martedì 21 febbraio 2017

ALÈ NAMASTÈ OLÈ – ALOHA


ALÈ NAMASTÈ OLÈ
ALOHA

Inizio del post: un remake di un brano tratto dall’incipit del mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo? (N.B. Solo per coraggiosi, per quelli che amano giochi di parole, calembour e roba cantando: se volete, saltatelo e andate direttamente a: Bene, è partito, puntuale, questo martedì. ecc. ecc.).

Uccidimi dolcemente, ma uccidimi… Entra nel rovescio del mio mondo e affonda il tuo cultro lì dove gli altri hanno fallito. Trascrivo febbrilmente i loghia onirici, battendo sul tempo i famelici gargoyle del subconscio, spasmeggianti nevrilmente dalla brama d’ingoiarli nei lenti gorghi amnesici. L’oceano notturno si è ormai contratto in un’anoressica pozzanghera: solo i vortici di alcuni citri d’acqua dolce – i sogni che hanno bucato le porte di corno (quelli che verità li incorona se un mortale li vede) – sono sopravvissuti. V’intingo la mia plume mentale, strappata all’uccello nottaiolo attardatosi a oziare sullo spoglio ramo dell’ultimo ramingo albero della fuggente selva dell’oblio e… fandango.
Because the night belongs to lovers, because the night belongs to lust, because the night belongs to us… È l’alba, la notte è scappata coi suoi amanti, i dardi aurorali scippati alla febica faretra hanno colpito a morte le mie effervescenti passioni ctonie (ma rivivranno allo scoccare della mezzanotte) e i gendarmi del mattino hanno ammanettato le mie voglie corsare (adieu fuitina stellare con Jessica Alba… ogni notte un trip diverso).  
It’s too late to apologize. Non ho più scuse. Dalla radiosveglia la voce velvet del sempre cool Timbaland mi riporta sulla battigia. It’s too late… Lascio Garden of nights (il Village da dreamer radical-chic – niente di particolarmente osé: solo Muse e qualche strip) e mi butto giù dal letto.
Della notte mi è rimasto solo il sorriso: lentamente passo per l’ultima volta il dito sulle sue labbra di sogno, prima che si assottiglino e sublimino, impalpabili come labili fili evanescenti, al balenare delle prime pallide luminescenze diurne. L’eco narcisa degli ultimi sparsi frammenti onirici cerca invano di raggiungermi, ma ammutolisce spaurita davanti all’alba sorgiva, sfiatando pudica nel lete delle memorie fuggitive. No pain no drama: ho già trascritto le stille essenziali, lascio senza magone le vaghe stelle dell’orsa.
Il telefono squilla (l’ultima, definitiva, rupture al notturno soffitto di cristallo – di lì, rapito, posso mirare l’epifania degli dèi). Squallida cocotte, vattene per la tua strada… io sono fedele al mio computer (e pensare che fino a qualche annetto fa manco me lo filavo…). 
Lascio a letto i miei clandestini philosophes prêt-à-porter (nouveaux o anciens, tutti mi fanno il filo, ma io mi fermo ai preliminari), snobbo la cornetta – di giorno sono fedele – e vado a tirare.  
Slash-flash: qualche strisciata di piccì, per tenermi su. Inizia la mia giornata.

Bene, è partito, puntuale, questo martedì. Sottofondo, prima di iniziare a scrivere, VH1 (la rete TV musicale). Prima la Top Ten, poi, di colpo, l’ultima dei Depeche Mode, Where’s The Revolution: sorpresa…

You’ve been lied to, you’ve been fed truths. Who’s making your decisions? Where’s the revolution? …
Your rights abused, your views refused… They manipulate and threaten with terror as a weapon, scare you till you’re stupefied, wear you down until you’re on their side.
The train is coming, so get on board. The engine’s humming, so get on board!
Ti hanno mentito, ti hanno rifilato verità. Chi sta prendendo le tue decisioni? Dov’è la rivoluzione? …  
I tuoi diritti violentati, le tue opinioni rifiutate… Ti manipolano e ti minacciano con le armi del terrore, ti spaventano fino ad annientarti, ti sfiniscono fino a portarti dalla loro parte.
Il treno è in arrivo: sali a bordo! Il motore romba: sali a bordo!

Salgo anch’io a bordo, ma prima di salire, un po’ di meditazione mattutina (insieme a qualche esercizio fisico di risveglio) e, nell’aprire a caso la Bibbia (ma il caso è lo stratagemma che Dio usa quando non vuol farsi riconoscere…), ecco le parole di Proverbi 5,15-18a
Bevi l’acqua della tua cisterna
e quella che zampilla dal tuo pozzo,
Le tue fonti devono forse spargersi al di fuori?
I tuoi ruscelli devono forse scorrere per le strade?
Siano per te solo, e non per gli estranei insieme a te.
Sia benedetta la tua fonte…  
Che parole politicamente scorrette, fuori dal coro, lontane mille miglia dal melensume pseudo-altruistico di tante ciance (vanità delle vanità) che si sentono oggi!
Acqua viva al posto di tanta acqua stagnante (e la papera neanche galleggia…). E riguardo agli stranieri, non intendo tanto gli stranieri veri e propri, quanto i tanti estranei che vogliono inquinare, contaminare, contagiare la nostra vita. Pensando di fare la rivoluzione…
Ed ecco che le parole di Where’s the revolution? cascano a fagiolo. È forse il Karma? O è il Dharma? È la devolution? Ho quindi pensato di fare un cocktail (alcolico) di alcune delle parole delle prime quattro classificate a Sanremo: ed ecco il risultato. Alè, Namastè!

A chi trova se stesso nel proprio coraggio, a chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio, a chi lotta da sempre e sopporta il dolore: qui nessuno è diverso, nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero, perché niente finisce quando vivi davvero.
Ho lasciato troppi segni sulla pelle già strappata, ho cercato nel conflitto la parvenza di un sentiero. Ho sempre fatto tutto in un modo solo mio, poche volte ho dato ascolto a chi dovevo dare retta, ma non ne ho tenuto conto, ho sempre avuto troppa fretta…
Almeno tu rimani fuori dal diario degli errori, da tutte le contraddizioni, da tutti i torti e le ragioni, dalle paure che convivono con te, dalle parole di un discorso inutile.
Ho guardato nell’abisso di una mattina senza alba. Essere o dover essere: il dubbio amletico contemporaneo…
Ricordo la notte con poche luci, ma almeno là fuori non c’erano i lupi… E la paura frantumava i pensieri, che alle ossa ci pensavano gli altri.
Cambia le tue stelle… se ci provi riuscirai: prendi a morsi la vita!
Non è tardi per ricominciare, ma scegli una strada diversa… E ricorda bene: la vita che avrai non sarà mai distante dall’amore che dai.
E soprattutto, ricorda di disobbedire, perché è vietato morire!
È una corsa che decide la sua meta: questo tempo non è sabbia, siamo passi, siamo storie…
La folla grida un mantra, l’evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla… Corpi asettici, tutti tuttologi col web, coca dei popoli, oppio dei poveri.
Intellettuali nei caffè, internettologi, soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi: l’intelligenza è démodé. Risposte facili, dilemmi inutili, storie dal gran finale: per tutti un’ora d’aria, di gloria.
Namastè Olè.

domenica 19 febbraio 2017

KARMA DEL KARMA, TUTTO È KARMA…


KARMA DEL KARMA, TUTTO È KARMA…

Oggi, domenica, shabbat – riposo. Approfitto, quindi, dell’onda lunga di Sanremo (non solo fiori, ma opere di bene, anzi, di Gabbani – e la Gabanelli… che fine ha fatto? Rai’s Karma…) ed eccovi, non me ne vogliate, un altro commento su Occidentali’s Karma.
Il tutto chiosato dal capitolo introduttivo del mio inedito (datato dieci anni fa) Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo? Del resto, la stimmung (delle parole, e non solo) è la stessa. Anche lo charme (spero, il carisma). E se ci sono dei riferimenti e delle citazioni, fatemi sapere.
Karma del karma, tutto è karma… (ma c’è anche il Dharma, e anche il dramma: ah, italica gente, tutto e niente!). Karmaffà...


Il significato di Occidentali’s Karma in 10 citazioni puntuali

Il brano di Francesco Gabbani, che ha vinto Sanremo 2017, è pieno di citazioni colte: da Shakespeare a Desmond Morris, passando per Dante ed Eraclito…
I criticoni l’hanno definita la canzone della scimmia, non senza un velo di disprezzo. Altri sono semplicemente rimasti perplessi – della serie ci è o ci fa? – dinanzi ai giochi di parole che gli autori hanno infilato in Occidentali’s Karma, brano che con una buona dose di ironia, mette alla berlina la nostra fuga ad libitum nelle filosofie orientali. Altri ancora, i più, si sono limitati a cantarla senza dare troppa importanza al testo, perché in fondo come diceva Bennato, “sono solo canzonette”.
Poi ci sono quelli che dietro il divertissement, nel testo di Occidentali’s Karma, scritto da Francesco Gabbani col raffinato Fabio Ilacqua (autore di canzoni per Mina e Celentano, con una passione dichiarata per Pasolini), hanno visto un bel po’ di citazioni colte, non si sa se finite li per memoria inconsapevole o per intenzione. Da Shakespeare a Nietzsche. E forse hanno ragione anche loro.
La canzone, ve ne sarete accorti, è una critica alla mercificazione dell’Oriente che abbiamo iniziato tanto tempo fa (ve la ricordate la new age?).
Il maglione arancione indossato da Gabbani sul palco del Festival è lì a dimostrarlo: nuance spirituale per eccellenza, impressa sulle tuniche degli Hare Krishna e dei Sannyasin di Osho (gli “Arancioni”, appunto). E negli anni in cui è tutto un un fiorire di corsi di Mindfulness, derivata dalla meditazione buddista e lo yoga viene declinato in forma di fitness in palestra, la riflessione ha un suo perché. Ma lungi dal farne un trattato logico pedagogico, gli autori ci hanno messo dentro molto sarcasmo e qualche rima facile, ballabile (sempre per dar ragione all’ottimo Bennato).
Senza toccare le vette (inarrivabili) della coppia Battiato-Sgalambro (e/o Battisti-Panella), è evidente che Gabbani e Ilacqua si siano divertiti a giocare con il canone occidentale.
Il brano inizia parafrasando Shakespeare (Essere o dover essere/Il dubbio amletico) e prosegue mixando Eraclito via Platone (comunque vada Panta Rei), Marx (Tutti tuttologi col web/Coca dei popoli/Oppio dei poveri), che nella critica alla filosofia del diritto di Hegel aveva definito la religione oppio dei popoli, e Marylin (Piovono gocce di Chanel). Non solo. Uno zelante prof d’italiano,  in “umanità virtuale” potrebbe intravedervi anche un riferimento a Dante (l’espressione appare nel commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia, ndr), e il suo collega di Filosofia, in quel “gli uomini cadono” trovare persino una citazione a Nietzsche (“Io amo gli uomini che cadono, se non altro perché sono quelli che attraversano”). Ma non è detto che i loro alunni sarebbero d’accordo.
Ma la citazione più importante, che ha appassionato i critici letterari è decisamente quella della scimmia nuda: si intitola così il saggio che l’etologo Desmond Morris scrisse proprio 50 anni fa, dove l’uomo viene descritto come un concentrato di istinti ereditati progenitori pelosi. Il libro all’epoca suscitò accese discussioni. Troppo determinista, si disse: secondo Morris, che è stato anche direttore dello zoo di Londra, somigliamo tanto ai nostri antenati scimmioni, tranne che per via dei peli persi lungo la strada dell’evoluzione e come loro ci piace fare le cose senza chiederci perché. Siamo, insomma, assai prevedibili. E stavolta a ricordarcelo ci pensa una canzone, che probabilmente canticchieremo proprio senza preoccuparci troppo di quello che dice, da perfetti esemplari di Homo Sanremensis.

MORULE

Ci incontriamo agli angoli delle strade. A coppie, a grappoli, a stringhe sempre meno sottili. Cresciamo all’ombra dei portici, come batteri, morule, embrioni di future miriadi, angeli sparsi in cerca di paradisi possibili.
Siamo le membrane plasmatiche del centro e delle periferie urbane, giunzioni occludenti il vuoto delle menti e delle anime, teurgi plastici in cerca di corpi da rigenerare. Col forcipe dello spirito recidiamo le sbarre dell’anima e liberiamo dai ceppi impazienti i dèmoni dormienti. I nostri e gli altrui.
Senza addomesticarli li mandiamo allo sbaraglio tra i ‘petits bourgeois’ della ‘comédie humaine’ (dèmoni versus demòni: slitta l’accentazione cambia l’eone). Randomizzati vagano impacciati ma indomiti nelle piazze, nelle case, nelle menti, nelle paludi del caravanserraglio globale – dove sbuffa behemot, gingillo degli dèi e trastullo dei titani, e striscia il leviatano, un po’ biscione un po’ caimano.
Bariamo sui numeri (ma nel frattempo cresciamo a dismisura), saltiamo sui corpi, puntiamo sulle anime (e lo spirito? Sotto sale). Ci arrampichiamo sui muri, scivoliamo nei sottotetti, glissiamo sui salotti buoni. Ma verrà anche il loro turno – tour e retour.
E allora, che aspettate? Il turn-over? Tornite e guarnite le tartine al caviale, la pallina sta per fermarsi! Là bas.
Rien va plus. Il gioco si fa duro. E scivoloso. Ma dolce è l’attesa (meno le doglie). Arde il rovo, la voce chiama… “Siate caldi oppure freddi: ma i tiepidi li vomiterò nella Geenna.” Caos calmo, ciechi spasmi, miasmi cosmici: l’universo attende con ansia l’epifania teandrica – non sa cosa vuole, ma vuole qualcosa!
Alta marea: la terracquea arena è lì che aspetta, vociante, torbida, ondeggiante. Bassa marea: nella platitude vacua vaticina torpida la platea (e non è il Vaticano). Ogni tribuna e tribuno è in tiepida attesa di un messia o di una miss (tutto fa brodo – questa la voce del mondo). “Ah, se Erostrato il grande li ghermisse e facesse assaggiare a tutti i tiepidi il caldo estremo che raggela!” (la cultrea voce dal profondo).
E noi? Infine nudi nello spirito, ancora paludati nell’azione, palestrati nell’animo  continuiamo a nasconderci nelle segrete latebre delle lubriche piazze affollate. Per poi sbucare alla Kubrik nelle strade bucate e imbucarci, zampillanti e ludici come eroine zompanti, tra gli zombi nei corridoi sussurranti – riservando ai gorgoglianti portici le nostre residue ore aliene (è lì, nelle gallerie urbane, il nostro brodo di coltura).
Tuareg nel deserto che cresce, effimeri panici al galoppo, ossimorici lunatici grondanti gelide passioni; cammelli sgobbanti, leoni reboanti, fanciulli vocianti investiti da folate di sottile silenzio: questi noi siamo. L’ultimo uomo è appena nato e una donna sta per ucciderlo.