mercoledì 1 dicembre 2021

VITA TRA I CONFINI

VITA TRA I CONFINI

Punto di partenza, tra riva e ‘deriva’: la metropoli. Ritmo veloce, giungla di stimoli, sensazioni e immagini. Versus: l’ambiente rurale, dal ritmo lento, più abitudinario e uniforme. “Più la folla è densa, più ci sentiamo soli”, così Zygmunt Bauman ‘liquida’ la ‘città del troppo’ (altro che villaggio globale… Troppo annacquato: perciò i localismi stavano tornando a galla). Ma anche del troppo poco, del troppo uguale, dell’indistinto. E dell’outlet (e dei continui outing e coming out). Città-teatro-off, metropoli del ‘passaggio veloce’, del nulla – anche se iper… (e quella di Marc Augè non è un’iperbole: passiamo la maggior parte della nostra esistenza in ‘non-luoghi’, dove si consuma il presente e si abortisce l’avvenire).

    La metropoli del denaro e di Mammona versus la campagna del baratto (e della mamma, quella con le tette gonfie di latte). Ma anche lo sfilacciamento del tessuto comunitario – altro che manna – a vantaggio della scolorita ‘stoffa’ periurbana (le periferie anonime e suicidofile, ipermercati inclusi, per quanto architettonicamente ben disegnati). Luoghi, non-luoghi? Vita, non-vita? Il bello non ha prezzo.

    Vita tra i confini. Identità versus alterità. Ma ancor di più: alterità nell’identità. Equilibrio in bilico. Città plurale, campagna singolare. Spaesamento. Urbanizzazione selvaggia. Portici, shopping malls, clochardization. Marginalità inclusiva, gentrification elitaria. Minimal o segno ipergrafico. Fast-food versus slow-food. Boutique versus ipermercato? Un po’ l’uno un po’ l’altro. Ma con juicio.

  Adelante. Ingoiare, piluccare. Vivere, sopravvivere. Morire, sognare, svegliarsi, risvegliarsi. Fare del silenzio un’opportunità, un ‘possibile appuntamento’ per ricevere intuizioni dal superconscio. Il silenzio della natura che (tra cinguettii e fruscii) annacqua l’ebbrezza urbana. Vivere tra i margini (e, spesso, sconfinare…). Questo l’universo quotidiano. Ma anche l’intellettualità sofisticata, la riservatezza fino alla ritrosia, il formalismo blasé e il distacco anodino, il tempo che tutto scandisce e cronometra: questa la metropoli e i suoi ‘numeri’. Ma dietro il numero c’è Dio…

    Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica…”  Aveva cominciato a leggere la città dal vivo. Ne voleva capire la ‘cifra’. Decifrarla. Carpirla. Era, però, da parecchio tempo che non faceva ‘letture’ urbane. Ma già ventenne – seguendo Neruda e i suoi sogni – aveva ‘letto’ Roma, Milano e, soprattutto, Parigi (tra una lezione e l’altra all’università si permetteva delle ‘fughe’ metropolitane, un po’ per ‘apprendere l’arte’, un po’ per mettere da parte il frutto. Ma la sua era anche esperienza ‘politica’. Sognava la Jeune Europe e l’Occident).

   Parigi, come amava la Ville Lumiére! Ne respirava a pieni polmoni l’essenza vitale. La risucchiava nel suo plesso solare. Rive droite e Rive gauche. Lui si tuffava in (da e su) entrambe. Senza costume. E s’immergeva (in quella decina di giorni, o poco più) in ogni profondità. Per poi risalire a galla. E respirare cultura (Apollinaire diceva che la Senna corre tra due muri di libri). Romanzi, poesie, canzoni. Romanico, gotico, rinascimentale, manierista, barocco, rococò, neoclassico, art nouveau, art deco, razionalismo, post-modern (era rimasto alla Stendhal di fronte a un mastodontico palazzo di Bofill, post-mortem). Soprattutto, romantico.

  Che romance. Compulsava avidamente ogni luogo, ogni edificio, tastandolo, carezzandolo, odorandolo. Quasi adorandolo. Ma aveva le sue preferenze. Le sue devozioni. E deviazioni. Le gambe (diritte) di Parigi (con una predilezione per la ‘Parigi con le gambe aperte’ di Ricky Gianco e Gino Paoli) e, soprattutto, il suo volto (un po’ storto), quello della Paris (non Hilton) perduta e indimenticabile di Juliette Greco.

   Dell’esistenzialismo come stato d’animo. Ma che ragazza! che ragazze! che ragazzi! portano il nero…” aveva commentato Ezra Pound (ma forse si riferiva ad altro). In ogni caso, dal Moulin Rouge ai blouson noir, la strada era tracciata: quella, comunque, della ricerca di un senso, di uno ‘stile’. E Lorenzo aveva fatto suo il detto pitagorico “evita le strade affollate e cammina per i sentieri.”  Per questo era volato via, come un’oie sauvage.

   E poi leggeva. Per questo aveva imparato il francese (quanto all’inglese, le frequentazioni di ragazze americane, che, ai tempi dell’università, incontrava a frotte tra Piazza della Signoria e – in fuga – a Piazza dei Miracoli, ne aveva fatto quasi uno di madrelingua). Conservava ancora Combat del 14 maggio ‘72: “Sull’orizzonte filosofico contemporaneo si stagliano tre figure: Marx, Freud, Nietzsche, la cui influenza marca tutte le ricerche contemporanee.” Questo il succo dell’articolo. Sufficiente perché lo conservasse con cura da trentatré anni.  

Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara

 

 

 


 

lunedì 29 novembre 2021

SIGNS & SOULS

SIGNS & SOULS

 «Sulla tua strada Dio ha posto dei segnali, basta saperli leggere. Allegramente. Più hai gioia, più sei connesso con Dio. Ama te stesso in connessione con lo Spirito. Lasciati attrarre da Lui. Vale la legge dell’attrazione: ciò su cui puntiamo l’attenzione, quello che pensiamo, immaginiamo e sentiamo fortemente, lo attiriamo nella nostra esperienza e vita. Pensa a Giobbe: pensava a qualcosa di negativo e subito gli piombava addosso…»  

     Gaia si portò le mani in testa, fingendo di scrollarsi di dosso un macigno. Poi l’ombroso Sisifo si allontanò e tornò l’ambra drïade.

     Gaia: ninfa, amazzone, sirena. Forse, angelo. Comunque, donna.

     «Ciò su cui dirigiamo attenzione ed energia, lo portiamo alla forma. Ma solo, o soprattutto, se siamo sintonizzati con Dio, colui che genera e rigenera. Negli altri casi, spesso, è solo deformazione. Dovuta a disinformazione. Chi crediamo di essere, diventiamo. La legge dell’attrazione funziona sempre, che ne siamo consci o no. Il simile attrae il simile …vibrazioni analoghe. Come pensi, così agisci e così vivi. Già nell’Antico Testamento si sottolineava il nesso tra azione e condizione di esistenza, tra azione e destino. Quest’ultimo inteso, non come punizione, ma come ‘ritorno’, compimento/adempimento di ciò che si è fatto. Se getti la rete puoi trovarti intrappolato in essa… È nell’ordine delle cose, nel dharma.»

     Gaia scosse i capelli, charmante (era il suo karma), onda su onda (senza perdere la trebisonda).

     «Slegati la testa (al che Lorenzo si ricordò di un bel motivetto ‘rock-cristiano’), fa’ fluttuare il tuo cervello, fantastica nel profondo, concediti ogni tanto la meditazione: è discepolato della mente, ti rende intimo con te stesso, è un modo per evitare che tu giudichi o ti attacchi a ogni contenuto mentale. Tutto questo sviluppa distacco, consapevolezza, intuito. Soprattutto, empatia, intuizione emotiva. Ogni tanto, fa’ il vuoto nella tua mente: non è solo roba buddista o un invito al Diavolo a entrare nella tua mente, come molti cristiani erroneamente pensano. “Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé.” Eppure, qualche volta il deserto riempie… Il deserto è vuoto, ma lì spesso s’incontra Dio (anche il Diavolo, con le sue tentazioni. Niente paura, basta sbattergli in faccia: Sta scritto…). Concediti di tanto in tanto il silenzio. Fermati e ascolta la voce dello Spirito. Fuori dal ‘mercato’ troverai quello che ti serve. Dio spesso lo incontri nelle strade vuote, nel silenzio, nella cameretta buia, nella tenebra ‘luminosa’… Lì dove il tempo s’interseca con l’eternità. E il tempio incontra la piazza. Ma fuori dal ‘mercato’ e dalla ‘moralina’… Lo spirito fermenterà e l’attenzione si sposterà sul divino. Sensibilizzati!»

     Lorenzo continuava a rimanere spiazzato. Una ragazza (per di più fisicosa) che parlava di Spirito, che in posizione yoga non parlava di Buddha (così di moda – un po’ meno, adesso) ma di Bibbia! E poi, non in modo chiesastico o devozionale. Piccole bionde crescono…

     «Molti sono desensibilizzati – Gaia continuava a battere il ferro finché era caldo – con il corpo schiavo dei desideri dell’ego. Esiliati dallo Spirito, hanno trovato rifugio nel corpo o, al massimo, nell’intelletto: sono dominati dalle emozioni o imprigionati in una rete difensiva su vari fronti. Non si rendono conto di abitare in un territorio vitale, in cui ci sono, sì, nemici, ma anche amici, angeli. Se realizzi questo, anche il corpo e le sue gioie avranno un senso. Anzi, la gioia sarà più inebriante.»

     Le mani a coppa si scontrarono in un brindisi virtuale, dopo di che la bionda ondina gettò in mare l’aereo flûte.

     «Chi ti visita può essere un angelo, talvolta Dio stesso. Ne seppe qualcosa Abramo, convalescente nella tenda dopo la tardiva circoncisione…»

     Gaia continuò a veleggiare, col vento in poppa (aveva in effetti le curve al posto giusto). Per niente concisa.

     «Abbiamo diritto alla felicità, ma la mente è il grande sabotatore. Non solo il grande inquisitore… Occorre per questo sviluppare la consapevolezza, ma wu-wei – agendo come se non si agisse… , e un’attitudine win-win. Devi poi lavorare coi (e sui) sogni (sia quelli che entrano dalle porte di avorio sia quelli, più incisivi, che entrano dalle porte di corno). Senza per questo trascurare – horny… le necessità del corpo. Fitness e joyness. E se c’è qualche barriera, qualche vuoto da superare: la fede sconfigge la paura. Avendo lei, la fede, come alleata, possiamo fronteggiare il ‘gran predatore’. Dopo di che, Lorenzo, passa oltre. Velocemente, senza soffermarti troppo sulle tue ‘rovine’. Sei indirizzato verso il risultato – solution oriented , non ‘collotorto’ come la moglie di Lot (che guardò indietro e diventò una statua di sale). “Passa in rassegna le gioie e i dolori, le pene e le esperienze, tutte le azioni come se fossero cose di un altro. Ognuno infatti guarda con chiarezza nella vita degli altri, e trova la giusta medicina per i mali che non gli appartengono.” Così parlò Rudolf (Steiner). Beviti questa medicina… Ma poi rivolgiti al Grande Medico. Se vai oltre l’Io diventerai (quasi) come Dio. Il salmo otto in questo è esplicito. Crescerai alla statura di Cristo. Non in senso devozionale, da bizzoche o baciapile, ma in modo creativo, eroico, mi viene da dire erotico. Cioè, forte, passionale, capace di attrarre e sedurre (nel significato nobile del termine). Non più tu, ma Cristo in te. E se proprio vuoi fare una sosta di riflessione, concediti solo un breve self enquiry per riscoprire la tua vera natura. E poi passa subito all’attacco. O forse vuoi scavare come un archeologo negli strati del tuo subconscio, e mettere a nudo le tue ferite? Se proprio vuoi, fallo, ma sii veloce. E se fai qualche cattiva scoperta? Accetta la tua ombra, ma portala alla luce! Ammetti la tua paura, amala! Ma non fossilizzarti sul passato: scopri i reperti e poi sotterrali (ma conserva i ‘fossili’ migliori). Cèntrati, focalizzati, sulla soluzione. E ricordati: vale più il cambiamento correttivo, la metànoia, del counseling o della terapia psicologica... In ogni caso sarò la tua coach.»

     Mentre ascoltava Gaia, zigzagante tra Cristo e Jung, Lorenzo decrittava, con l’aiuto dall’intuito, fecondato dall’incontro clandestino del suo superconscio con l’inconscio, i tanti segnali disseminati nel ‘progetto in bottiglia’. In particolare, complice l’inconscio collettivo (che faceva da padrino al suo subconscio), quei quarant’anni d’attesa da parte di elfi (angeli?) e umani. Tutto coincideva! Tout se tient avrebbe detto monsieur Gurdjieff. Il tempo era davvero maturo per il grande salto.

     Hip hop, no more drama, il girovagare nel deserto era ormai finito… La vecchia generazione era morta! 

Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara.


 

giovedì 25 novembre 2021

MORULE

Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio,

come protagonista clandestino,

è privo d’interesse.

Nicolás Gómez Dávila

  MORULE

   C’incontriamo agli angoli delle strade. A coppie, a grappoli, a stringhe sempre meno sottili. Cresciamo all’ombra dei portici, come batteri, morule, embrioni di future miriadi: angeli sparsi in cerca di paradisi possibili.

Siamo le membrane plasmatiche del centro e delle periferie urbane, giunzioni occludenti il vuoto delle menti e delle anime, teurgi plastici in cerca di corpi da rigenerare. Col forcipe dello spirito recidiamo le sbarre dell’anima e liberiamo dai ceppi impazienti i dèmoni dormienti. I nostri e gli altrui.

Senza addomesticarli li mandiamo allo sbaraglio tra i ‘petits bourgeois’ della ‘comédie humaine’ (dèmoni versus demòni: slitta l’accentazione, cambia l’eone). Randomizzati vagano impacciati, ma indomiti, nelle piazze, nelle case, nelle menti, nelle paludi del caravanserraglio globale – dove sbuffa Behemot, gingillo degli dèi e trastullo dei titani, e striscia il Leviatano, un po’ biscione un po’ caimano.

Bariamo sui numeri (ma nel frattempo cresciamo a dismisura), saltiamo sui corpi, puntiamo sulle anime (e lo spirito? Sotto sale). Ci arrampichiamo sui muri, scivoliamo nei sottotetti, glissiamo sui salotti buoni. Ma verrà anche il loro turno – tour e retour.

E allora, che aspettate? Il turn-over? Tornite e guarnite le tartine al caviale: la pallina sta per fermarsi! Là bas.

Rien ne va plus. Il gioco si fa duro. E scivoloso. Ma dolce è l’attesa (meno le doglie). Arde il rovo, la voce chiama… “Siate caldi oppure freddi: ma i tiepidi li vomiterò nella Geenna.” Caos calmo, ciechi spasmi, miasmi cosmici: l’universo attende con ansia l’epifania teandrica – non sa cosa vuole, ma vuole qualcosa!

Alta marea: la terracquea arena è lì che aspetta, vociante, torbida, ondeggiante. Bassa marea: nella platitude vacua vaticina torpida la platea (e non è il Vaticano). Ogni tribuna e tribuno è in tiepida attesa di un messia o di una miss (tutto fa brodo – questa la voce del mondo). “Ah, se Erostrato il grande li ghermisse e facesse assaggiare a tutti i tiepidi il caldo estremo che raggela!” (la cultrea voce dal profondo).

E noi? Infine nudi nello spirito, ancora paludati nell’azione, palestrati nell’animo continuiamo a nasconderci nelle segrete latebre delle lubriche piazze affollate. Per poi sbucare alla Kubrik nelle strade bucate e imbucarci, zampillanti e ludici come eroine zompanti, tra gli zombi nei corridoi sussurranti – riservando ai gorgoglianti portici le nostre residue ore aliene (è lì, nelle gallerie urbane, il nostro brodo di coltura).

Tuareg nel deserto che cresce, effimeri panici al galoppo, ossimorici lunatici grondanti gelide passioni; cammelli sgobbanti, leoni reboanti, fanciulli vocianti investiti da folate di sottile silenzio: questi siamo noi. L’ultimo uomo è appena nato e una donna sta per ucciderlo.

Incipit del mio inedito: “Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?”

 

 


 

lunedì 22 novembre 2021

IL SEGRETO E L’IGNOTO

IL SEGRETO E L’IGNOTO

 Il getto d’acqua tiepida cominciò a distribuirsi generosamente ed equamente su dossi e curve. Scivolò, quindi, fin nelle cunette, non disdegnando le superfici piane (poche) e le valli fiorite. Toccò poi il fondo rugoso, deviando all’improvviso verso l’omphalos, per scomparire infine negli abissi. Acqua a fiotti, frettolosa, per masse fluttuanti. Acqua nei fiordi. Per Fiordaliso.

     Le pareti translucide, sia pur riottose, non poterono evitare il contatto bagnato che ne imperlava la superficie interna. E lo scontato scontro con le masse oscillanti. Anzi, queste parevano godere della situazione. E per ricambiare la cortesia, furono ben liete di fornire un esile ma volenteroso sostegno ai volumi dinamizzati. Diritti, flessi, combacianti, intricati. Il segreto e l’ignoto. Spazzolati. Cento colpi. Uno più, uno meno. Corpi scolpiti. Ben torniti. Vincolati, slegati, vincenti. Persi, costretti nel piccolo ambito, ma incuranti del contorno. Vibranti oltre i limiti di sicurezza (e della decenza). Bastevoli a se stessi, ma in procinto di tracimare.

     Silenzio prima di uscire, silenzio prima di entrare. In mezzo, una cascata di suoni. Il contatto delle masse e delle superfici, il fluire e il rifluire dell’acqua corrente, il perlage, l’aria vintage, il parlottio sincopato, quasi dopato. Forse metalinguistico. Tutto parlava. Tutto taceva nell’infittirsi dei suoni. E dei movimenti. Iniziali, al climax, finali. E al calare del sipario, ecco subentrare l’uscita trionfante dalla cabina della doccia e l’ingresso sottotono negli accappatoi impazienti…

 

     Es un sentimiento nuevo che mi tiene alta la vita la passione nella gola l’eros che si fa parola…

     Fu solo un accenno di giro di lancette nell’orologio di quelle giornata non banale, eppure il ricordo di quei dieci minuti subissò le ore seguenti (con Battiato che continuava a battere nella sua mente. Ah, Sgalambro Sgalambro…). Poesia metafisica sotto la pioggia. Ma poi svanì come nebbia al sole. Vanità delle vanità. Tutto è vanità. Strano, non ricordava nulla dei particolari, solo i tratti generali della scena, a flash, per di più confusi e sovrapposti.

     Lei: sempre lei, irripetibile. Ma Julim, no: solo alcuni tratti erano i suoi, i restanti (anche fisiognomici) quelli del Tomás ante-party. E specialmente quelli di Lorenzo (anche a livello di sensazioni sotto e a fior di pelle): loro due a vent’anni (in media) nella villa dei suoi a Capalbio; a quarant’anni (sempre in media) nel residence a Pugnochiuso.

     Lui, Lorenzo, tornato prepotentemente alla ribalta dopo la forzata quarantena nel limbo emotivo e passionale di Arianna. Lorenzo, la grande passione, lui che era riuscito a dominare il suo caos danzante facendola diventare una stella. Dal caos la stella danzante… Stella fissa, non cometa fuggitiva. E sfuggente. Fuga a mezzanotte (fuitine a mezzogiorno). Luna pronta a farsi sole e a non specchiarsi unicamente nel mare notturno della vita. Pronta, tuttavia, a tornare luna, pur di riscaldare il cuore degli amanti.

     Lorenzo, “Il solo che si salvi, in mezzo a tutta questa volgarità.” Qui le parole dell’ineffabile Anna K. Valerio sarebbero calzate a pennello (ed era, d’altronde, lampante che Arianna con-fondeva il reale – Lorenzo – con il virtuale, Julim). “…l’unico che mantenga il potere di turbare, di meravigliare, di illuminare, è lo ‘zòon erotikòn’: l’animale erotico, che va estratto con procedimento quasi alchemico dall’uomo della mercatura. Come una seduzione irresistibile ci viene incontro, unica espressione di gentilità di sapore arcaico, la sola forma umana capace di comunicare un sapore.”

     E Lorenzo, quando era in vena, sapeva comunicare. La sua era una vena filosofica, artistica, poetica. Un’arteria, un’autostrada (pure molto trafficata: ultimamente si era dato anche alla scrittura creativa. E senza il mentoring di Baricco. Aveva trovato qualcosa nell’area ONC radicale. Nessun insegnamento di base: ma lui veniva dal ’68 e negli anni ’70 aveva pasteggiato a pan di Tafuri, Heidegger e Lacan. E questo bastava).

     Lui e lei, entrambi affascinati dalla libertà, cercatori della felicità, dell’eudaimonia (ma non dell’happy end all’americana), al di là della morale degli schiavi (la ‘moralina’, così diceva Lorenzo, filologicamente imbeccato da qualche blogger). Indirizzati – turisti per caso? No, per volontà (ma col casco) – verso l’arte e la bellezza, loro veneratori. E ora, fuori vena.

     “Voi, che cercate quanto vi è di più alto e perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza.” Sì, la bellezza mai morrà. Dio è bello. Impossibile? Forse, ma solo se decidi di rifiutarlo. Se lo metti nella spazzatura e ti siedi rabbiosamente sul coperchio. Invece, se non Lo cerchi, se addirittura lo neghi (o gli affibbi la ‘minuscola’), o se vai come un pazzo e invasato – dionisiaco o, montanista, come Maximilla e Priscilla, vestali pentecostali ante litteram – alla Sua ricerca, Lui si farà trovare. Lui è Verbo, Spirito e Potere! T’inseguirà, ti verrà incontro (anche alle spalle), forse ti farà lo sgambetto… Comunque, Dio rovescia i coperchi!

 Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara.