giovedì 13 agosto 2020

ANOTHER BRICK IN THE WALL

 

ANOTHER BRICK IN THE WALL

 

     Fasci, fascine, sfasci… Il Muro non c’è più. Another brick in the wall. Galleggiano sull’etere i Roxy Music (fashion), e tutti dietro al flauto magico dei druidici Jethro Tull). A seguire Brian Eno (immancabile – il tocco chic), Gary Numan (sciccoso), i Japan di David Sylvian (supersciccosi), Wagner, Brahms, i Led Zeppelin (tutti da choc).

I Radiohead all’uscio. Minuettano, tra il sufi e il surf, Frei e Lou, mai stufi (uova strapazzate, forse alla coque). Poi vedo Diana. Si proclama loro figlia. Tutta vetro e acciaio, la sua ‘domus’ (così me l’immagino), come il Reichstag (quello di Norman Foster). Tutta futuro, lei e la sua mission (puntuta, alla Zaha Hadid). Con le nari che sniffano il passato (alla d’Annunzio) e soffiano sul presente. Odore di buone nuove.

 

     Una nave ‘omerica’ finita in secca? Un moderno altare a Poseidone? Una casa del futuro – o del passato preistorico? Una casa surrealista? Una casa fascista? O un rifugio ‘tiberiano’? Da un mondo impazzito? È la casa del dandy e del burlone professionale, l’’arcitaliano’, come lo chiamavano gli amici – o del malinconico romantico tedesco celato sotto la maschera? La ‘pura’ casa di un asceta? O l’inquieto teatro privo di un insaziabile Casanova?…  

Le parole di Bruce Chatwin, il ‘viaggiatore’, rullanti su Casa Malaparte, ben si attagliavano a Lorenzo e al suo building. Lorenzo come Curzio (o Kurt?). Quel Malaparte (‘malacarne’) che già aveva indicato in Mussolini “un restauratore dell’autorità, della fede, del dogma, dell’eroismo, contro lo spirito critico, scettico, razionalista e illuminista dell’Occidente.” Casa vorticista, la casa caprese di quel grand’esteta del Curzio (e della gaia Capri di Krupp e armerie omo-amatoriali varie): fascista, archeofuturista, vulcanica (vulcanista?), ossimorica…

 

     L’imagismo e il verticismo, un vortice di stili e passioni in cui si fondevano astrattismo fotografico, futurismo, neo-orfismo e cubismo. Per poi ricomporsi e di nuovo liquefarsi in fluidità e prospettive multiple, alla Bernard Tschumi, alla Zaha Hadid e, soprattutto, Frank Gehry. 

Proprio come, virtualmente (e talvolta concretamente), in Lorenzo, altalenante in architettura – e non solo – tra l’’albino’ Terragni e gli ipercolorati Arquitectonica, quelli del complesso The Atlantis di Miami-vice. Ma con un occhio, ipermetrope, al gruppo SITE, con le loro facciate frastagliate, scollate e scollacciate.

 

     Una nave da crociera buca il silenzio della notte. La ‘baia del gabbiano’ l’approdo. Qualcuno scende. Poi la nave scompare. Nessun rumore, prima e dopo. Nel mezzo uno strappo: srotolata è la vita, dalla trama esce l’anima, finemente intessuta, di nero striata. Si stira, tira fuori le unghie, inizia a graffiare.

Sfioro l’urlo ma mi rinserro. È lei a graffiarmi, la notte mi fa solo il solletico. È il suo orlo che mi tocca. Annamaria il nome (le sue labbra mi abbordano, mi vellicano – e non ho il vello). Pelle nuda, schietta, schiva, velvet underground. Sotto, audace, palpita il cuore (il suo, i miei muscoli di contorno). Amore che squassa l’anima.

 

     “Se qualche poco di luce da lontano mi viene, è da te Jonio gentile, che le muse riconduci ai lidi degli Dei: fra l’uva e l’uliva Eros ancora versa vino agile e resina…” La sabbia infreddolita aggredisce le calde membra roride di sale e d’ambra (forse, d’ambrosia). Mi aggrappo al carro (del perdente). Catullo, Saffo? Di loro il soffio. 

E il carme? Scarmigliante sospiro di Raffaele Carrieri, bollente fiumano dei due mari, smagliante parigino-meneghino d’antan, sciabordato via in sciaraballe dalla molle Tarentum, tuttora imballata. E non sono balle. Bollicine…

      

    Eros che scioglie le membra. S’allunga il cono d’ombra. Il mare: un lago di champagne (e le bollicine? Imperlano la sabbia nostra compagna). 

Sciaborda l’acqua, sfugge al laccio della luna. “Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! La Luna!” (e le stelle? Una, nessuna, centomila…). Selene, cameratesca, sfoggia allegra il suo abito da sera, lungo. La coda del suo candore raggiunge i nostri corpi, ne sbianca le bronzee finiture, aggiunge loro bianche vampate di energia, vitalità, salus. Immacolata tra le stelle riposa discosta la sua casta veste da camera. Tutto gronda, tutto pulsa. In tutto un impulso. Bollicine, lucori, turgori, luccicanze lunari. Love goes on.

 

     Il getto d’acqua tiepida cominciò a distribuirsi generosamente ed equamente su dossi e curve. Scivolò, quindi, fin nelle cunette, non disdegnando le superfici piane (poche) e le valli fiorite. Toccò poi il fondo rugoso, deviando all’improvviso verso l’omphalos, per scomparire infine negli abissi. Acqua a fiotti, frettolosa, per masse fluttuanti. Acqua nei fiordi. Per Fiordaliso.

Le pareti translucide, sia pur riottose, non poterono evitare il contatto bagnato che ne imperlava la superficie interna. E lo scontato scontro con le masse oscillanti. Anzi, queste parevano godere della situazione. E per ricambiare la cortesia, furono ben liete di fornire un esile ma volenteroso sostegno ai volumi dinamizzati. Diritti, flessi, combacianti, intricati. 

Il segreto e l’ignoto. Spazzolati. Cento colpi. Uno più, uno meno. Corpi scolpiti. Ben torniti. Vincolati, slegati, vincenti. Persi, costretti nel piccolo ambito, ma incuranti del contorno. Vibranti oltre i limiti di sicurezza (e della decenza). Bastevoli a se stessi, ma in procinto di tracimare.

Silenzio prima di uscire, silenzio prima di entrare. In mezzo, una cascata di suoni. Il contatto delle masse e delle superfici, il fluire e il rifluire dell’acqua corrente, il perlage, l’aria vintage, il parlottio sincopato, quasi dopato. Forse metalinguistico. Tutto parlava. Tutto taceva nell’infittirsi dei suoni. E dei movimenti. Iniziali, al climax, finali. E al calare del sipario, ecco subentrare l’uscita trionfante dalla cabina della doccia e l’ingresso sottotono negli accappatoi impazienti…

 

     Ti svegli in spiaggia. C’eravamo solo noi in spiaggia. Con un legno Tyler ha segnato una linea dritta nella sabbia lunga qualche metro. M’illumino d’immenso, m’immergo nel venereo grembo, galleggio. Emergo, sfioro i margini, solco il pelago ondoso, beccheggio. S’acquieta… Le stringo i polsi, lei mi s’incatena al petto. Unchain my heart. Rullano i tamburi. Il mare risponde. Tutto nell’universo risplende...

L’orizzonte si espande. Segnali di fumo. Smoke gets in your eyes sfuma nell’aria sempre più velvetizzata. Echeggia lontano, beccheggia vicino (si raggomitola nell’anima, fa le fusa). Musica ancestrale per giovanili ardori (gli anni ottanta sono alla brina, ma vibrano ancora, trepidanti, mai tiepidi). Lucore di coltelli.

     Light mi fire. Una musica metallica risale in superficie, si sgomitola e fila via dal pelago dormiente. Sfibra in jazz fusion, nevrilmente vibratile, febbrilmente volatile. Sfiora l’ossimoro, poi ci marcia, immarcescibile: Miles Davis, John Coltrane, Marcus Miller (e nel frattempo nel salon avanza a passi felpati My first love – di Avant, un altro cantore cool. Che ci posso fare… sarò eretico, anche un po’ criptico, ma Diana mi è compagna al duol, cameratescamente).

     Inertia creeps. La musica si sgomitola dalla navetta (ha preso il posto della nave da crociera) e solca agile i navigli dei ricordi, ormai fumosi, mai famosi (se non nelle segrete dell’eternità). Massive attack. Fumigante, ribelle, marziale.

Poi la marcia trip-hop rallenta, s’illanguidisce… Kind of blue: l’onda sonora abbraccia la fredda sabbia, scivola sulle calde dune, rotola come stuoia sotto i nostri corpi strepitanti. Come tapis roulant scorre sotto le anime sfrigolanti: tarpa le ali all’attimo fuggente…

 

(dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?)

martedì 11 agosto 2020

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

 

State attenti tutti quanti
non fa tanti complimenti
chi non balla, o balla male
lui lo manda all’ospedale…

 

     Ed eccola ora qui, ancora in ballo. Viva, vivace… Prospera nonostante la tempesta, speranzosa malgrado la situazione. Aveva lasciato Pinocchio, ma non Mangiafuoco. In cerca di un gagà; non di un gadget ma di avventure a gogò. Nel paese di Kakà.

     Più bionda che mai. E dal fascino sempre più intenso, altalenante tra il sensuale e l’algido. L’espressione sognante ma intensa, a labbra dischiuse – Oui, Je suis Deneuve –, quella della giovane ma vissuta Séverine, l’indimenticabile ‘Bella di giorno’ di Buñuel (film da lei clandestinamente visto non ancora quattordicenne – anche in questo un percorso simile a quello di Lorenzo). Arianna: belle toujours. Bella e possibile. Pronta a ballare (e correre) coi lupi. E a far da sponda ai colpi del destino. Onda su onda: Eros e Kairòs. E il cuore arso, le ceneri sparse (in attesa che qualcuno le sniffasse…).

     Ma il momento era catartico: dal freddo artico al tropico del cancro (consona col suo segno zodiacale), il ghiaccio del suo cuore oceanico si andava sciogliendo al contatto con le correnti calde, sempre più superficiali. Rolling stones, alcuni iceberg si erano già staccati: ma attenta al Titanic... E agli squali.

      Holidays on the ice (fino a poche ore prima; ora l’acqua iniziava a bollire). Ghiaccio bollente. Ice ed eros. D’altronde: l’erotismo non è questione di posizioni. Nasce da situazioni, diceva Mario a Emmanuelle. E Tomás aveva reiterato il concetto.

      Strano tipo Tomás, ma simpatico. E soprattutto, bello e dannato. Desafinado. E con un fascino che andava oltre... Charme ‘autre’. Oltre il virile (Paolo Virilio, l’architetto-sociologo esploratore della modernità, sostiene che a ogni scoperta segue un disastro. E Tomás fu davvero una scoperta…).

     Una volta scartato il ‘pacco’, Arianna divenne rosso carminio. Altro che la donna pallida, scarmigliata, affacciata al verone, di carducciana memoria! Carmina burana. Macho charmant, Tomás, tempestato di brillanti (occhi, pelle, denti, capelli), niente di burino. Burroso, ma con l’aria sfrontata di chi corre senza Nike sul ciglio di un burrone. Maschio vittorioso... Brown sugar. E il luccichio, goloso, degli occhi zuccherini di Arianna – Nike alata – ne era una palese conferma. E sì che lei era abituata a innamorarsi. Cascata tra le braccia di Lorenzo al ritorno – abbronzata al cioccolato – dal suo primo volo transatlantico, quello del ’74. Coccolata, annoiata, passionale, diaccia. Pappa e ciccia. Chocolat. E più d’un tranfert, più d’una caduta. Canard enchaîné.      

     Niagara falls: prima la follia d’amore, nostalgia canaglia, poi la corsa scatenata sui tornanti – le salite alla Bartali e le discese a folle, alla Coppi. In ultimo, rigor mortis. Memento mori (Nostalghia alla Tarkovskij: il tocco, esangue, giusto per lei, fiorentina doc). Un tour de force, e senza maglia rosa. Maglia nera. A gara, un’altalena di fasi: orale, anale, fallica, genitale. Vita geniale, fasi lunari: luna calante, luna crescente, luna nuova, luna piena... E il sole? Eclissi.        

     “Questo e nient’altro è la vita: la vita è piacere. Alla malora le angosce. È breve il tempo per vivere. Presto, il vino, le danze, le corone di fiori, le donne. Voglio star bene oggi, giacché è oscuro il domani.” Lì le donne, qui la donna, stufa di uomini, vogliosa di maschi. E di muschio. Il detto di Pallada, poeta alessandrino, una delle ultime voci pagane – non solo Ipazia – non ancora soffocate dal rumore dei passi dell’avanzante medioevo (quello buio), evocava le voci di dentro di Arianna. Sfocate, spolpate, ma ancora non soffocate dal vociare della metropoli.

     Un arco teso, in attesa del dardo. Invocato, e lei infuocata. Vox clamans in deserto. Ma Lorenzo non aveva risposto. Insabbiato. Chiuso nelle sue risposte, recluso nelle sue certezze. E lei era fuggita dal carcere. In volo.

 

(tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara)

 

 

 

 

martedì 4 agosto 2020

SIN CITY – ANGELI E DEMONI (PRIMA PARTE)



 


SIN CITY

 ANGELI E DEMONI

(PRIMA PARTE)

 

Impressioni d’agosto.

Riflessioni sotto l’ombrellone (o sul balcone, oppure sul divano: dipende dal tempo atmosferico e dal “tempo interno”).

 

Le oscene riflessioni cerebrali, le farfuglie fanfullesche, e fanciullesche, le contaminazioni demoniche (e demoniache), continuarono a girare, turbinosamente, all’incontrario, e giunsero alla radice. E, finalmente, realizzò: il principio del peccato, pensò Lorenzo, questa volta lucido, non risiede, prioritariamente, negli impulsi di natura biologica o psicologica della natura umana decaduta; il Peccato (con la pi maiuscola, e non per rispetto) è, soprattutto, una dinamica spirituale, una forza aliena e distinta dalla natura umana, ma immanente a essa. Un principio endemico nell’uomo, una potenza contagiosa e distruttiva, derivante, originatasi, da una doppia ‘caduta’: quella degli angeli – con ripercussioni cosmiche – e quella dell’uomo – di portata microcosmica. La prima ‘potenza’ ‘preme’ dall’’esterno’, la seconda dall’’interno’… Contro la prima puoi opporre la ‘corazza’ dello spirito. Ma contro la seconda?

     C’è un diavolo dentro e un diavolo fuori… In & Out.  Sopra e sotto, mai al centro: peccare è ‘fallire la mira’. Prima il dolce che ti gabba, poi l’amaro (da lenire con la mirra del perdono divino o quello della tua coscienza). Non un difetto, ma una defezione… così lo definiva uno dei tanti teologi di cui Lorenzo faceva incetta. Ma anche un’occasione perduta, il peccato: un autobus, un pullman, un treno, che non si è saputo prendere al volo (magari ha fatto una sosta a bella posta per te, anche fuori dalla ‘fermata’…). In definitiva, un conflitto cosmico e ‘privato’, una battaglia tra reame demoniaco e redenti, tra redenti e irredenti, tra figli della luce e figli delle tenebre.

     «Hillmann – per un momento Lorenzo, preso dalla nuvola di questi pensieri, abbandonò Laing e abbracciò Qumran – approverebbe parte di quello che tu pensi, e che io condivido appieno, ma parlerebbe pure di penosa deriva fondamentalista. Ma lui non può, almeno finora, entrare in certe cripte del mysterion, non ne conosce il passaggio segreto.»

     E qui, in un soprassalto di hybris, Lorenzo peccò. Ma a ‘giustificarlo’ ci pensò Gaia.

     «Certo, c’è molto, ma molto, di deprecabile in ogni fondamentalismo (insieme anche a molto di buono, riguardo a certe verità o valori scomodi – religiously uncorrect – per quelli del coro), ma, se il caro Jimmy è riuscito a decifrare il codice dell’anima, quanto a decrittare lo spirito… Quello è un codice da vincere! Jung si era, forse, avvicinato di più, ma non era poi riuscito a districarsi tra spirito e spiriti. Tra angeli e demoni. Comunque, chapeau!»

     Attimo fuggente, arrestati sei bello. Ma Gaia non si fermò.

     «È proprio vero quel che diceva Bayazid al-Bistami: “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia, solo coloro che la cercano la trovano.” Certo, Lorenzo, l’uomo può vivere senza Dio, senza teologia, fede, filosofia, ecc. ecc. Può vivere senza queste cose ‘superflue’, non ‘tangibili’, ma vive male! Così come, d’altronde, vive male se fa di queste cose degli assoluti che gli negano la vita (anche le piccole gioie e i grandi piaceri: per Dio ogni cosa della creazione è buona! – certo, c’è stata la ‘caduta’, ma non per questo dobbiamo necessariamente perdere l’equilibrio; e poi c’è sempre la possibilità di rialzarsi…). Gesù Cristo era laico più che religioso, e il suo ‘assolutismo’ sfiorava il ‘relativismo’…»

 

     Morto un papa se ne fa un altro (ma il Cristo è sempre vivo, e vegeto). E Gaia stava sempre bene…

     «Noi viviamo nella contingenza e dobbiamo toccare – tangere – le cose. Per poi scegliere. Ma senza costrizioni altrui, fosse pure nel (presunto) nome di Dio. In ogni caso, se l’uomo può considerare superfluo Dio, non vale il contrario: per Lui siamo sempre importanti; anzi, come direbbe il sublime Angelo Silesio, indispensabili. C’è, sì, un’infinita differenza qualitativa tra Dio e uomo (per dirla alla Barth), ma l’uomo e la donna completano, in un certo senso, Dio (Tillich completa Barth, anche contro la sua volontà). La poesia di Mohammed Iqbal rende bene il rapporto tra Dio e l’uomo: “Tu hai creato la notte e io ho fatto la lampada / Tu hai creato l’argilla e io ho fatto la tazza / Tu hai creato i deserti, le montagne e le foreste / Io ho fatto i frutteti, i giardini e i boschetti / Io ho mutato in specchio la pietra / Io ho mutato il veleno in antidoto.” »

     Dalla poesia alla prosa, ma sempre salmeggiando (e un po’ saltando, anche su un piede solo).

     «Dio cerca l’uomo e lo trova, ma se l’uomo cercherà Dio non lo troverà: così è scritto nel Vangelo di Giovanni, al capitolo sette. Nondimeno, chi cerca trova: così in Matteo, sempre al capitolo sette (una delle tante ‘contraddizioni’ della Bibbia... Ma l’ossimoro è una risorsa!). Fatto è che Dio vuole abitare con e tra gli uomini, così nei Proverbi al capitolo otto, ma, come si legge ancora in Matteo al capitolo diciotto, noi dobbiamo diventare figli, fanciulli, bambini... Uno spirito giovane, ecco quello che Dio vuole! Lo Spirito... minuscolo o maiuscolo, non importa – Gaia più parlava più ringiovaniva –, se accogli lo Spirito e Gli fai spazio nella tua vita, il tuo spirito si sveglierà dal letargo. Lorenzo, non fare l’orso, lascia che il Principe Azzurro (lo Spirito – la Ruah che si fa maschio per te...) baci la Bella Addormentata (lo spirito umano – la tua neshâmâ). Lorenzo, ricorda, l’uomo, la donna, la religione, la chiesa, sono solo un ammasso di pietre, o di terra, se non c’è il collante dello Spirito. Tuttavia, la vera chiesa – lo dicevano Böhme, Weigel, e lo ripeto io – senza nulla togliere alla chiesa universale, e a quelle locali, è quella interiore. È lì che s’incontrano Gesù e lo Spirito Santo, e nell’abbraccio rianimano il tuo spirito.»

     Gaia si accostò a Lorenzo e lo abbracciò. La ricostituita androginia primordiale (i due, più o meno platonicamente, in uno) durò solo qualche minuto. Poi Ish e Ishsha si slegarono.

      «In Pistis Sophia, scritto gnostico, si racconta che, mentre Gesù era nella vigna con suo padre Giuseppe, Maria, sola in casa, viene visitata da una persona del tutto simile a Gesù. Confusa, Maria lega lo ‘sconosciuto’ a una gamba del letto ed esce di corsa per cercare Gesù. Questi, rientrato a casa con la madre, s’imbatte nel ‘sosia’: i due si guardano negli occhi e, dopo un attimo di ‘suspence’, si abbracciano, fondendosi. Lo Spirito Santo e Gesù…»

     Tutta d’un fiato, la puledra non conosceva soste…

     «La Bibbia nasce per colmare un vuoto, riempire una distanza. Tramonto d’Occidente. Eppure lei è sempre lì, un faro. È un succedaneo dello Spirito Santo. Ma quando Lui verrà a riempirti, lei si ritrarrà, permeerà egualmente te stesso, ma tu sarai guidato, essenzialmente, dallo Spirito. La Bibbia è il dito di Gesù puntato verso l’infinito, ma è solo un dito – permettimi questa fuga a oriente. È comunque un indice, una freccia, quella che va diritto al bersaglio, ma è lo Spirito che colpisce e scrive sui cuori. La mano e l’inchiostro sono divini, la penna è umana. Cristo è Dio in atto. Il Padre è la potenza generativa, manifestata nel Figlio. Se Dio dimora in Elohim, il Cristo viaggia con Iahvè. E lo Spirito li tiene assieme… Gesù: era lui l’Angelo dell’Eterno, tante volte accorso per soccorrere e consolare, già prima d’incarnarsi e risolvere definitivamente la questione. Sì, Gesù, lui che cambia l’acqua del vecchio uomo e dell’antico patto nel vino dell’uomo nuovo e del Regno. Lui che dona la vita ogni giorno, il pane di vita che moltiplica i pani, dà la vista ai ciechi, fa risorgere Lazzaro. È fede e storia, adorazione e azione, al di là del bene e del male, uomo e superuomo, gaia scienza… Comunque, la Scrittura ci dà le ‘dritte’. Se noi la guardiamo ‘storto’, non è colpa della Bibbia, ma dipende anche da come ci viene presentata (e da chi ‘bussa alla porta’ e ce la ‘presenta’). Se ci sono parti ‘impresentabili’ nella Scrittura, è dovuto al fatto che essa è ‘carne e sangue’. È divina, ma è impastata (e talvolta ‘impestata’) di umano. Bisogna saperla leggere. È un libro ‘pericoloso’, come lo Zarathustra di Nietzsche. Ma è anche meraviglioso. Entrambi, due libri per tutti e nessuno. Sì, è vero, nell’Antico Testamento ci sono ‘sezioni’ o passi improponibili, immorali, sanguinari. C’è la pena di morte, lo stupro, la violenza sulle donne. Raccontati, accettati, condivisi. Ma questa è la voce dell’uomo, non di Dio (che, pure, quando vuole…). E, paradossalmente, tutte queste apparenti incongruenze sono una prova dell’ispirazione della Bibbia. Se andasse tutto liscio, allora sarebbe una ‘costruzione’ ben fatta, ma artificiosa (e artificiale). E invece ci sono i fuochi d’artificio, sons et lumières, carne e sangue… Non solo flatus voci e aria fritta. E possono mai essere, le Scritture, occasione di festa e non di noia? È ancora possibile danzare, esultare, gioire attorno al sacro libro? Sì, ma solo se si è liberi da ogni legame, anche religioso e di chiesa, e, soprattutto, si è bagnati dalla pioggia dello Spirito…» 

 

(tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara)