lunedì 21 giugno 2021

PREGHERÒ

PREGHERÒ

 

Abbiamo visto come gli esercizi di attenzione sono strategie di indebolimento dei processi automatici del pensiero. L’attenzione, sia essa ‘concentrativa’ o ‘contemplativa’, alimenta infatti i processi di pensiero e di atteggiamento connessi con l’essenza, cioè il tuo vero Io, e indebolisce, dissolve, disinstalla, ogni automatismo alimentato dagli stati di distrazione della mente, ridando fiato alla consapevolezza e liberandoti dal tuo falso-Io.

La preghiera è collegata con l’attenzione, la contemplazione e la meditazione. Non parlo della preghiera sdolcinata, automatizzata, ripetitiva, ritualistica o pappagallesca (quella dell’ uomo n. 1, direbbe Gurdjieff), cui spesso hai ‘attinto’ (se sei un credente, sia pure flebile…), ma della preghiera ‘vera’, quella connessa con la tua ‘precarietà’ (‘pregare’ e ‘precario’ hanno la stessa origine), ossia della “preghiera di desiderio”, quella che ‘ricorda’ (riporta al cuore: cor in latino) la tua essenza, mette in moto la tua intenzione e indirizza l’attenzione verso lo “stato desiderato”. Come qualcuno ha detto: quando preghi capitano ‘avvenimenti’…

La preghiera, infatti, può incidere (mi limito a dire può) sul presente, sul futuro e, strano a dirsi, sul passato… Questo in quanto la preghiera è indipendente dallo spazio e dal tempo. Ed è anche indipendente dalla ‘sonorità’ della parola (la cui efficacia, se “parola divina” – o con risonanza divina, tipo il Sia la luce! di Genesi o le “parole guaritrici” di Gesù –, è riconosciuta da ogni cultura). Questo perché la preghiera può essere efficace sia se ‘detta’ (anche ‘urlata’) sia se ‘muta’ (come, d’altronde, il mito: storia archetipica ‘muta’, ossia non raccontata da cronache storiche – ma spesso il mito è ben più efficace e ‘vero’ di tante storie attestate e certificate).

Nondimeno, più che di preghiera in sé – che, in ogni caso va ben oltre il chiedere a Dio, in quanto è piuttosto uno ‘scendere’ nelle profondità della nostra anima per aprire la porta dello spirito – preferisco parlare di stato di preghiera, ossia di un’atmosfera spirituale che avvolge l’uomo come un’aura che attira e diffonde energia positiva (e di successo).

In ogni caso, sia essa un’atmosfera (una stimmung) sia essa una ‘petizione’ (rivolta prima alla tua vera essenza, cioè al tuo spirito, poi allo Spirito), la preghiera è un’attenzione contemplativa, una “preghiera di centratura”, un focalizzare l’attenzione e acquietare la mente, un assorbimento estatico dello spirito nel mare magnum del mondo invisibile. Fatto è che la vera realtà – quella che tu vedi con gli occhi dell’essenza – fuoriesce da dietro al tuo “schermo mentale” solo quando abbandoni la (falsa) consapevolezza abituale dello stato di veglia e ‘sali’ allo stato di coscienza superiore, ossia di ‘supercoscienza’ o di “coscienza transpersonale” (a tal proposito Aurobindo, filosofo ‘mistico’ indiano, ha introdotto il termine Supermind – sopramente o metamente, ossia coscienza ‘altra’).

Ti sto infatti dicendo che ci sono diversi livelli di coscienza. Lo stadio di coscienza ‘preparatoria’ è quella posto a livello fisico-emozionale (sensazione corporee, percezioni sensoriali, emozioni, fino alle cognizioni elementari sotto forma di immagini, archetipi e simboli, sia pur senza averne consapevolezza chiara). Questo stadio corrisponde alla coscienza del tuo Io. Se trascendi questo stato, ti poni a livello della coscienza transpersonale, che include, non solo una chiara visione della realtà, in tutte le sue sfaccettature e sfumature, ma soprattutto ‘illuminazioni’, intuizioni, visioni, profezie e… miracoli.

C’è poi l’esperienza mistica: esperienza del vuoto, della ‘Divinità’ in sé (nuda e semplice, senza predicati). Qui fai esperienza del “puro essere”, dello Spirito, dell’Origine. È lo stadio del “fiat lux”, in cui tutto si può creare…

 

Non si tratta, in ogni caso, come ti ho già detto, di eliminare l’Io o di combatterlo. Devi solo farlo tornare nel suo cantuccio (finora ha occupato il salone…) e ridargli il peso (minimo) e l’importanza che gli spetta. L’Io è solo il centro organizzativo della tua struttura personale, ma il ‘dirigente’ dev’essere l’essenza, che può e deve ristrutturare la tua persona al momento opportuno. L’esperienza mistica, e con modalità più semplici la preghiera, ti disidentifica dall’Io e ti riunisce con l’essenza.

Essenza, presenza… Lo psichiatra americano Morgan Scott Peck, nel suo libro The road less traveled (La strada meno frequentata), ribadisce alcuni concetti di Jung: in particolare, che la scienza non è in grado di spiegare quelle misteriose coincidenze ‘significative’ (le ‘sincronicità’, da Scott Peck chiamate ‘serendipicità’) che costellano la vita di ogni uomo e che favoriscono – ossia aiutano, sostengono e proteggono – la vita umana e la crescita spirituale. Questi fenomeni, conferma Scott Peck, sono ricorrenti e comuni a tutta l’umanità, ma, per quanto possano essere influenzati dalla coscienza umana, la loro origine non deriva dalla volontà o da processi decisionali consci. Questi “stati di grazia” originano da un’altra realtà…

"Qual è l’origine della grazia? L’amore infatti appartiene alla coscienza, ma la grazia no. Da dove viene questa forza che si origina oltre i confini della coscienza e favorisce la crescita spirituale degli esseri umani? (…) Per spiegare i miracoli della grazia e dell'evoluzione noi supponiamo l’esistenza di un Dio che, amandoci, desidera la nostra crescita. A molti quest’ipotesi appare troppo semplicistica, addirittura ingenua e infantile. Ma non abbiamo molte alternative. Nessuno del resto è riuscito a formularne una migliore o anche semplicemente diversa. Siamo perciò costretti a scegliere fra l'ipotesi forse puerile di un Dio che ci ama e il vuoto teoretico (…) Se postuliamo che la nostra capacità d’amare, l’impulso a crescere ed evolverci è un afflato divino, non possiamo fare a meno di chiederci perché Dio voglia la nostra crescita. Qual è il fine di questa crescita? Qual è l’obiettivo dell’evoluzione? Cosa può volere Dio da noi?(…) Tutti coloro che postulano l’esistenza di un Dio benevolo non possono che giungere a un’unica, terribile conclusione: Dio vuole che diventiamo Lui. La nostra crescita ha come fine ultimo la divinità. Dio è il fine ultimo dell’evoluzione. Dio è la fonte della forza che ci spinge a crescere e ne è al tempo stesso la meta. È infatti questo che diciamo quanto intendiamo che Dio è Alfa e Omega, il principio e la fine."

Parole ‘forti’, quelle di Scott Peck: tu sei a un passo da Dio… (tradotto in piennellese: sei sulla strada del peak state – o per dirla alla buddista-induista: Tat tvam asi, tu sei Quello). In ogni caso, è l’apertura a un’opportunità ulteriore: non solo fonte di fiducia nei momenti più difficili della vita, specie quando non c’è più nessun’altra ‘risorsa’ umana, ma, soprattutto, una riserva di ‘energia’ per affrontare ogni situazione partendo da una condizione di forza.

Ama e fa’ quel che vuoi!

 

Tratto dal mio saggio/manuale/total book “PRENDI LA PNL CON SPIRITO!”

 

sabato 19 giugno 2021

GLI ASCIUGAMANI, GLI ZOCCOLI, I LIBRI…

 

     GLI ASCIUGAMANI,  

GLI ZOCCOLI, I LIBRI…

 

La lama affilata guizzò nel buio. Il corpo disteso, il sangue a fiotti. La donna dai lunghi capelli corvini e gli occhi azzurri non aveva perso nulla della sua bellezza. Anzi, il ritirarsi della linfa vitale nelle remoti sorgenti dell’Abisso accresceva il fascino senza tempo di questa vestale dell’amor cortese. La posizione e la strana, diffusa, luminescenza erano le stesse della misteriosa donna della piscina: memento mori, ma anche ricordo di Vitruvio, Leonardo e – onda lunga del Codice da Vinci – …di una messa satanica.

     Non appena sullo schermo mentale di Lorenzo – ora in fase rem, dopo il sonno profondo cullato dalle onde delta – balenò, in bianco e nero, quest’ultima, sulfurea, ambientazione (una location da urlo, comunque da loculo), il viso della donna, prima angelico (ma non eterico, né asessuato, anzi da etéra), ebbe un piccolo sussulto. S’increspò, come un domino al rovescio, dopo di che le prime onde pervasero le guance, arrossatesi al punto da costringere il naso (fino ad allora alla francese) a gibbosità estranee al corredo genetico della fanciulla. Infine, senza preavviso, lo tsunami: come in un corto(-metraggio o -circuito) a colori intensi, gli occhi si spalancarono all’improvviso, gialli, vetero-felini, cisposi, e folate schiumose di vomito si abbatterono, aritmicamente, sul volto di Lorenzo.

     Un ghigno diabolico, strappato alle viscere di un Ades alla Hieronymus Bosch – e qui un deja-vu: la cover del libricino sessantottino, condiviso con Gaia –, eruppe dalla gola grinzosa della bieca megera, sovrastando il frastuono delle onde che si frangevano caoticamente sugli scogli (il tempo, sino ad allora sereno, sembrava volgere al peggio). All’unisono con la bava lavica fuoriuscente dalla bocca repentinamente rinsecchita.

     Le mani affusolate, trasformatesi in artigli, si staccarono dai fianchi del corpo supino, di colpo rizzatosi in piedi, ghermendo alla gola Lorenzo, sbiancatosi di tutta l’abbronzatura accumulata dai primi di giugno (era sempre precoce quanto ai bagni di sole, ma anche quanto mai restio ad abbandonarli). Una forte pressione alla carotide di Lorenzo, poi i denti aguzzi della donna – ora geneticamente mutata in vecchia baba jaga –, scortati dalle mani-artiglio ungulate, cominciarono a scavare frementi sul suo petto nudo, in cerca forsennata del cuore, o di quel che ne rimaneva.

     Lorenzo si svegliò all’improvviso, le mani sudaticce, le articolazioni doloranti, il cuore in fibrillazione. Era da solo sulla piattaforma. Gaia sembrava essersi volatilizzata, evaporata, sublimata, ma qualcosa di lei aleggiava ancora (non i residui della baba jaga – ma un po’ femminista Gaia lo era). Quasi impalpabile eppur ricco di succosa polpa.

     Un foglio, stropicciato, non rifilato, mangiucchiato qua e là, con su scritto: Il tempo passa, ma la sua essenza rimane. La mia assenza testimonia della mia presenza. Sono assente nella persona ma presente nell’essenza (il suo profumo si sentiva… Romance). Ti lascio per non so quanto forse solo poche ore, chissà , affinché tu rifletta su tutto quello che è successo finora. L’ora viene, il Kairòs sta per ingoiare il tuo Chronos: l’immensa folla, finora solo quattro gatti, suggerà, anzi ingoierà quanto tu dirai, perché al tuo fianco ci sarà qualcun altro. Io te l’ho solo presentato. E preservato. Naturalmente non era chi tu conoscevi. Quello era solo una controfigura; non un travestimento, o un impostore, beninteso, ma solo uno stuntman, un ‘modello’, un ‘tipo’, un ‘analogo’ del Logos, il Giovanni Battista che ti stava preparando al deep impact.

 

     Gli asciugamani, gli zoccoli, i libri… Solo allora Lorenzo si ricordò di aver lasciato la zavorra (non i suoi amati libri, suoi gemelli siamesi) sulla spiaggia. Un po’ di peso l’aveva scaricato sul pianoro dello yoga e dei primi timidi approcci con Gaia (sempre più audaci man mano che la spiaggia, e poi il mare, lo andavano calamitando – lui prima calamaro, poi camaleonte, infine sciamano scalmanato), altra zavorra ne aveva lasciata nel suo fortino residenziale.

     Rifece sconcertato, ma non più di tanto (era un bel po’ che levitava in catalessi), parte del percorso a mezza costa. A piedi nudi, con apparente facilità, nonostante la scabrezza di alcuni tratti. Scelse, infine, di tuffarsi, sdegnando neghittosamente una delle scalette d’invito. Sì, tuffarsi, godersi l’attimo, riprendere il contatto a pelle con la natura …ma come portarsi appresso, senza contenitore, i due fogli del riscatto (o ricatto?), queste tessere indispensabili del mosaico che si andava formando sull’abside della sua vita?

     La sua vita, la sua esistenza come spazio sacro calpestato da troppi piedi indegni: il nartece, ormai solo un ricordo del passato remoto, sempre meno affollato, sempre più esterno. La navata, completamente immersa nella nebbia del passato prossimo: vaporosa, a densità variabile, qua e là sfilacciata, costellata da tagli di luce a cui le vetrate istoriate avevano dato volentieri il lasciapassare. E lui, invece, in momentanea contemplazione al centro del transetto, a respirare a plesso solare completamente dischiuso al flusso dello Spirito. Sospirando sospirando, tutto preso a contemplare a occhi sgranati il mosaico sull’abside (virtuale), dalla policromia accesa, a grana grossa e fine – quasi completo, ma le cui particole mancanti, sia pur poche, e alcune zone d’ombra in punti strategici erano tali da inibirne la lettura definitiva –, Lorenzo si fece coraggio (di che avere paura?): si mosse, fece alcuni passi per avvicinarsi alla parete, alla decorazione musiva. Volle, infine, gustarne la consistenza tattile…

 

     Un improvviso black-out e poi la luce: uscito dalla cattedrale mentale, nuovamente su una delle piattaforme a mezzacosta, Lorenzo si guardò frastornato attorno. Dopo più di un attimo di souplesse, frustato dal clash delle onde (e da qualche spruzzo sfuggito chissà come) ritornò in sé e, lucido, realizzò che qualcosa mancava: era troppo nudo per la meta.

     A metà della piattaforma i due foglietti dall’aria smarrita – quelli del progetto – richiamarono la sua ritrovata attenzione. Ancora indeciso sul da farsi, dal margine di un piccolo cespuglio spuntò il ‘montone’ che avrebbe salvato ‘Isacco’ – i due reperti cartacei – dal ‘sacrificio’: una bottiglia di coca vuota in cui infilare i fogli del cuore, pronta a galleggiare al fianco di Lorenzo per quel centinaio di metri che lo separavano dall’ambita spiaggia. E sospirata: niente più indugi, nessuna residua remora a frenare il suo slancio vitale.

     Un tuffo deciso, spavaldo, adamantino: non era uso a questi comportamenti – tuffarsi, nuotare in mare aperto, deliberare senza tema di aspettare il momento (ritenuto) più adatto; senza posporre e poi posporre… No doubt: aveva acquistato coraggio, baldanza, ardimento; aveva imparato a cavalcare la tigre (quella del Sessantotto era solo una lince – già qualcosa…).

     Tigre: l’immagine felina gli riportò per un attimo alla mente Arianna (il black-out era durato sin troppo). E con lei la triade “sesso, amore romantico e attaccamento.” Come avrebbe poi argomentato l’antropologa new entry Helen Fisher, riguardo ai quattro fondamentali ‘tipi chimici’ (ma Lorenzo l’aveva anticipato di qualche mese), in Arianna si coagulavano, ossimoricamente, l’esploratrice (spontanea, ottimista, creativa), la costruttrice (calma, socievole, leale), la negoziatrice (immaginifica, intuitiva, amante della lettura) e, last but not least, la direttrice (ambiziosa, risoluta, logica). In un succoso mix sempre diverso, a seconda degli sbalzi di dopamina, serotonina, estrogeni e testosterone. Cocktail che Lorenzo centellinava, sorbiva, trangugiava, con gusto, ma che ultimamente gli era andato di traverso. Forse perché lui era suo chemical brother: affine ad Arianna, ma con dosaggi diversi. E poi, lui era primitivo.

     Lorenzo: lui non feriscono l’armi, lui non brucia il fuoco, lui non bagnano l’acque, lui non dissecca il vento…

 

Da Gocce di pioggia a Jericoacoara.

 


 

sabato 5 giugno 2021

CONSIDERAZIONI (IN)ATTUALI

     CONSIDERAZIONI (IN)ATTUALI

“In tutti i tempi, per tutto il corso della storia umana, l’uomo ha cercato Dio e le varie religioni del mondo sono la risposta di Dio a questa ricerca, risposta data mediante uomini in cui di Lui stesso più si era manifestato che non nel resto dell’umanità (...) Qualunque sia la religione speciale cui apparteniamo, dovremmo tributare a Loro tutti venerazione e ammirazione, poiché ognuno di Loro portò al mondo lo stesso divino messaggio, insegnò le stesse verità fondamentali.” Annie Besant, la leader carismatica della Società Teosofica, così, un secolo fa, aveva tratteggiato le idee-guida di quella ‘religione universale’ (la ‘filosofia perenne’, rievocata a metà ‘900 da Aldous Huxley), che, se da sempre ha esercitato il suo fascino su certe élite intellettuali, oggi, sbiancata e slavata, faceva proseliti anche in ambiti più popolari, cattolicesimo incluso (d’altronde, il cristianesimo ‘romano’ è da sempre all inclusive). Idee queste, un tempo ‘eretiche’, ma che ora rientravano tranquillamente nell’alveo del politically correct e della vulgata corrente. Ma lui, erede del Principe degli Apostoli, non se la faceva col volgo. Almeno in quel senso.

     ‘Religione universale’, dunque, questo il trend, ma c’era anche il suo ‘contraltare’: i vari ‘fondamentalismi’, specchio offuscato dello zeit-geist di questa travagliata transizione tra ‘dualismo’ (battagliero) dell’Era dei Pesci e ‘monismo’ (irenico) dell’Era dell’Acquario. E tutto questo in un’alba (dorata? tutto nickel, più che altro…) di Terzo Millennio, in cui non appariva ancora chiaro (neanche a lui, il Papa. Claro que no. Nein) se le religioni stessero per tramontare, in quanto residuato di una società premoderna, o se, invece, ci fosse un loro revival, pur proteiforme, tra ‘globalizzazione’ e ‘tribalismo’. Ma tutto questo aveva per lui ben poca importanza. L’importante sarebbe venuto di lì a poco. Lo sfarfallio d’ala nella brezza del ponentino avrebbe prodotto una tempesta fuori dal Cupolone…

     Dall’ermeneutica del sospetto alla reciproca conoscenza. A chi si sarebbe rivolto per la sua Riforma, per la sua ‘Grande Sintesi’? Innanzitutto, a cattolici e protestanti (senza dimenticare anglicani e ortodossi, che per lui, specie i secondi, erano praticamente cattolici).

     Il Cattolicesimo era per il Papa un dato di fatto, specie in una terra (non la sua, l’amata landa linda, un po’ Lutero un po’ monastero) come quella d’adozione, pregna di ‘cattolicità’ in capite et membris. Il Cattolicesimo (Romano – come sottolineano, con una frecciatina, gli evangelici), dalla straordinaria duttilità ‘inclusiva’, ‘cementato’ dalla struttura gerarchico-sacramentale. Un Cattolicesimo sempre in grado di adattarsi allo Zeit-geist – lo ‘Spirito del Tempo’ –, ‘madre’ accogliente dei valori e fermenti che da sempre animano la Storia e le ‘vie del mondo’. Naturalmente, con tutti i suoi pericoli e agguati.

     E poi – così il teologo, e sacerdote, David Tracy – il cattolico aveva (e in effetti ha – su questo il Papa non demordeva) il vantaggio simbolico, rispetto a ebrei e protestanti, di essersi ‘formato’ secondo la grande tradizione di simbolo, immagine, letteratura, santi e storia. E quindi tende a immaginare in modo diverso, a interpretare ogni evento all’interno di un particolare ‘universo di senso’ rispetto agli altri della tradizione giudaico-cristiano (a dir il vero, ‘sprazzi’ di questa Weltanschauung – e questo il Papa, in bilico tra Reno e Tevere, l’aveva compreso – compaiono nel pentecostalismo evangelico). Nel cosiddetto grande Cattolicesimo (così Richard Rohr) si ritrova, infatti, quel grande ‘universo mitico’ (di cui parlano Rollo May e Joseph Campbell), all’interno del quale muoversi per rendere ‘eroiche’ le banali vite quotidiane: un ‘cosmo’ che dà un ‘senso’ al ‘caos’ esistenziale di individui e comunità.

     In assenza di mitologia, emerge la patologia. Non rimane che scrivere la propria piccola storia. E poi, il Cattolicesimo dà grande valore all’’incarnazione’. E non solo a quella di Gesù, ma a tutto ciò che è ‘corporeo’: realtà della Chiesa, transustanzazione nell’ostia, culto di immagini e santi… Un percorso spesso labirintico, in cui sovente ci si perde. Il cattolico, ahimè (quello del Papa fu quasi un ‘sob’, un sos), rischiava di rimanere intrappolato in questa ‘tela del ragno’…

     Insomma, nel Cattolicesimo (nel bene e nel male) tout se tient.

     E sull’altra sponda? Un molteplice e variegato ensemble di comunità cristiane (spesso autodefinentesi evangeliche) che si richiamano (nei tratti fondamentali) ai principi della Riforma del sedicesimo secolo (quantunque non di rado originatesi prima – Valdesi – o esplose nell’ultimo secolo – Pentecostali). Dottrina ricapitolata dai cosiddetti sola: solus Christus, sola Biblia, sola fide, sola gratia…

     E lui da teologo voleva essere al riparo dalle ‘sole’ (sai, Roma…). Aveva le sue certezze. In ogni caso, sia pur a denti stretti, condivideva con Tillich il fatto che il ‘protestantesimo’ fosse un ‘principio eterno’, non ristretto a una data fase del Cristianesimo, ma rintracciabile già nel profetismo ebraico e nella figura di Gesù. Certo, si contrapponevano ‘fondamentalisti’ e ‘liberal’, ma questo avveniva pure nel cattolicesimo (ah, questi integralisti alla Lefebvre… Si sciogliessero almeno un po’!).

     E lui, il Papa, ultimamente si era un po’ dis-integrato. Sì, era rimasto, per alcuni versi, ‘fondamentalista’ (quasi in senso ‘evangelicale’): credeva nella divinità di Gesù, nell’ispirazione plenaria della Scrittura e nella realtà del mondo spirituale (angeli e demoni, Paradiso e Inferno compresi. C’era il Purgatorio, che purga…, ma stava per essere ingoiato). E lui voleva issare un’unica bandiera su questo arcipelago, fossero pure le ‘isole’ cattoliche, protestanti, ortodosse…

     Ma, soprattutto, voleva che ogni uomo fosse un’isola (ma col ponte).

Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara.

 

giovedì 3 giugno 2021

PAU BRASIL. BERTA FILAVA

PAU BRASIL

BERTA FILAVA

 Guardiana del sogno, la brezza pomeridiana. My boo: Arianna, sospinta dai sospiri eterici di Alicia Keys, scavalcò flessuosa l’adone sdraiato sulla sabbia fine lambita dall’andirivieni di onde, tenue sospiro dell’oceano. La pelle brinata, e brunita, di Tomás raccoglieva golosa i gelosi raggi del sole tardo-invernale del Nordeste, caldi malgré tout. Rinviandoli rifratti e condensati a formare un’aura caleidoscopica, custode del suo corpo come in un sacro sarcofago. Uniche increspature, il vibrare della muscolatura tonica e il crogiolarsi sul bagnasciuga della spuma effervescente: lascivo invito al retrostante, desertico, Sertão a lasciarsi andare.

   Brasile: legno di colore rosso. E rosso fuoco il colore (politico) e il calore di Arianna, specie quella ex ante. Il primo tuffo velvet underground dalle felpate sabbie di Praia das Fontes, nel febbraio del ’74: lo stesso anno, la stessa acquariana atmosfera dell’incontro con Lorenzo, solo un paio di mesi in anticipo.

   “Quando soffia la brezza primaverile dell’amore ogni ramo, che non sia secco, si mette a danzare.” La poesia di Rumi, il bardo sufi che soffiava nel suo oceano interiore, aveva accompagnato il surfeggiare del suo cuore alla Prevert sulle onde dell’amore, prima cosmico, poi orgasmico. Un amore (quello pre-Lorenzo) sbocciato sulle dune di sabbia bianca e fiorito tra le scogliere e il labirinto stellare delle falesie.

   Era la seconda storia importante di Arianna, una passione sbocciata sulle ceneri (e sbocconcellata sulla sabbia). La prima, invece, appassita, bocciata, scivolata sulla prima buccia di banana. Gialla ma annerita in più punti. Ma questo frutto della passione, passiflora sbucata dall’oceano, ben lontano da casa, era stato più profondo, eppure anch’esso fugace.

   Nulla, però, in confronto alla terza, la liaison con Lorenzo. Questo amore così violento, così fragile, così tenero, così disperato. Bello come il giorno, cattivo come il tempo, quando il tempo è cattivo. Questo amore così vero, così bello, così felice, così gaio e così beffardo. Tremante di paura come un bambino al buio. E così sicuro di sé, come un uomo tranquillo nel cuore della notte. Questo amore che impauriva gli altri. Che li faceva parlare, che li faceva impallidire. Questo amore spiato. Perché noi lo spiavamo. Perseguitato ferito calpestato ucciso negato, dimenticato. Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato, dimenticato. Questo amore tutto intero. Ancora così vivo. E tutto soleggiato...

 

   Il sole. Era tornato a riscaldare la sua anima. Il sole dell’avvenire. E poi, cantico dei cantici, in quel ‘giovane’ febbraio, così vivo (e in questo ‘maturo’ settembre, ancora soleggiato), l’aquilone si era alzato, l’austro aveva ricominciato a soffiare sul giardino di Arianna; la colomba era tornata e aveva nel becco una foglia d’ulivo strappata di fresco… Una nuova genesi, un ritorno al tempo delle origini: l’incanto di Canto Verde e della sua spiaggia bagnata dall’Assoluto, lo sciolto ghirigoro delle falesie rosse di Morro Branco – grotte, labirinti, cascatelle d’acqua dolce fra le dune –, facile preda del contiguo paesaggio. Rude, macho, sensuale, come la ‘fauna’ locale. Graffiato dalle caucacee e frustato dagli arbusti spinosi della gelosa caatinga, foresta arida e secca ma ancora piena di voglie. Nascoste. Ma mai frustrate.

   E lei, Arianna, appena svelata, da poco guarita dalle prime frustate della vita, inebriata d’amore e dai fumi delle tossine sprigionate nelle sgroppate in dune-buggy (e non solo: postumi del ’68) tra Uruaú e Parajuru, laguna e spiaggia. Inframmezzate dalle promenade a cavallo. Più alla Che (Guevara) che alla Gabriele (il Vate). Vaticinio di un ritorno all’Eden, fuga dall’Egitto (Sharm El Sheik era ancora là da venire), coniugio tropicale di naturismo e libertà. Memore dei cercatori del Monte Verità, complice dei pathfinders della nuova Canaan…

   Pau brasil, legno ardente della foresta vergine. Lei, allora appena sedicenne, ma già sbocciata, sia pure in serra, e i suoi amici post-hippies: tutti di buona famiglia, belli e dannati. Nuovi stiliti d’annata, quelli del ’74 (e due di loro erano poi diventati stilisti). Corifei di questa risorgente tebaide no-global, novella Qumran do Brasil (di cui lei, Arianna era l’icona cult), ossimoricamente aperta ai piaceri della vita – e senza Mar Morto, ma vivo.

   Ebbri di bacco e sazi di pan (di zucchero), erano sbarcati nel cuore e nei fianchi del Sertão, un tempo terra di canna di zucchero, ora di grasso bestiame. E loro, molta canna, poco (o niente) brown sugar. Braccati dai benpensanti, imboccati dai nouveaux philosophes, non ancora impasticcati (ma fumati, sì). Vita sboccata, spericolata, ma non troppo: sempre meno droghe, meno buchi, sempre più amore per gli spazi aperti, sconfinati, incontaminati.

   In vacanza stand-by dagli studi, sul ciglio del salto nell’abisso della creazione (Arianna, liceale, gli altri tutti studenti di architettura, di scuola fiorentina), lambiti dalle onde di anarchia e Beach Boys, surfeggiando Hair al vento avevano trovato nel Ceará, lì dove il Brasile si fa più panciuto, l’alternativa west coast a Goa e Katmandù.

   Occidente e Oriente ossimoricamente fusi dal capobanda, Evan, l’olandese volante, il musicista amateur di Gurdjieff, Castaneda e jazz fusion, che le faceva il filo. E così Arianna, filando filando, dopo essersi slacciata dallo sfilacciato, flaccido, maturo prof (sulla quarantina), fiorentino doc e stanziale (e pure bisteccone), si era innamorata di Evan. E, al suo seguito, di Katmandù e della sua neve (e di Krishnamurti e delle sue altezze – e profondità); e, ancor più, di Goa, l’indiana, e dei party sex-drug-rock‘n’roll sulla spiaggia di Clalangute.

   Love dance tra Beatles e trance: transustanziata dal beat e dal kif, così in linea coi trascorsi dei suoi (il padre veterosessantottino, cinquantenne rosso fuoco, professore guarda caso nella facoltà di Architettura, a Firenze; la madre, tosta quarantenne, designer-pittrice-scultrice, ecc.), Arianna era sbarcata, armi (canapa e chitarra) e bagagli (la sua corte dei miracoli) a Fortaleza, sei anni dopo il fatidico ’68; e di lì, insieme al manipolo dei brancaleoni – capeggiato dall’olandese, il ganzo con cui flirtava –, aveva battuto palmo palmo (talvolta arrancando) il centinaio di chilometri che, tra dune e palme, li separavano dalla tappa prestabilita, Canoa Quebrada. 

   Canoa spezzata, come il cuore di Arianna, la Berta che filava, infranto un mese primo da Evan. Lei di nuovo cascata nella rete, dopo l’intreccio con Bruno, il suo professore di filosofia. Rinfrancata dal nuovo amore, neanche questo tanto in forma (secco anzichenò, ma allora non usava), sulle ali di Eros Arianna aveva trovato pure il tempo di fare un salto (d’angelo) alle cascate dell’Iguaçu

. Per le quali aveva tradito quelle del Niagara, fonte primigenia e ierofante d’arte per gli esordi della sua amata, geniale, goliardica, Courtney, la mamma yankee, artista tutta love.

 

   E ora, in pieno settembre, in piena rottura con Lorenzo, dirottati figlio ventenne e figliola diciottenne, per quanto autonomi, dai nonni (Adriano, il su’ babbo, sempre radical chic, veterano della fu Autonomia Operaia – un po’ palloso a dire il vero –, e la sempre frizzante Courtney), ecco l’improvviso, e imprevisto, ritorno di fiamma: di nuovo un salto, olimpico, atlantico (questa volta da sola e momentaneamente single), sul pacifico bagnasciuga di Canoa Quebrada – il favoloso strip di sabbia della provincia del Beberibe, rifugio post-sessantottino di hippy transoceanici – per poi rotolarsi tra i grani variopinti della sabbia di Praia das Fontes e, infine, toccare il cielo tra un sobbalzo e l’alto sulle dune di Cumbuco Beach. E cuccare.

   Volare alto e poi precipitare (senza paracadute). Per dimenticare e ricordare… Un coming back nel Sertão, landa di ribelli ed eroi. Già terra (le garbava ripeterselo) di profeti, di cangaceiros a cavallo e hippy-yuppies in dune-buggies. E di Antônio Conselheiro: Bom Jesus Conselheiro, missionario itinerante free lance, messianico loro ‘giudice’. Taumaturgo, capopopolo, fratello dei suoi seguaci. Per Arianna, sorella di tutti, questo era un revival del suo coming out anni ’70. Con lei ribelle, capobranco, d’itala gente, volata, prima sedicenne ora ultraquarantenne, da Firenze alla costa Cearense. 1974-2000 e rotti: andata e ritorno.

   Affabulatrice d’incanto, Arianna. Di lingua fluente (la più chiacchierona dell’armata, ma anche la più leonina del branco) e di bocca buona, allora come ora: un’ostrica che tirava l’altra, pronta a leccare il sale delle lunghe dune bianche e godere del fruscio sulla pelle degli alisei, tonico rinfrescante contro il sole equatoriale, da lei ingoiato a dosi massicce. E poi, sempre più al tannino, le corse da mission impossible sulle falesie – lì scontrose, qui, a bordo mare, ridotte a briciole di rena rosa – e l’ottovolante sulla gobbe della sabbia selvaggia, ingabbiata tra le lagune d’acqua dolce e il libero debordare dell’oceano.

   Arianna e la sua corte: quando battevano Praias das Fontes e dintorni, la gente del posto sfringuellava: «…papa figos, papa figos» (non solo loro, ma così chiamavano tutti gli hippies e i freaks d’ogni sballo che calcavano quelle coste). Sì, proprio come i bambini tailandesi di Emanuelle che, zompando d’entusiasmo e indicando col ditino i ‘visi pallidi’, strillavano a tutta voce: “Farang! Farang!”

   Papa figos: come gli uccellini indigeni, il cui cinguettante giallo si diluiva, goccia su goccia, nell’oceano cromatico di questi mamas e papas foresti, teenagers (l’ossimoro…) sfolgoranti nelle loro tuniche da figli dei fiori, svolazzanti nei camicioni ipercolorati, luminescenti nelle loro auree angeliche.

 

 (Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara)