venerdì 30 ottobre 2020

INCIPIT (PRIMA PARTE)

INCIPIT

(PRIMA PARTE)

 L’incipit di un romanzo è essenziale, come e forse più del finale. Tra gli esempi più conosciuti: Cent’anni di Solitudine (G.G. Marquez) – Anna Karenina (L. Tolstoj) – Lolita (V. Nabokov) – Sulla strada (J. Kerouac) – Fahrenheit 451 (R. Bradbury) – Il giovane Holden, J.D. Salinger). Qui, senza volermi mettere in lizza, vi posto quello del mio Gocce di pioggia a Jericoacoara.

Oggi la prima metà del capitolo 1 (dei 67...), domani la seconda.

 

 «Ma quanto sei strana!»

     Il bronzeo addetto alla piscina irruppe da chissà quale anfratto, fiondandosi tra le sdraio e gli ombrelloni strapazzati dalla pioggia con la sfrontatezza di chi vuol battere sul tempo un sole paonazzo e pieno di voglie tanto improvvise quanto prevedibili. Poi il bay-watch prestato alla terraferma cambiò di colpo marcia e, ciondolando – caracollando – tra le pozzanghere, guadagnò il bordo-vasca col piglio di chi getta l’amo per adescare uno squalo.

     L’occhio umido (non solo di pioggia) prese a dardeggiare il fluttuante contorno sinuoso che dava un senso all’asettico rettangolo d’acqua, col fermo proposito di colpire il bersaglio mobile al primo colpo.

     «Solo la pioggia o la luna riescono a fare il miracolo. Solo loro riescono a farti tuffare...»

     Offuscando le parole-esca e mettendo a tacere gli ultimi vagiti meteo, il sorriso (invocato) di lei fece capolino tra le increspature e il cloro, complice e promettente. Nessun indizio, niente che facesse preludere all’epilogo politicamente scorretto. Non la gimcana di labbra sulla pelle che il bagnino aveva messo in conto tra i sogni nel cassetto (insieme a qualche tuffo con la bella naiade), ma solo una risposta da brivido blu:

     «Ho il cuore pieno di ceneri e di scorza di limone. Andrò solo dentro me stessa. Mi troverai sempre là...»

      Scagliato il dardo al curaro sul san Sebastiano di turno (il bagnino), paga dell’effetto sorpresa, la bionda ondina riguadagnò il bordo-piscina. Salì come da videoclip la scaletta cromata, schioccò un solare ‘ciao!’ da trailer al gallo cedrone dall’ala spezzata e, sfioratane l’epidermide bronzea (di colpo sbiancata), gli lasciò – sapore di sale – il chimerico assaggio di quel suo tatuaggio sfarfalleggiante sulla pelle bagnata.

     Gaia era fatta così: non solo tattoo ma anche taboo. Una vita esaltata da brevi ma intensi deliri, la magia di lunghi silenzi bruscamente interrotti da taglienti ossimori, paradossi, voli pindarici, esternazioni frappant. E se qualcuno (non pochi) sostava, rapito, davanti a quest’opera d’arte (e non da tre soldi...) – un taglio di Fontana sulla tela bianca della vita – veniva immancabilmente colpito da un’inattesa sindrome di Stendhal. 

     Gaia o dell’avventura dell’esistenza, un ossimoro vivente più che un paradosso. Tutto questo si sarebbe potuto dire – a posteriori – di Gaia (anche il nome). Ma ormai il fugace biondo oggetto del desiderio era fuori campo e a Lorenzo – il terzo silenzioso incomodo (convitato di pietra, nel vero senso del termine) – non rimase che rituffarsi nelle pagine appena lambite da una di quelle piogge lampo settembrine che il Gargano riservava ai suoi ultimi ospiti.

     Il turbine (anche sensoriale) era ormai passato, senza lasciare – così il buon Lorenzo pensava – tracce: lui di Gaia conosceva – e gl’importava – solo la Scienza…

 

     Al riparo, raccogliticcio, di uno dei pochi ombrelloni rimasti aperti, l’unico ‘abitato’, Lorenzo riprese la lettura, subito abortita: a braccetto col sole, ritornato master & commander del cielo, come un hobbit da pagina sei sbucò, impertinente, l’ossimoro, questo ‘carneade’ apparentemente fuori luogo in quel villaggio-vacanze così poco manzoniano (e neppure tanto tolkieniano).

     Queste paginette sfiorate dal pianto celeste erano la sua ultima conquista (libresca) – il tempo degli amori per Il Signore degli Anelli sembrava appartenere a un altro eone – e a Lorenzo non sembrò affatto un caso che il buon Raimon Panikkar – il teologo di frontiera (non solo Paul Tillich) cui stava facendo il filo tra un tuffo e l’altro – esordisse con quello strano termine, così calzante nell’occasione, per la bella del villaggio.

     Sì, ossimoro, oxymoron, questo stravagante matrimonio tra la bella oxys (affilata, appuntita e penetrante) e la bestia moros (ottusa, senza punta, molle, sciocca, folle...). Armonia fra i contrari, coincidenza degli opposti. Palintropia, concordia discors, polemos eracliteo, processo e stasi. In attesa della palingenesi.

     E tale, almeno da quel fugace mix di figura, situazione ed insinuante esternazione, gli era subito parsa la ragazza: affilata-spuntita nella sua follia penetrante, un punteruolo nella stupidità altrui. Insomma, la punta che perfora ciò che è molle

     In quel momento Lorenzo comprese anche come fosse facile passare da L’esperienza di Dio (il libro dell’ossimoro) all’esperienza di Gaia (dall’esperienza del cielo a quella della terra...). E così, rapito da questi volteggi della fantasia, ormai solo sul campo – il prato più o meno all’inglese che delimitava la piscina – e sospinto da chissà quale daimon, non trovò di meglio che tuffarsi nell’acqua solitaria ma ancora pulsante di vita: se al bagnino – ormai svanito nel nulla – la ragazza aveva prodotto l’effetto di uno shock termico, per lui, semplice e involontario spettatore del duetto, fu invece una salutare botta di vita (fosse stato Tinto Brass, sarebbe subito passato alla ‘botta d’allegria’…).

     Anestetizzato da questa sua sobria ebbrezza – l’ossimoro qui è d’obbligo – Lorenzo cominciò a nuotare, ora a stile libero, ora a rana, addirittura a farfalla, se non proprio a delfino (memore del luogo), incurante dell’acqua gelida, indifferente.

     Bracciata dopo bracciata, il suo corpo da algido (soprattutto nei sentimenti) prese a intiepidirsi, sciogliersi, rigenerarsi, mentre, accompagnati da ribollii e sfrigolii, risalivano a galla i sedimenti della misteriosa presenza di Gaia e l’eco delle sue parole sibilline. Così incomprensibili e disarmanti per il bagnino, ma così significative e pregnanti per lui: che c’entrava quel barbaglio di contro-cultura nella garganica Pugnochiuso delle vacanze politically correct? Che ci azzeccava?

     Chi era quella ragazza così out? Una neo-esistenzialista post-histoire in vacanza single? Cascami di New Age tra barlumi di Next Age? Scampoli del Grande Fratello? Una velina in uscita libera? Una sciampista, una stagista, una staffista? Una veltroniana free-lance? (con un Veltroni ormai infeltrito…). Infin che ’l veltro verrà… Il cervello di Lorenzo fumava nell’acqua diaccia.

     Fatto è che le sue ‘vasche’ furono più piacevoli del solito. Rilassanti, da training autogeno, quasi ipnotiche. Da ipnosi regressiva: ripercorse a grandi balzi la sua varia quotidianità, dai picchi (rari) delle esperienze delle vette – era da poco scivolato giù dalla ‘piramide’ di Maslow e vedeva tutto nero – alle depressioni (varie) della banalità del suo Sitz im Leben, il suo ambiente vitale.

     Come un film a ritroso – di quelli che si dice veda chi è in punto di morte, quando la corda d’argento sta per essere tranciata –, davanti a lui cominciarono a scorrere veloci i fotogrammi delle tappe più significative della sua vita (e lui non era nel cast: la riflessione di Woody Allen gli calzava a pennello – ma c’era un buco nei fantasmini di Lorenzo…).

     E così, tra un flash-back e l’altro, cominciò a togliersi le scaglie di dosso: in fin dei conti, non era poi tanto meno stravagante della sfarfalleggiante fanciulla! È vero, il ruolo sociale, i condizionamenti ambientali e i chiaroscuri del carattere ne avevano spesso frenato la libera espressione, ne ostruivano il libero sgorgare, ma non amava forse, anch’egli (alla faccia dei suoi invisibili ‘cinquanta’), il bagno sotto la pioggia? Non gigzagava, anche lui – malgré gli anta (ma solo quando i cascami di tempo libero glielo consentivano) , tra Mtv e zingarate? Il sapere è una farfalla notturna…

     In ogni caso – e qui le sue bracciate cominciarono a perdere colpi –, più della ragassa in sé (che pur valeva una messa), ciò che intrigava il nostro era la sua personalità essenziale, messa a nudo da quell’esternazione fuori dal coro della banalità quotidiana. Un coming out (o un outing? – in fondo era stato il bagnino a ‘costringerla’ a rivelarsi) davvero inaspettato quello dell’ospite (non certo scema) del villaggio (Lorenzo, essendone un habitué, si riteneva quasi il padrone di casa).

     E poi... quell’uscita di scena, cui difficilmente avrebbe fatto seguito un secondo atto. Conclusione: la ragazza era piuttosto in alto nelle sfere…

 

 

 

 


 

lunedì 26 ottobre 2020

ARKITEKTONICA

        

  ARKITEKTONICA

Blog multilivello e multitasking, Dal caos la stella danzante. Tuttavia, nei suoi primi anni, batteva principalmente le strade dell’Architettura, tanto da essere segnalato tra i migliori in circolazione.

Ed ecco, sul tema, due “passeggiate” nel mitico Gocce di pioggia a Jericoacoara (mitico nel senso che percorre il Mito, oltre che la Realtà, con qualche escursione nel fantasy e nel visionaire – e soprattutto, nel “mondo immaginale”, Corbin, Jung e Hillman permettendo…).

 

Erano arrivati alla villa alle undici di sera (l’orologio Cavalli di Arianna, quello dal cinturino rosso, lo confermava senza tema di smentita). Freschi, riposati, motivati (lei incuriosita, per niente spaventata: eppure, una cerimonia magica non era certo cosa di tutti i giorni). Il quartiere residenziale, mollemente adagiato su una leggera altura, ridondava di costruzioni di lusso, in stile moderno, prevalentemente ‘razionalista’. Solo qualche villa post-modern (in qualche caso, post-mortem) o dernier cri. Quella ‘deputata’, la location del surprise party, si stagliava piena di carisma, emergendo dalle onde di flora, fauna e cemento.

Il suo biancore (o meglio ancora: l’albeggiante luccicanza – questa l’espressione di Tomás, rubacchiata da chissà quale libro), messo ancor più in risalto dall’illuminazione grandangolare, e il suo quasi flottare e fluttuare nell’aria, tersa ma come carica di elettricità statica, la rendevano unica, degna del luogo. E di Niemeyer o di Reidy (che non ci fosse lo zampino di uno dei due? D’altronde, la escuela era quella). Forse risalente agli anni ‘60, con un che, pure, del primo Richard Meier (quello migliore, il più ‘stagionato’) e dei suoi epigoni californiani (e – perché no? – australiani. Harry Seidler era tra gl’ispiratori di Arianna: e il suo progetto per il concorso ‘americano’ ne aveva un po’ le stimmate). Insomma, non l’avrebbe certo colta di sorpresa vederla campeggiare su una di quelle riviste di architettura – Domus per dirne una – che bazzicava volentieri tra una lezione e l’altra, quand’era ancora una pischella all’università (in seguito sarebbe stata più incostante, e non solo in quello…).

Aveva appena finito di piovere. La camicetta, in crespo di seta con ruches, trasparente bianco lascito di Jericoacoara (e del galante Tomás, moro di Rio), lasciava passare, attraverso il finestrino abbassato, i residui ectoplasmi delle gocce che ancora si libravano nell’aria, rinfrescandole la pelle ogni giorno più vellutata.

Velvet underground. Profumo di vetiver. E di sandalo. L’atmosfera da saudade stava per lasciare il posto, e il segno, a una stimmung erotica, subsonica, arcana. Da scandalo (alla luna). Tutto lo faceva presagire. Ne pregustava le vibrations. Di colpo, l’ossimoro. Un sottile suono di silenzio... Strano, data la città.

Silenzio assordante, continuo, persistente; buio accecante, rischiarato all’improvviso da una luce diffusa, prima fioca poi sempre più vivida. L’atmosfera fiacca si vivacizzò. Stille di eros trasudavano dai pori della villa. Grande, superdimensionata, surreale. Distesa. Maya desnuda (o ‘denuda’? E poi c’è la ‘vestida’ …o ‘vestuda’?). Protesa verso di loro. Pronta a suggere. E ruggire. Senza (apparente) contesa. Attesa…

Gli spigoli retti che si alternavano alle curve, se da un lato li attraevano, dall’altro sembravano respingerli. Ma la forza d’attrazione alla fine prevalse (Eros versus Tanathos) e li fece quasi scontrare con il cancello (peraltro magneticamente chiuso). Eppure la magione aveva tutta l’aria di un focoso amante che l’attendeva a braccia aperte. Ma che si guardava discretamente attorno.

E lei complice, sospettosa, fremente. In attesa spasmodica. Con la leggera brezza che, dispettosa, continuava a scompigliarle la chioma fresca di sciampo, sempre più biondeggiante, ma anche le ciglia dell’anima, rutilante, subissata da fremiti di voglie e brame inconfessabili.

Titillata da timore e tremore, Arianna si guardò intorno. La notte incombeva. Si lasciò avviluppare dal suo mantello. E la chiamano estate…

 

“Un falso monumento architettonico (attività economiche private vestite in abito monumentale e ospitate in pilastri sepolcrali, totem ... e così via) è divenuto un autentico monumento commemorativo solo attraverso la sua distruzione. Tramite la sua dissoluzione corporea ha guadagnato l’anima (immortale) che fino ad ora gli mancava.” Questo il pensiero di Leon Krier, architetto contra (ma piace pure al principe Carlo). E Lorenzo lo condivideva. Lui era insieme emittente e ricevente (alla Barthes). E quel che contava non era tanto quello che voleva dire, quanto la ricezione da parte del destinatario.

Uccidi il mittente. Trova il mandante… Introduci in circuito idee ‘avvelenate’. Dice (sussurra e, più spesso, grida) Roberto Saviano, l’indomito scrittore contro (ogni ‘camarilla’): “Se devo scrivere devo farlo in emergenza, dove le bestemmie sono più sincere delle preghiere. E dove la realtà ha slabbrature maggiormente in grado di mostrare verità. (…) Molta scrittura invece sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere. Tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquerello di fantasie.”

Lorenzo voleva che il fruitore della sua architettura, la comunità, il semplice cittadino, ‘invaso’ (forse, invasato) da essa ‘evadesse’ dalla ‘gomorra’ quotidiana. Parafrasando Battisti (l’’emissario’ – che ai tempi dell’università aveva, stranamente, trascurato – ma era un ‘cult’ per Arianna: anche questo strano per una sinistrofila d’allora), Lorenzo voleva che lui e la gente andassero “ancora ancor più su planando sopra boschi di braccia tese.” Per poi scendere dalla ‘collina dei ciliegi’, con “un sorriso che non ha né più un volto né più un’età e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini.” Con le mani levate nel ‘canto libero’ e i piedi scalcianti alla Céline. 

Una nave ‘omerica’ finita in secca? Un moderno altare a Poseidone? Una casa del futuro – o del passato preistorico? Una casa surrealista? Una casa fascista? O un rifugio ‘tiberiano’? Da un mondo impazzito? È la casa del dandy e del burlone professionale, l’’arcitaliano’, come lo chiamavano gli amici – o del malinconico romantico tedesco celato sotto la maschera? La ‘pura’ casa di un asceta? O l’inquieto teatro privo di un insaziabile Casanova?… Le parole di Bruce Chatwin, il ‘viaggiatore’, rullanti su Casa Malaparte, ben si attagliavano a Lorenzo e al suo building. Lorenzo come Curzio (o Kurt?)… Quel Malaparte (‘malacarne’) che già aveva indicato in Mussolini “un restauratore dell’autorità, della fede, del dogma, dell’eroismo, contro lo spirito critico, scettico, razionalista e illuminista dell’Occidente.” Casa vorticista, la casa caprese di quel grand’esteta del Curzio (e della gaia Capri di Krupp e armerie omo-amatoriali varie): fascista, archeofuturista, vulcanica (vulcanista?), ossimorica…

L’imagismo e il verticismo, un vortice di stili e passioni in cui si fondevano astrattismo fotografico, futurismo, neo-orfismo e cubismo. Per poi ricomporsi e di nuovo liquefarsi in fluidità e prospettive multiple, alla Bernard Tschumi e alla Zaha Hadid. Proprio come, virtualmente (e talvolta concretamente), in Lorenzo (altalenante, in architettura – e non solo –, tra l’’albino’ Terragni e gli ipercolorati Arquitectonica, quelli del complesso The Atlantis di Miami-vice. Ma con un occhio, ipermetrope, al gruppo SITE, con le loro facciate frastagliate, scollate e scollacciate).

Sempre lui, incollato ai margini del pensare corrente, sempre borderline negl’intenti, spesso allineato nei fatti. Oltre il ‘fenomeno’ – tutto ciò che è labile e caduco –, in marcia verso il ‘fenomenale’ (tutto ciò che è oltre – ma anche l’effimero poteva andar bene…). E con quella sua ambigua, eclettica, eccentrica fascinazione verso il fascismo, da filosofo postmoderno (almeno secondo Richard Wolin). Simbolo ed emozione che si congiungono, forma e materia tutte d’un plesso (solare): ecco che l’archetipo stava per partorire il gigante (dopo il topolino). Una tensione olimpica verso la creazione di un universo artistico (senza nani e ballerine – senz’offesa per entrambi). Cosmo sì, ma con un po’ di caos (la ‘stella danzante’ nicciana). Libertà dionisiaca e fulgore apollineo. A proposito, che tipo Adalberto Libera, l’architetto di Casa Malaparte!

Lorenzo aveva conosciuto – sulla carta – Adalberto Libera (e Ignazio Gardella, il progettista del ‘suo’ residence in quel di Pugnochiuso) tramite John Hejduk, l’architetto-critico che guardava all’architettura con gli occhi del fanciullo (e la sua Bye House, monella olandese era lì a testimoniarlo). Il quale, riferendosi all’esperienza americana d’isolamento e frammentazione, sosteneva che, se l’architettura e lo spazio urbano in Europa sono sempre stati connessi, il ‘fenomeno americano’ era, invece, il prodotto del dividersi dell’unità, del suo trasformarsi in oggetti, del suo frammentarsi (eppure, sono Stati Uniti…).

In questo Lorenzo era diverso: più che di cose si occupava di razionalità (ma con fantasia, ai limiti dell’iperbole). E, ovviamente, di case (anche di interni – ma qui Arianna era più addentrata). In lui, come in Hejduk, c’erano il ‘rito’ e la maschera, l’eclettico collage di motivi letterari e metafisici, il teatro dell’assurdo e l’esistenzialismo, il nouveau roman di Robbe-Grillet e le liriche di Rilke (e Stefan George, perché no?), il surrealismo e il dadà. Kafka e Calvino, la scolastica medievale, la mistica renana, Lutero e Böhme.

Questo il suo nudo pasto quotidiano (anche Stirner, anarchici e individualisti vari). Starter, primo e secondo. E l’architettura come frutto della passione…

Nuove Sintesi o Nuove Organicità. Antichi sapori.

 


 

domenica 25 ottobre 2020

BEAUTY FORM

 

BEAUTY FORM

 

Gaia nuotava come una sirena. Il due pezzi – viola con bordura verde under, il top verde integrale – era quello dello scoop domenicale. Lorenzo non era da meno (anche riguardo al monokini, rigorosamente blu elettrico), da buon tritone o delfino memore delle sue origini ioniche, ma mai applicate così alla lettera come in quest’occasione. Anzi, se nella piscina le sue evoluzioni erano state piuttosto sottotono (più che altro, mono-tono), nelle frizzanti acque della baia si aprirono a ventaglio. Toniche, in un pavoneggiamento spontaneo, schietto, geneticamente non modificato.

    «Dai, raggiungiamo Portopiatto a nuoto.»

   In altri tempi questa sarebbe stata una provocazione che Lorenzo mai e poi mai avrebbe accolto. Specie da quando, a dieci anni, aveva rischiato di annegare. Lui, il ragazzino timido e solitario che si prefissava una meta – una boa, una barca, i pali delle cozze –, per poi raggiungerla in nuotata solitaria, sempre però con l’ausilio delle sue tanto amate pinne. Solo che quel settembre di una quarantina di anni prima (sì, proprio settembre...) qualcosa non era andato per il verso giusto. Anche perché aveva introdotto una variante: niente pinne, niente sotterfugi, ad armi pari.

    Un’andata da favola – a piedi nudi alla meta (era però solo a metà dell’opera) – ma, al ritorno, sullo sfondo, l’Aventino: la fatica si fece sotto. E lui, avventato, rischiò di andare a fondo. Le forze, avventizie, gli vennero meno a un centinaio di metri dalla riva, una bella distanza per la sua acerba età, ma Lorenzo, pur in preda al montante panico, non chiese aiuto, rischiando così di affogare – e di mandare all’aria (anzi sott’acqua) il progetto di vita riservatogli ab eterno. Virile dignità, terrore, assenza di paura? Viltà, forza di volontà? Difficile da dirsi. Uniche certezze: nessun’anima viva nei pressi, profondo il mare, le sue forze a fondo.

    Eppure, non sa come, riguadagnò la riva senza che i suoi e nessun altro (almeno nel mondo visibile…) si fossero resi conto della sua ‘distretta’. Il piccolo Lorenzo non lasciò trasparire nulla, ma da allora il giocattolo si era irrimediabilmente rotto. Solo da qualche anno aveva ripreso, prima timidamente poi con una certa naturalezza, ad avventurarsi un po’ oltre, ma solo un po’, mai al largo. Malgré tout, il mare aperto era sempre lì pronto ad accoglierlo. E lui, dopo l’incontro con Gaia, non avrebbe mai più risposto con uno sdegnoso rifiuto...

  

    Superata la fila di boe, Lorenzo raggiunse Gaia e iniziò a ‘giocare’ con lei, come un delfino con la sua istruttrice, squittii compresi. Sempre più sicuro di sé, ormai mascalzone latino, dal clownesco virò sull’affettuoso e, presa sempre più confidenza con gli alti fondali (la complicità con Gaia era matter of fact), si lasciò andare, senza opporre resistenza, a tutto quello che la situazione intrigante del momento suggeriva.

    Passò più volte sotto il flessuoso corpo flottante, sbucando strafottente, ora alla sua destra, ora alla sua sinistra, sgusciando sott’acqua tra le sue gambe, non senza prima aver mimato un plateale risucchio negli abissi (quattro-cinque metri, volendo abbondare), emergendo poi a squalo alle sue spalle. Abbracciandola, vellicandola, fingendo di affogarla. Baciandola senza ritegno... (ma sentiva che in quel momento – una prosecuzione, e consecutio, del tempo propizio – tutto era degno, e lecito: omnia munda mundis…).

   Ho chiuso con questa vita. Non ho cercato il cielo. Non temo l’inferno. Deporrò queste ossa al di là del triplice mondo. Non asservito, imperturbato…” Prima la poesia zen di Fuyo-Doka, poi Rabia, la mistica sufi: “Oh, mio Dio, se Ti adoro per il timore dell’Inferno, bruciami nell’Inferno; e se ti adoro per la speranza del Paradiso, escludimi dal Paradiso; però, se Ti adoro unicamente per Te stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.”  Le vibrazioni celesti e i sussulti ctoni, pur nella loro dissonanza, si accordavano (ossimoro: tutto si fa per te…) con quelli terrestri (e marini), provocando un riverbero, una risonanza – come da sitar indiano –, sulla pelle di Lorenzo, bagnata d’acqua e di passione.

    I got you under my skin, I love you under my skin. Lei lo faceva fare, anzi, gli ricambiava il favore con immersioni ed emersioni ancor più audaci (compresi baci e apertura simultanea di tutti i sensi, grossolani e sottili). Due ragazzini appena sbocciati all’amore: lui, l’eterno giovane, abbronzato, tonificato, effervescente; lei, la jeune fille en fleur alla David Hamilton (ben prima di Helmut Newton). Questa l’impressione flash/flesh di Lorenzo e Gaia sul manipolo che, spezzando l’incantesimo, irruppe all’improvviso ex nihilo a cavalcioni di un motoscafo che, col suo blu elettrico (a far da pendant al costume del nostro man at work), incrinò lo specchio verde assoluto della baia. Materializzatosi d’incanto per intromettersi tra i due al solo scopo di rimetterli sulla rotta giusta per Portopiatto.

    Tre a bordo, due ragazzi e una ragazza, da copertina, circostanza che a Lorenzo, esteta per natura e scelta di vita, non poteva certo sfuggire, data la loro azzardosa contiguità. Ancor più da presso, al punto da sfiorare Gaia, una giovane, ancor più bella (degli altri due), anche lei sui vent’anni – alta, i capelli lunghi, il castano che scivolava sul biondo –, virò bruscamente sugli sci d’acqua per non arrotare il due di cuori.

    L’amazzone, per nulla turbata, invece di inveire, o quantomeno chiedere scusa per la mancata precedenza, sorrise radiosamente e, dopo aver staccato la mano destra dal cavo di traino, salutò allegramente. Poi, dopo un attimo di souplesse, sì allontanò al seguito del motoscafo in direzione dell’hotel ‘Il Faro’, ma non prima di essersi congedata – come il genius loci imponeva – appoggiando due dita sulle labbra e staccandole a mo’ di bacio volante. Anche i tre a bordo salutarono – kiss kiss – riprendendo a gorgheggiare a voce alta “a new day has come...”

 

  «Ti piace Céline Dion, o la trovi stucchevole?» gli spruzzò in viso Gaia, senza scomporsi, né accennare minimamente allo scampato pericolo.

   Lorenzo annuì frettolosamente, lasciando nel vago l’esatto senso di quel suo sì quasi deglutito: la sua attenzione era stata improvvisata attratta da un oggetto non meglio identificato, entrato in rotta di collisione col suo braccio destro nel bel mezzo delle concitate fasi delle evoluzioni del motoscafo e dei suoi ospiti a bordo (e qui un flash-back della sciatrice: per un attimo Lorenzo vide sovrapporsi su di lei l’immagine di Arianna ventenne – quasi due gocce d’acqua, e di memoria; e poi anche lei amava lo sci nautico).

    «Lorenzo, sento che in questo momento Céline Dion sta per passare il testimone a Dion Fortune, meglio ancora, a Dio e alla Fortuna. Lo sai che lo Spirito Santo è la ‘fortuna’ di Dio?»

  Ancora una volta Gaia aveva, misteriosamente (e cripticamente), colto nel segno…

   Colpito, Lorenzo distolse per un attimo lo sguardo dall’oggetto galleggiante, percorso da nuovi intensi brividi, non tanto di piacere fisico quanto spirituale; attraversato in ogni sua fibra da una misteriosa sensazione, eccitante, effervescente, fibrillante: quella di catarsi addosso (anche questo un gioco di parole del filone precedente, quello dei piccoli sassi). Era fatto: fiumi di dopamina gli scorrevano dentro, l’ossitocina era alle stelle, bombato gli pareva di rivivere i viaggi del sessantotto... Non solo un nuovo giorno era venuto, ma ogni momento, da allora, prometteva di essere una scoperta, nuova, continua, una matrioska fino alla sorpresa finale (con botto).

   Sorpresa: l’ufo acquatico si rivelò una banale bottiglia. Il botto (il primo di una lunga serie): la bottiglia era speciale, da love-boat o love-movie (sempre con Arianna, l’estate prima aveva visto un film con un incontro del terzo tipo like that, ma sul bagnasciuga). Insomma, a message in the bottle alla Police (Lorenzo, quanto a canzoni, non si faceva certo mancare nulla).

   Era la seconda volta che gli capitava. Qualche anno prima – questa volta sulla costiera ionica di casa –, una sua pigra nuotata, bordeggiando la scogliera con Arianna, l’allora piccola Marzia, Davide ormai garzoncello e alcune loro cuginette, era stata allertata dal rinvenimento in acqua, quella volta senza scontro e botto, di una bottiglia incrostata dal tempo (un annetto), con dentro una lettera. Il messaggio, manoscritto, in inglese: due ragazze svizzere in vacanza – di una ricordava il nome, Helga – promettevano delizie d’amore al fortunato Indiana Jones e al suo compagno d’avventura. Indirizzo e cellulare non furono però sufficienti a indurlo al grande salto (il volo per Ginevra): per Lorenzo-Lancillotto la ricerca dell’arca perduta (per non parlare del Santo Graal) non era ancora terminata.

 

(Cap. 11 del mio romanzo Gocce di pioggia a Jericoacoara – N.B. il titolo Beauty form non è quello del capitolo, ma solo del post)

 

 

sabato 24 ottobre 2020

INCONTRO AL BUIO

 

INCONTRO AL BUIO

 

È tardi, la macchina è in panne, ma la casa di Gioia è vicina, in pieno centro.

Me la faccio a piedi. Me la sbatto di SUV e gipponi – ma indulgo con le cabrio, rigorosamente nere. Del resto, per dirla con la Verasani di Quo vadis, baby? “… dove ci sono le Range Rover non può esserci una gran sete di conoscenza.”

Il vento fischia sulla pelle. Gocce di pioggia m’imperlano il viso: il nevischio liquefatto dal fuoco interno mi avvampa. Allungo il passo. È la mia prima volta e non posso tardare. L’atmosfera è da romanzo giallo. Tinta di noir. V’intingo la penna dei miei pensieri – quelli dopo l’ultima chat – e riscrivo mentalmente le ultime parole di Gioia: «Ti aspetto a mezzanotte, l’ora giusta per passare dalle parole ai fatti».

 

Uno schizzo da una pozzanghera, un clacson, due voci che battibeccano. Crudo il ritorno alla realtà. Il portico m’inghiotte pietoso, la luna si piega, s’incurva maliziosamente – alla Totò –, cerca d’infilarsi nel passaggio coperto. Vi sbatte la testa (è luna piena), tenta d’illuminarmi, ma non ce n’è bisogno: sono tutto un fuoco.

“Stanotte allenerò le mie labbra a sorridere e dovrò quindi pensare a lavarmi fino alla morte i denti.” Un pensiero (a) folle alla Piero Ciampi mi assale. Sbando, complice un’altra pozzanghera; ingaggio una breve lotta con le mie fumisterie cerebrali, inciampo ma tiro dritto. Rimetto la mia mente a cuccia e proseguo. Niente facce, niente piedi, solo ombre. Notte d’ambra: una cocotte mi sussurra qualcosa, un transex traballa su tacchi follemente siliconati, ma io glisso su entrambi.

 

Scivolo a folle sull’impalpabile velo del pavé, spio tutt’intorno: sono di nuovo solo, tutto il resto è noia. Pioviggina, sono disarmato: un altro portico mi accoglie prodigo nel suo seno, ma io lo titillo solamente. Sarà per la prossima volta.

Un quarto a mezzanotte. La città è tutta colorata di buio e di fari arancio – ne sento la fragranza. Nient’altro, solo l’aria della notte e l’odore del fumo. E le stelle. Spremo il parapioggia, sotto i portici non serve, tiro su il bavero – l’immancabile giubbotto para… di pelle nera alla Lou Reed – e sfilo via accanto a visi senza faccia.

 

Asfalto bagnato. Fischia il vento – e mi gorgoglia il ventre: sono a digiuno. La città mi scivola accanto, sopra, sotto… Ma sento qualcosa d’incombente: c’è qualcosa nell’aria. Lascio il Fight Club dei sogni, allungo ancora il passo, scavalcando il tempo, dondolo ondeggio sbando scivolo. Suoni sincopati e barriti alla Miles Davis mi inseguono, sbucati da chissà dove: mi sento come un ‘miles gloriosus’ nella giungla urbana. Ma sono solo un tassello nel suo patchwork di stoffe e colori, nella jam-session di suoni, parole, fiati, sussurri, bisbigli.

Tutto il mondo dorme. Respiro a plesso solare aperto, mi ricarico guardando la luna piena e mi disintossico inspirando la polvere delle stelle. “Mugola in lontananza un aspirapolvere.”

 

Tre minuti a mezzanotte. Sono in orario. Sbatto contro un tipo. Il ganzo – virante al gonzo – mi guarda, caracolla, scocca la saetta: stecca, il dardo cade afflosciato. Lo guardo, senza riguardo, lo fulmino. Getta la spugna. Si allontana frettolosamente, quasi inciampa su se stesso, sfuma nelle tenebre.

Mezzanotte. Spremo il citofono (notte da arancia meccanica?). Non ce n’è bisogno, lei è dietro al portone. Me lo apre, con circospetta levità, quasi fosse uno scrigno segreto. Tattoo senza tabù. Le nostre labbra s’incrociano, s’incollano, rimarginano ogni vuoto. Atmosfera da Cantico dei Cantici: Le tue labbra somigliano a un filo scarlatto, la tua bocca è graziosa; le tue gote, dietro il tuo velo, sono come un pezzo di melagrana.

Entro. Non c’è bisogno di parola d’ordine. In ogni caso, la conosco: Doppio specchio – ma è tanto per giocare. Ma non è sempre un gioco…

(tratto dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?)