sabato 6 marzo 2021

BEAUTIFUL

BEAUTIFUL

  Beautiful. Sì, questa volta un termine semplice come titulus e incipit del post. Come al solito, mi affido all’ispirazione del momento e all’alea (il ‘dado’) che il Destino (la ‘maschera’ di Dio) mette in gioco nel qui e ora: l’Io è il Chronos, il Tempo; il è l’Aion, l’Eternità.

Getto il dado e su YouTube esce More & More di Joe. Casualità? Sì. D’altronde, il Caso è l’app che Dio usa quando non vuole farsi riconoscere…

Sì, beautiful. Lascio Anatole France, da me remixato, e tiremm innanz. 

La Grande Bellezza. Tu che mi leggi sei bello/a (kalos kai agathos direbbero quelli dall’arya fine…). Sei bello/bella sempre di più. More & More. Forse anche perché in te c’è lo spirito del bellum – lotta, combattimento –, nel senso di ‘fuoco’, ‘energia’; anche se i venti pestilenziali che vengono dalle contrade dei ‘bruti’ le paludi maleodoranti dei social cercano di spegnerlo, soffocarlo, ridurre tutto in cenere.

Ma tu che segui questo mio percorso di ‘iniziazione’ (scrittura creativa, Kultur, Weltanschauung), saprai ben orientarti nel bosco in cui sei entrato/a uscendo dai sentieri battuti dalla solita gente. Lì, inoltrandoti tra i ‘sentieri interrotti’ di heidegerriana memoria, dopo aver scelto il ‘sentiero meno battuto’ (Frost), troverai la ‘radura luminosa’.

D’altronde, “meglio il bosco che l’asfissia civile, meglio la battaglia che una pace da salotto.”   

Quindi, non arrestarti, non voltarti indietro (la moglie di Lot diventò una ‘statua di sale’), non ti far sopraffare dalle circostanze; e soprattutto, non volgere le spalle a me, pensando che forse… No, non c’è forse. E poi io non tradisco (semmai traduco – trasporto – su altre ‘rive’).

Grazie a questo percorso – torna eventualmente indietro: rileggiti i post passati – supererai ogni difficoltà (per perfezionarti leggi il mio romanzo e i miei saggi/manuali).

By the way, ecco un assaggio di parole danzanti, da derviscio rotante.

   Un ossimoro in itinere, more & more, tra il dolce e l’amaro, ma schietto, brut, senza ibridi (se ci sono, solo per hybris). Orgoglio senza presunzione: Adamo ed Eva ancora nel giardino. Sneakers o tacchi a spillo, mai tacco barzotto. Fantasia, gioco, passione, emozioni; l’illogico e l’inesplicabile; l’ebbrezza e il sogno. E soprattutto, fou rire…

E poi, dopo i sons, le lumières: monocromatiche, qualche dissonanza di tono, un digradare di nuance, una gimcana di stili tra il cosy e il rude. Ma ecco, blow-up, una Marilyn di Mimmo Rotella a parete – la mansion è tutta un tocco d’artista. Al suo fianco, disinvolta, una granslam: polittico luminoso di torce in alluminio dal gioco infinito di luci up and down.

   Molto bianco e nero – tra horror vacui e horror pleni –, niente Manson (né massoni): la magione è da AD, ma più casual e radical-choc. Uno spumeggiante brindisi di brand, griffe, graffianti logo in un dialogo ininterrotto. Un luogo loco.

Una maison architecturale, non solo una ‘macchina per abitare’. Un pensatoio, un thinking tank. Adatta alla mission. Un digesto di arts and crafts, tra gli anni ’50 di Gio Ponti e il terzo millennio di Jean Nouvel. Ma con una stimmung ‘originaria’: “… la conchiusione del perimetro perfetto di un tempio greco … tra la vegetazione lustra di umori, e dove ogni umore cede il passo alla santa pietra del sacro…”

   Vento di buone nuove, echi del buon tempo perduto. Intermezzi di colori sfuggenti o forti (pensiero debole e Nietzsche a tutto spiano, complice la cultrea Anna, sempre lustra di umori), tra il sexy e il romantico concettuale: un elisir di dolce vita – anche un po’ vida loca – contro l’ottundimento dei sensi.

Poco bling bling, malgré tout: molto charme, brut, asciutto, minimal. Più Dharma che Karma (ma la K tira…). Minima moralia e calligrafia erotica. Calligrammi all’Apollinaire nell’aria e trame lettriste sulle pareti. Tra respiri d’Olimpo e sciacqui nel Gange (e tagli di Blade Runner). In sciamanica attesa della presa di coscienza (nell’anima), dell’analisi (nella mente) e di una strategia (con il corpo).

   Di colpo la stasi. Solo pochi istanti di souplesse temporale, poi il ‘solve’ continuò la sua alchimia: i pensieri divorziarono dalle parole, le parole dai suoni, i suoni frantumati annichilirono nel grande vuoto pneumatico. Iniziò il ‘coagula’.

Amplitude, ciselure, anéantissement: una debordante situazione lettrista. Oltre il surreale, già postmoderna. Azzeramento di ogni valore e sua riconversione. Bouleversement psichico ed esistenziale. Creatività pura, figurazione libera, arte spicciola. Dérive e détournement. Ipergrafia, iperfonia, décollage e body art. Soulevement de la Jeunesse.

  Tornò giovane. E ne approfittò. S’introdusse nottetempo all’interno di case in costruzione, per poi infilarsi, insieme ad altri ribaldi come lui, in palazzi in demolizione. Colorò i muri. Percorse, in autostop, senza tregua e senza meta, la città invisibile. Infine, nel bel mezzo dello sciopero dei trasporti pubblici, si buttò a capofitto nel traffico dell’ora di punta, senza casco e strafatto di vodka. Ubriaco e impasticcato, errò lucidamente nei cunicoli sotterranei della Grande Mela, in cerca di coccodrilli albini (e del verme). Trovatone uno (un alligatore delle Everglades, verde mela), se lo caricò di peso in macchina.

Poi, a motore spento (era al verde), per sgravarsi dei sensi di colpa cominciò a scorrazzare, a fari anch’essi spenti, nel ventre (molle) della città obesa. Un botto. I suoi occhi si riaprirono, cisposi: tra un battito di ciglia e l’altro, vide due torri crollare…

  Cambiò sala nel multiplex della sua mente. Altro scenario, altri attori. Dal fantasy al reality. The show must go on. Dal film d’essai al film della sua vita. Più breve. Se lo vide tutto d’un fiato, fino ai titoli di coda. Film in bianco e nero, con pezze a colori (a voler essere pessimisti: in realtà, a voler essere ottimisti, era tutto a colori, sia pur sbiaditi). Mucca pezzata: nera e rossa (e lui così ‘nero’ da diventare quasi ‘rosso’: una corsa da toro infuriato tra i birilli bianchi, una dozzina di capriole – con le corna – poi, finalmente il salto nell’abisso).

Sul grande schermo davanti agli occhi sempre più spenti – verso la realtà esterna, ma a fari accesi sul castello dell’anima – di Lorenzo, ormai regista e produttore.

  Finito il film, cominciarono a scorrere i nomi degli attori… Suoni in décalage, dissolvenze, solve et coagula, la serata comincia a ingranare: Diana mi sgrana tutto il parterre (chi impiedi pour parler, chi fané sugli oblunghi e profondi sofà tra il dannunziano, lo sherazade e il divin marchese). Manca solo Vittorio, arriverà a momenti (sì, ci sarà pure lui, ce ne saranno di battaglie…).

Le premesse ci sono tutte: Bataille a braccetto col mondo di Sofia, filosofia siderale tra rumori di fondo del quotidiano, azione (action now) e reazione –  creatività irrisolte che si sovrappongono e si ibridano in cerca di una nuova forma. Siamo qui per questo (con indosso gli anfibi, anziché completini Luisa Spagnoli e mocassini dal tacco barzotto.”).

 

 


 

giovedì 4 marzo 2021

LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA. LA CITTÀ RESILIENTE

 

LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA

 

 LA CITTÀ RESILIENTE

 

 

C’è il “fare anima” e c’è il “fare città”.

“La forme d’une ville change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel.”

(C. Baudelaire).

Nel passato il ruolo cruciale nella crescita economica-sociale delle città, spesso antitetico alla loro vocazione originaria, lo hanno avuto le industrie siderurgiche, caratterizzate dall’uso massiccio di combustibili ad alto impatto ambientale. Di pari passo, le pubbliche amministrazioni si sono focalizzate eccessivamente su logiche di efficienza di breve periodo, compromettendo la sostenibilità futura.

Oggi, rivedendo e correggendo il target e le performance, e quindi le politiche e i piani d’intervento – grazie a un’azione collettiva, partecipata e condivisa nelle sue fasi (conoscitiva, programmatica e progettuale) – si torna a parlare di Urbanistica, non solo in termini di conoscenza e consapevolezza dei luoghi, ma anche di correlazione tra i vari stakeholder interessati al “fare città”. Infatti, molti studi di settore confermano che le politiche e i piani di rigenerazione non partecipati rischiano di mancare i loro obiettivi.

Per questi motivi, la progettazione partecipata è ritornata a essere nuovamente in auge, dopo un lungo periodo di stasi: le esperienze americane e nord-europee di community-based planning e di advocacy planning, ossia di forme di urbanistica con finalità sociali, adattate al nostro contesto, non solo hanno prodotto, e producono, buone pratiche nell’ambito della governance, ma favoriscono nuove e interessanti occasioni di lavoro per professionisti e imprenditori.

L’approccio teorico-operativo dev’essere, quindi, del tipo misto (top-down e bottom-up), con al centro la comunità, con i suoi bisogni e sogni. Punti qualificanti: la ricerca di coesione sociale, politiche a sostegno dei gruppi e delle aree più deboli ed emarginate e riconoscimento del valore della qualità architettonica e urbana – non solo dei “pieni” e delle “emergenze”, ma anche dei “vuoti” (gli spazi pubblici e le aree verdi come elementi vitali e qualificanti della città).

 

La resilient city (“città resiliente”) è un sistema urbano che si modifica grazie a risposte sociali, economiche e ambientali nuove, che le permettono di resistere, nel lungo periodo, alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia. La resilient city non si adegua semplicemente, ma cambia: sua connotazione è la capacità di mitigare e superare le problematiche, conservando la sua struttura e la funzionalità di base; ma anche di cambiare, pur mantenendo la sua identità.

La resilienza è la capacità di un sistema socio-ecologico di cambiare continuamente e di adattarsi, rimanendo tuttavia entro le soglie critiche. La resilienza è, quindi, oggi una componente necessaria per lo sviluppo sostenibile, in quanto opera anche sui modelli organizzativi e gestionali  dei  sistemi  urbani: una città sostenibile è, quindi, una città resiliente.

 

Gli interventi ecocompatibili, nell’ambito di un’economia circolare, volti alla riqualificazione sostenibile dovranno confrontarsi con le seguenti questioni:

·      Inquinamento: cercando di ridurre al minimo emissioni nocive, polveri e rifiuti.

·      Consumo di risorse naturali: riducendo i consumi di elettricità e riscaldamento.

·      Salute: riguardo alle costruzioni, utilizzando materiali ecologici e non tossici.

·      Biodiversità: salvaguardando e proteggendo la flora e la fauna esistenti (eventualmente, introducendone ulteriori).

·      Verde pubblico: inserimento di zone verdi – come parchi, riserve e giardini – da collegarsi, attraverso “vie verdi”, alla città, progettando, quindi, infrastrutture verdi che colleghino gli elementi naturali, già esistenti o da creare, e promuovendo la realizzazione di giardini pubblici, viali alberati e piccoli spazi verdi nelle corti interne ai palazzi. In aggiunta, interventi su piccola scala, come:

il “verde verticale”;

i tetti verdi (un green roof può rimuovere la materia particolata e gli inquinanti gassosi, come ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e ozono);

le cisterne di raccolta delle acque e i raingardens. Questi ultimi, i “giardini della pioggia” – delle leggere depressioni del suolo ricoperte a verde, simili a delle aiuole –, servono a controllare le quantità d’acqua piovana provenienti dai tetti degli edifici, dalle sedi stradali e dalle grandi aree pavimentate, permettendo il filtraggio e la depurazione naturale dell’acqua raccolta e il rallentamento nell’afflusso alle falde acquifere e ai corsi d’acqua.

·      Strutture info-educative: create appositamente per l’educazione e l’intrattenimento dei cittadini, come incubatori, biblioteche, campus, centri ricerca, di intrattenimento ecc.

·      Mobilità: sistema della mobilità che prevede la separazione del traffico veicolare da quello pedonale, oltre a un sistema di trasporto pubblico efficiente collegato alla rete di autobus e treni locali. Tappetini stradali e pavimentazioni che consentano il drenaggio dell’acqua piovana e il suo recupero con un sistema che funzioni per infiltrazione attraverso la vegetazione e il suolo, tramite tubi, fossati, bacini di detenzione – disposti come fossero bacini naturali – e serbatoi che favoriscano il riutilizzo dell’acqua piovana per la coltivazione e il giardinaggio.

·      Water squares: in apparenza dei semplici spazi pubblici multifunzionali (posizionati in luoghi strategici), i quali, però, nel caso di forti piogge, si trasformano, parzialmente, in bacini di raccolta e stoccaggio delle acque piovane, così da alleggerire la pressione sull’impianto fognario,con la possibilità di riutilizzo delle stesse nei momenti di maggiore siccità e stress idrico. Le water squares si presentano, quindi, come delle aree per il gioco e il relax: nella maggior parte del tempo asciutte e utilizzabili come qualsiasi altro spazio pubblico;solo saltuariamente, in base all’intensità piovana, più o meno allagate (durante le piogge di lieve e media intensità l’acqua sarà semplicemente filtrata e immagazzinata in bacini di stoccaggio nascosti, così da poter essere riutilizzata in futuro; in caso di forti precipitazioni, la piazza, allagandosi, diventerà un vero e proprio piccolo laghetto artificiale).