”.

Abbiamo visto due esempi molto elementari di uso del linguaggio a fini, non solo ludici, ma funzionali. Comunque, non c’è niente di nuovo: in molti testi della Tradizione (nella Bibbia, per fare un solo esempio – ma ce n’è in ogni cultura) non si riesce a star dietro alle centinaia di assonanze, giochi di parole e simbolismi atti a imprimere a fondo i concetti o a svelare il “mondo che c’è dietro al mondo…”
Niente di nuovo: fatto (o misfatto) è che la lingua si va sempre più appiattendo, con riflessi e ricadute negative sulle nostre potenzialità: sembra proprio che, con il passare del tempo, l’uso dell’emisfero cerebrale destro (quello “immaginifico”) sia andato man mano scemando.
Ma non è solo questione di caduta d’immaginazione (e di uscita dall’Eden): se dimentichiamo di stupirci di fronte al mondo visibile e invisibile che ci circonda, rimarremo istupiditi… 

Parole e PNL

Abbiamo parlato di parole. Abbiamo parlato anche di immagini: e ricorda che “immaginazione” significa: in me il mago è in azione (“magh” in origine significava potente, sapiente, sacerdote: ti ricordi i “re magi”?).
Programmazione, mappe mentali e immaginazione, rappresentazioni verbali… tutto questo ci rimanda alla Programmazione Neuro-Linguistica (PNL). Questa disciplina, o metodo educativo strategico, che approfondirò in un prossimo ebook, dà infatti grande importanza alle parole.
E non solo a quelle “dette” (le rappresentazioni verbali – e la comunicazione verbale, o CV),  ma anche alla comunicazione paraverbale (le pause, i silenzi, i vari intercalare ecc.) e alla comunicazione non verbale (CNV), ossia quella trasmessa – o “comunicata” – dai canali motorio-tattile, chimico-olfattivo, visivo-cinestesico (il “linguaggio del corpo” o body language).
Non per niente John Grinder – il co-fondatore della PNL insieme a Richard Bandler – dopo essersi laureato in filosofia si appassionò alla linguistica. Così anche due tra i maggiori filosofi del ‘900: Heidegger e Wittgenstein.
Per non parlare poi di Milton Erickson e del suo famoso Milton Model, costruito strategicamente in opposizione al Metamodello (anch’esso fondato sulla parola) e basato sull’uso creativo, suggestivo (dolcemente ipnotico) e strategico delle frasi, delle congiunzioni e delle interruzioni nelle sequenze verbali.

Ed è così che, grazie anche all’uso “charmant”, fascinoso, della parola – del suo suono, del suo “canto” (carmen, charme) – e al fatto che la parola, non solo è comunicazione, informazione e relazione, ma impone un comportamento (la parola informa, forma, conforma, trasforma, deforma…), la PNL si è affermata come una delle metodologie più valide, non solo nell’ambito delle tecniche di “accrescimento del potenziale umano”, ma anche in campo psicoterapeutico (e infatti, la si può fare rientrare, a pieno titolo, tra le “terapie brevi strategiche”).
Liberandoti dai lacci di un linguaggio limitato, puoi, in questo modo, aprirti a una comunicazione più aperta ed efficace con gli altri e, soprattutto, con te stesso.

Continuando a parlare dell’uso strategico e creativo della parola, ti devo a questo punto dare una perla (sperando che non sia calpestata…): l’intreccio e l’associazione libera di suoni, giochi linguistici, ossimori, paradossi, motti di spirito, simbolismi e voli pindarici, metafore, fiabe e racconti, sono un primo passo per accedere al mondo “immaginale”, transpersonale e spirituale.
In ogni caso, senza andare così in alto, sono tutti mezzi e stratagemmi che ti aiutano ad ampliare la prospettiva e la “visione del mondo”, in quanto fanno entrare in gioco il “cervello destro”.
Grazie a questo “reset”, verrai in possesso di una griglia interpretativa diversa della realtà che ti renderà più facile raggiungere i tuoi traguardi.

E siccome l’appetito vien mangiando, ecco qui due “applicazioni”: il primo è uno scioglilingua, il secondo è più gingillante, ti farà gongolare… (anche questo è un gioco di parole: ogni esercizio del genere elimina un tuo eventuale “blocco”).  
Fuor di celia, questi giochi di parole – ti invito a crearne altri – contribuiscono all’incremento delle sinapsi: sono un ottimo “integratore” per il cervello…
Primo scioglilingua (e lubrifica-cervello):
Oggi sono un fuoco di fila: ho appena infilato (rifilato direbbero i maligni) un medi-file al miele in un blog di scrittura sopraffine; e poi, per finire, un mini-file al fiele in un forum di filosofia, a dar fiato alla Sophia Perennis (un po’ sfiatata, per non dire sviata, in questo tempo smagato: non ci sono più le fate di una fiata!).
Ancora:
Lascio il gregge e il grigio salvagente della ragion pura e m’immergo nelle bianche acque dolci della fantasia peregrina: guizzante come pesce liocorno in cerca di un’oasi di sale, gingillo il mio corpo azzurro e sfarfalleggio le pinne rosa tra i suoni ondeggianti, galleggiando, adagiato sull’onda vaga, tra le setose parole fluttuanti.

L’ultima parola

Bene, ti ho introdotto al magico mondo della parola “creatrice”: fiat lux.
Vorrei chiudere e sintetizzare questo post con una citazione “favolistica”: nel romanzo di Lewis Carrol “Alice nel paese delle meraviglie” c’è una conversazione illuminante tra Alice, che si è persa nel bosco, e lo Stregatto:
«Vuoi dirmi, per favore, che strada devo prendere per andare via da qui?»
Il gatto sorride ad Alice e le risponde:
«Dipende da dove vuoi andare: dove vuoi arrivare?»
«Non saprei… purché riesca ad andarmene via da qui!»
«Beh, allora poco importa che strada prendi…»
Andare via, andare verso… (quo vadis? o per essere più “di pancia”: quo vado?): si tratta dei cosiddetti Metaprogrammi, di cui parlerò, insieme al Metamodello e al Milton Model, nel prossimo articolo.
E tu, quo vadis?