venerdì 27 agosto 2021

IN THE CUT

IN THE CUT

Oggi un po’ di riflessioni tra l’Alto e il basso. Riflessioni low cost (coast to coast: tratte da Gocce di pioggia a Jericoacoara).

La musica, il cinema, anche le droghe: l’importante era sperimentare. Parlo degli anni ’60 (ero tra il bambino implume e il teenager scalpitante), ’70 e ’80. E con strascichi, o reinvenzioni, ancora oggi.

Questo il viaggio che ciascuno di noi, se ha vissuto, ha fatto. E io ho vissuto, tu hai vissuto. Tuttavia, ci siamo poi ritrovati in un vicolo cieco. Ma erano esperienze che andavano, e vanno fatte. Nell’Ecclesiaste c’è scritto: “Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi…” Quindi, alla Agostino (memore di Paolo): Ama e fa’ ciò che vuoi!” E tornando indietro a Paolo, l’apostolo, sintetizzando: Nessuno ti può giudicare (se sei ‘figlio di Dio’); anzi, sei tu a poter giudicare (in linea teorica, ma evita, possibilmente, di farlo…). E sei libero di fare, leggere, vedere, ogni cosa (ma non tutto è utile o fa bene…).

Rievocando Qohélet (l’Ecclesiaste, per capirci): “Bandisci dal tuo cuore la tristezza, e allontana dalla tua carne la sofferenza…”; tuttavia, il ‘Predicatore’ (sempre lui, l’’ecclesiaste’) aggiunge – sintetizzo anche qui il concetto –: ricordati del tuo Creatore e temi il Suo giudizio.

In definitiva, libertà ma non licenza, vita gioiosa, piena, al cento per cento, ma con un senso. Riassumendo, alla Borges: Dio non ci pompa, né ci giudica. Fa meglio… 

   Julim comprese nell’animo che Arianna vedeva lontano e voleva scandagliare le profondità. Però faceva solo piccoli passi, perché trattenuta dal pre-giudizio, ma anche da dati di fatto, incontrovertibili. C’era in lei, malcelata, la paura di far entrare troppo gli uomini nella sua anima (e nel suo corpo?).

   «Lo so, il cristianesimo è messo in cattiva luce da una visione mesta, triste, grigia, del regno celeste qui in terra. Che non è nemmeno il nirvana buddista. Invece, il cristiano deve vivere con gioia, sfrontatezza, piacere… E parlo di una ‘situazione esistenziale’ che è già operativa adesso, qui e ora. Puoi vivere in paradiso (non solo spirituale, ma anche, per così dire, carnale) già su questa terra. “Riportate, come me, la virtù volata via sulla terra – sì, riportatela al corpo e alla vita; perché dia un senso alla terra, un senso umano!” Così cantava Nietzsche, anticristiano, forse, ma fedele (quando la Supermind scendeva in lui) al verbo di Gesù, che lui pure ammirava. L’importante, comunque, è non farsi coinvolgere al punto da perdere la libertà; non farsi risucchiare dalle contingenze, non farne degli idoli.» 

   «Posso aiutarti io – Arianna s’infilò nello spiraglio rimasto dischiuso tra le parole di pietra di Julim – venendoti in soccorso con le parole lette sul sito di quel Miro con cui Lorenzo ultimamente flirtava (internettamente). È Gottfried Benn che parla, uno che pasteggiava a pane e nichilismo: “Riconosci la situazione e rapportati ad essa. Ma senza farti coinvolgere. Collabora pure alle convinzioni del mondo, alle sintesi in tutte le direzioni della rosa dei venti se istituti ed uffici lo richiedono. L’importante è che tu tenga libera la testa in cui deve sempre esserci spazio libero per l’immaginazione. Qui il reale si concentra, si modella e sorgono le forme...”» 

   «”Un giorno è gioia e un altro obbrobrio” – è sempre Benn, un po’ pensatore un po’ ‘predicatore’. Sei cascata bene, Arianna, questo è un giorno di gioia! Un giorno di salvezza (a dire il vero già da ieri). Verità della verità. Ti ho salvata,. perché ti è stata data una missione. Non posso, al momento dirti di più. Solo questo, il tuo compito: recuperare la vera essenza del messaggio di Gesù Cristo: liberare l’uomo e la donna da ogni vincolo d’oppressione – personale, familiare, sociale e da parte delle ‘potenze’ (non solo l’ingiustizia del Sistema, ma gli ‘ostacolatori’ invisibili, quelli che tramano alle nostre spalle e ordiscono le loro reti dentro e fuori di noi).

Strappa le rete! Non affidarti ad ateismi, materialismi, satanismi, e a ogni altro ismo. Sono reti a strascico. La vita terrena è una penisola, attaccata, mediante un piccolo istmo, al continente celeste. Puoi andare su e giù, se realizzi, e portare i doni sulla terra. Giù dal monte. L’uomo è un cavo teso tra il verme e Dio. Certo, non è né angelo, né bestia, eppure ha tutte le possibilità (potenzialmente). La donna, altrettanto (ma forse lo comprende meglio). Non c’è, però, bisogno di ‘emigrare’ sul ‘continente’. E neppure di andare ‘oltremare’. Quello che ti offro non è una nuova religione, non è nemmeno magia, ma è l’alternativa più efficace e duratura a entrambe (e senza controindicazioni). Potrai riuscire a primeggiare nella vita, ma non nel senso comune, bensì per sfruttare al meglio tutta l’ampia gamma di potenzialità che Dio ha dato all’uomo. A ciascun uomo e donna Dio ha mandato Cristo (una volta  fisicamente, per tutti – anche se è stato storicamente limitato a una striscia di terra –, ora, spiritualmente, per i molti) per distruggere le opere del Diavolo: in pratica, per liberarli da malattie, oppressione, indigenza, ingiustizie, ecc. ecc.

Per liberarti. Anche dalla ‘religione’ e dai suoi ‘vincoli’. E per darti shalom – pace, felicità, benessere totale. Welfare (senza usura). E, soprattutto, per ampliare il tuo orizzonte. Per dare sostanza al tuo essere-nel-mondo. Per profumarlo di ‘essenza’. Anzi, questa è la cosa più importante. Se non altro condivisa pure dai teologi, che, invece, arrancano a star dietro al Diavolo, anzi se lo sono lasciati sfuggire o l’hanno legato al lettino (della psicanalisi). E io sono teologo…»

 


 

martedì 17 agosto 2021

UNA VOCE DI SILENZIO SOTTILE

UNA VOCE DI SILENZIO SOTTILE

Apri il tuo cuore. Scopri la tua voce… 

(citazione dal film Una canzone per Marion, con Vanessa Redgrave e Terence Stamp).

Voce, parola, logos… Specie sulle spiagge affollate di agosto (comunque, più vociare e parole al vento che logos). Eppure certi silenzi risuonano più di cento tuoni: echeggia più una voce di silenzio sottile che il rombo di un quadrimotore.

Silenzi che parlano: non silenzio freddo, triste, atono, ma un silenzio in cui tutte le parole si compendiano e compenetrano.

Il silenzio è un territorio, tanto interiore quanto esterno a noi. Mi piace il silenzio, ma, quando scrivo, ascolto musica (anche ora che batto le note della tastiera). Detesto l’inquinamento sonoro, ma è una lotta vana – anzi, apparentemente vana, perché ti segna (come la lotta di Giacobbe contro l’Angelo – ma il suono non è sempre celestiale): il suono è diventato un sottofondo imprescindibile, ma lo sopporto, anzi neppure lo sento, da quando, studiando tantissimi anni fa da universitario in una stanza in cui vigeva il rumore (canti, chitarre, politicolalia… era il ’68, anzi il ’69-70 in quel di Pisa), imparai, novello yogi (e fachiro), ad astrarmi dal ‘mondo’ (per aspera ad astra).

Silenzio, silenzi.  

In ebraico ci sono almeno quattro parole per definire il silenzio: sheqet, dom, demama, lishtok.

Sheqet è il silenzio della quiete, della serenità, della pace. È silenzio e basta: assenza di suoni, silenzio sommesso, pacato, silenzioso.

Lishtok è un infinito verbale. Indica il silenzio imperativo, drastico, brusco: è quello che si impone ai bambini in classe. È un silenzio ingiuntivo, quasi rabbioso, che fa seguito a un rumore molesto.

Dom, invece, è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto: è lo stato primordiale, del “caos oscuro”, prima che Dio infrangesse il silenzio parlando: nella Bibbia la creazione si fa parlando, tutto procede dalla parola… Dom è onomatopeico: è il rintocco sordo della campana, un’eco profonda ma silenziosa. Forse era il silenzio, fase finale di dom, qualche “attimo” prima che il mondo fosse creato con la voce divina (Sia la luce!).

Da questo silenzio cosmico, abissale, ne sorge un altro: Demamah, più soft, dolce, sottile eppur corposo, più alla portata di noi umani. È un silenzio “femminile”, più grazioso, conciliante... Indica il silenzio all'interno del quale il profeta Elia trova Dio (e anche noi troviamo Dio nel silenzio, nel deserto...):

Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce sottile di silenzio. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia? (1Re 19,11-13).

Elia cerca Dio ma, diversamente dagli altri profeti, a lui il Signore quasi non rivolge la parola, né tanto meno si manifesta in modo plateale; anzi, al contrario, con un soffio di vento, una brezza leggera: una voce sottile di silenzio. Un silenzio che è rivelazione, stupore, certezza, pace...

Sì, pace, tranquillità, relax. Relax and do it!

Chiudo con un sottile suono di silenzio (tratto dal mio Prendi la PNL con Spirito! – Armando ed.).  

Fa’ in questo modo: mentre c’è il silenzio intorno a te e ti stai rilassando,  soffermati sulle sensazioni che stai provando, ‘esasperandole’: senti il contatto dei vestiti, della poltrona, delle palme delle mani sulle ginocchia…

Chiudi gli occhi: è tutto nero. No, non tutto… ecco un puntino bianco formarsi al centro del buio.

Si allarga… è come un sole, sì, è il sole: e poi, il nero non è più tanto nero, anzi è blu, azzurro chiaro, con riflessi verdi nella parte inferiore.

Il buio è sparito: quello che tu vedi è l’azzurro del cielo, il mare blu dalle sfumature verdi. Lievissimo il suo sciabordio sulla battigia… dolce il suono nelle tue orecchie, leggera la brezza che ti sfiora il corpo, che accarezza la tua pelle: un sottile suono di silenzio…

Tu sei sulla riva, qualcosa emerge dall’acqua: la figura angelica sempre più emerge dalla vicina risacca… La sua visione ti ‘risucchia’. Il suo sguardo è il tuo sguardo… Sì, è lei, la tua amata (o il tuo amato), ma bella come un angelo!

È un angelo, ma fisico, palpabile… Esce dall’acqua, ti si avvicina: tu sei ancora seduto, addolcito fino a sdilinquirti per l’emozione, la dolcezza, il ‘satori’, l’estasi, il nirvana… non sai come definirlo.

Lei, lui, s’inginocchia, ti prende la mano, ti guarda negli occhi… Non t’importa più di nulla…

 


 

mercoledì 11 agosto 2021

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZO AGOSTO

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZO AGOSTO

 

Una nave da crociera buca il silenzio della notte. La ‘baia del gabbiano’ l’approdo. Qualcuno scende. Poi la nave scompare. Nessun rumore, prima e dopo. Nel mezzo uno strappo: dalla trama esce l’anima, finemente intessuta, di nero striata. Si stira, tira fuori le unghie, inizia a graffiare.

Sfioro l’urlo ma mi rinserro. È lei a graffiarmi, la notte mi fa solo il solletico. È il suo orlo che mi tocca. Diana il nome (le sue labbra mi abbordano, mi vellicano – e non ho il vello). Pelle nuda, schietta, schiva, velvet underground. Sotto, audace, palpita il cuore (il suo – i miei muscoli di contorno). Amore che squassa l’anima.

   “Se qualche poco di luce da lontano mi viene, è da te Jonio gentile, che le muse riconduci ai lidi degli Dei: fra l’uva e l’uliva Eros ancora versa vino agile e resina…” La sabbia infreddolita aggredisce le calde membra roride di sale e d’ambra (forse, d’ambrosia). Mi aggrappo al carro (del perdente). Catullo, Saffo? Di loro il soffio. 

E il carme? Scarmigliante sospiro di Raffaele Carrieri, bollente fiumano dei due mari, smagliante parigino-meneghino d’antan, sciabordato via in sciaraballe dalla molle Tarentum, tuttora imballata. E non sono balle. Bollicine…

   Eros che scioglie le membra. S’allunga il cono d’ombra. Il mare: un lago di champagne (e le bollicine? Imperlano la sabbia nostra compagna). 

Sciaborda l’acqua, sfugge al laccio della luna. “Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! La Luna!” (e le stelle? Una, nessuna, centomila…). Selene, cameratesca, sfoggia allegra il suo abito da sera, lungo. La coda del suo candore raggiunge i nostri corpi, ne sbianca le bronzee finiture, aggiunge loro bianche vampate di energia, vitalità, salus. Immacolata tra le stelle riposa discosta la sua casta veste da camera. Tutto gronda, tutto pulsa. In tutto un impulso. Bollicine, lucori, turgori, luccicanze lunari. Love goes on.

 

    Il getto d’acqua tiepida cominciò a distribuirsi generosamente ed equamente su dossi e curve. Scivolò, quindi, fin nelle cunette, non disdegnando le superfici piane (poche) e le valli fiorite. Toccò poi il fondo rugoso, deviando all’improvviso verso l’omphalos, per scomparire infine negli abissi. Acqua a fiotti, frettolosa, per masse fluttuanti. Acqua nei fiordi. Per Fiordaliso.

Le pareti translucide, sia pur riottose, non poterono evitare il contatto bagnato che ne imperlava la superficie interna. E lo scontato scontro con le masse oscillanti. Anzi, queste parevano godere della situazione. E per ricambiare la cortesia, furono ben liete di fornire un esile ma volenteroso sostegno ai volumi dinamizzati. Diritti, flessi, combacianti, intricati. 

Il segreto e l’ignoto. Spazzolati. Cento colpi. Uno più, uno meno. Corpi scolpiti. Ben torniti. Vincolati, slegati, vincenti. Persi, costretti nel piccolo ambito, ma incuranti del contorno. Vibranti oltre i limiti di sicurezza (e della decenza). Bastevoli a se stessi, ma in procinto di tracimare.

Silenzio prima di uscire, silenzio prima di entrare. In mezzo, una cascata di suoni. Il contatto delle masse e delle superfici, il fluire e il rifluire dell’acqua corrente, il perlage, l’aria vintage, il parlottio sincopato, quasi dopato. Forse metalinguistico. Tutto parlava. Tutto taceva nell’infittirsi dei suoni. E dei movimenti. Iniziali, al climax, finali. E al calare del sipario, ecco subentrare l’uscita trionfante dalla cabina della doccia e l’ingresso sottotono negli accappatoi impazienti…

 

   Ti svegli in spiaggia. C’eravamo solo noi in spiaggia. Con un legno Tyler ha segnato una linea dritta nella sabbia lunga qualche metro. M’illumino d’immenso, m’immergo nel venereo grembo, galleggio. Emergo, sfioro i margini, solco il pelago ondoso, beccheggio.

S’acquieta… Le stringo i polsi, lei mi s’incatena al petto. Unchain my heart. Rullano i tamburi. Il mare risponde. Tutto nell’universo risplende...

L’orizzonte si espande. Segnali di fumo. Smoke gets in your eyes sfuma nell’aria sempre più velvetizzata. Echeggia lontano, beccheggia vicino (si raggomitola nell’anima, fa le fusa). Musica ancestrale per giovanili ardori (gli anni ottanta sono alla brina, ma vibrano ancora, trepidanti, mai tiepidi). Lucore di coltelli.

Light mi fire. Una musica metallica risale in superficie, si sgomitola e fila via dal pelago dormiente. Sfibra in jazz fusion, nevrilmente vibratile, febbrilmente volatile. Sfiora l’ossimoro, poi ci marcia, immarcescibile: Miles Davis, John Coltrane, Marcus Miller (e nel frattempo nel salon avanza a passi felpati My first love di Avant, un altro cantore cool. Che ci posso fare… sarò eretico, anche un po’ criptico, ma Diana mi è compagna al duol, cameratescamente).

   Inertia creeps. La musica si sgomitola dalla navetta (ha preso il posto della nave da crociera) e solca agile i navigli dei ricordi, ormai fumosi, mai famosi (se non nelle segrete dell’eternità). Massive attack. Fumigante, ribelle, marziale.

Poi la marcia trip-hop rallenta, s’illanguidisce… Kind of blue: l’onda sonora abbraccia la fredda sabbia, scivola sulle calde dune, rotola come stuoia sotto i nostri corpi strepitanti. Come tapis roulant scorre sotto le anime sfrigolanti: tarpa le ali all’attimo fuggente…

 

(dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?)