lunedì 11 ottobre 2010

SARA ARA PACIS

SARA ARA PACIS

“Form follows fiasco” (Peter Blake). Sì, venendo oramai meno i ‘valori’ (la ‘funzione’), assurge a valore la ‘forma’ (il che in sé non è un male): solo che adesso, più che altro, vige il ‘conforme’, il ‘trasformismo’, il ‘deforme’ (e non parlo di quello artistico alla Francis Bacon). E se c’è bellezza (anche negli show) manca la vera ‘ebbrezza’ (quella sobria, quella mistica, quella misteriosa, quella apollinea e dionisiaca…). Nondimeno, ci sono bagliori, lampi, arcobaleni: c’è ancora vita sulla terra. E morte (Thanatos ma senza Eros).

La città vive, la periferia muore: “… le zonizzazioni ideate sulla carta con le migliori intenzioni dai nostri urbanisti stanno creando I peggiori ghetti della storia. La crisi degli spazi pubblici della città, l’indebolimento e la ridefinizione di alcuni elementi fondamentali dell’organizzazione sociale degli spazi minori della città quali per esempio il vicinato o il quartiere esprimono chiaramente sul piano dell’ambiente costruito la tendenza al ritiro privatistico delle famiglie, ciò che Hirshmann chiamava appunto l’exit. La prima vittima di questa tendenza è la strada, che ha perso la sua antica funzione di luogo d’incontro oltre che di transito, di luogo simbolicamente denso, di scena del quotidiano. (…) Le insoddisfazioni che il cittadino avverte possono provocare due risposte diverse, che Hirshmann chiama … Exit e Voice: l’uscita e la voce. In altri termini, chi è insoddisfatto può manifestarlo in due maniere diverse: uscendone … o protestando. Negli anni ’50 e ’60 il cittadino ha ritirato la propria domanda, inevasa, dall’habitat e l’ha spostata sulla casa. La casa è stata assunta come possibile surrogato dell’habitat”. (Giandomenico Amendola)

Sì, exit e voice. Sara Scazzi, nei suoi sos (e sms) ha dato voce a entrambi: volendo uscire dal ‘ghetto’ (Sarah on the block) e gridando i suoi J’adore al mondo (e protestando contro ‘zio Michele’, simbolo e, ahimè, realtà dell’’immondo’ – di ogni immondizia, trash e ‘perbene’). Sì, due realtà (anche simboliche e ‘diaboliche’) a confronto: la campagna (il metaprogramma via da) e la città (il metaprogramma verso). A tal proposito, Salvatore D’Agostino, nel suo Wilfing Architettura ospita proprio oggi una mia ingressio (e digressio, un po’ trasgressiva e transgender) sul tema (peraltro scritta ben prima del casus belli – nel senso di Sara, bella, dolcemente combattiva, brutalizzata dal ‘caino’ che sempre sta sulla porta…). Per comodità, lo riprendo, invitando gli steppenwulf a ululare di rimando. Ululati e belati sono ben accetti…

Città come stati d’animo

Cos’è la città, se non un coacervo di esperienze, un cumulo di mattoni di vita. Sedimenti di passato, bollicine di presente, fumi di futuro... D’altronde, per dirla con Saul Bellow, «le città sono stati d’animo, stati emotivi, umori, per la maggior parte distorsioni collettive…» Nella città, nella metropoli in particolare (quando non si avviano a diventare ‘necropoli’…), si avverte la disseminazione della cultura, costantemente contrattata e in divenire. Naturalmente, non lì dove vi sono i ‘ghetti’: lì c’è la massima, forzata, omogeneità in spazi anche grandi (ma il fuoco, talora, soffia sotto le ceneri: parlo, per esempio, della vivacità sotterranea di cultura e subcultura urbana in alcune realtà islamiche – v. in Iran – che cercano di ravvivare l’antica dinamicità dell’Islam medievale e delle radici arie e zoroastriane contaminandole di occidentalismo freelance). Oggi, più che metropoli versus città rurale, il dibattito è tra provincialismo, mondialismo omogeneizzante o mondialismo liberatorio e libertario che non disdegna la diversità, la specifica kultur (più che civilization), ossia tiene conto sia dei rami che si protendono verso altre realtà (lo stesso mondialismo) sia delle radici identitarie. Insomma, un cosmopolitismo localistico glocal (ogni ossimoro è una risorsa in più).

Due realtà fisiche e due gestalt – forme, strutture – che incidono diversamente sul modus viventi dei loro abitanti. E sull’immaginario urbano. Imago mundi. L’architettura che ‘co-stringe’ fisicamente, psichicamente, ‘pneumaticamente’ i suoi sudditi. Architettura da de-costruire, reset psico-territoriale, bouleversement creativo. Ritmo veloce, giungla di stimoli, sensazioni e immagini, versus ambiente rurale (o provincialismo urbano), dal ritmo lento (anche quando corre…), più abitudinario e uniforme (e conforme). «Più la folla è densa, più ci sentiamo soli», così Zygmunt Bauman ‘liquida’ la ‘città del troppo’ (altro che villaggio globale… Troppo annacquato: perciò i localismi stavano tornando a galla). Ma anche del troppo poco, del troppo uguale, dell’indistinto, dell’outlet, del ‘passaggio veloce’, del nulla – anche se iper… (e quella di Marc Augè non è un’iperbole: passiamo la maggior parte della nostra esistenza in ‘non-luoghi’, dove si consuma il presente e si abortisce l’avvenire).
«Nella grandezza smarrente delle metropoli americane ove il singolo – ‘nomade dell’asfalto’ – realizza la sua infinita nullità dinanzi alla quantità immensa, ai gruppi, ai trusts e agli standards onnipotenti, alle selve tentacolari di grattacieli e di fabbriche… In tutto ciò, il collettivo si manifesta ancor di più senza volto che non nella tirannide asiatica del regime sovietico». Così Julius Evola, no-global antelitteram, liquida New York (e di conseguenza ogni omogeneizzazione pur nella plurietnia: in quanto auto-emarginantesi, etero-emarginata, assente, indifferente…). La metropoli del denaro e di Mammona versus la campagna del baratto (e della mamma, quella con le tette gonfie di latte). Ma anche lo sfilacciamento del tessuto comunitario – altro che manna – a vantaggio della scolorita ‘stoffa’ periurbana (le periferie anonime e suicido-file, ipermercati inclusi, per quanto architettonicamente ben disegnati). Luoghi, non-luoghi? Vita, non-vita? Il bello non ha prezzo.

Vita tra i confini. Identità versus alterità. Ma ancor di più: alterità nell’identità. Equilibrio in bilico. Città plurale, campagna singolare. Spaesamento. Urbanizzazione selvaggia. Portici, shopping malls, clochardization. Marginalità inclusiva, gentrification elitaria. Minimal o segno ipergrafico. Fast-food versus slow-food. Boutique versus ipermercato? Un po’ l’uno un po’ l’altro. Ma con juicio. Vivere tra i margini (e, spesso, sconfinare…). Questo l’universo quotidiano. Ma anche l’intellettualità sofisticata, la riservatezza fino alla ritrosia, il formalismo blasé e il distacco anodino, il tempo che tutto scandisce e cronometra: questa la metropoli e i suoi ‘numeri’.

Ma dietro il numero c’è Dio…

P. S. "Dietro il numero c'è Dio". Sì, la frase è un po' criptica... Da un lato è un 'espediente' per chiosare il tutto, d'altro canto suggerisce l'idea che nella città, come nella natura, vi è un ordine intrinseco, un determinismo di fondo che ne 'regola' la costruzione, pur non dovendosi tralasciare l'idea del caso. Insomma, c'è il numero 'razionale', cioè il 'chosmos' (l''ordine' divino - e l'uomo, come 'imago dei', tende, anche inconsciamente', a 'costruirlo'), e c'è il numero 'irrazionale', cioè il 'chaos' (il dis-ordine dia-bolico: il 'simbolo' unisce, il 'diavolo' divide) e l'uomo, come essere 'libero' (o 'servo'?), tende anch'egli a costruirlo (o de-costruirlo? D'altronde, Deus inversus est Daemon). In ogni caso... dal caos la stella danzante.

A proposito di 'caso' (ma il caso è il modo con cui Dio si manifesta quando non vuole essere riconosciuto): il mio post è stato pubblicato appena dopo il caos mediatico e umano di Sarah e Avetrana (ma so che la sua pubblicazione era prevista prima): "La metropoli del denaro e di Mammona versus la campagna del baratto (e della mamma, quella con le tette gonfie di latte). Ma anche lo sfilacciamento del tessuto comunitario – altro che manna – a vantaggio della scolorita ‘stoffa’ periurbana (le periferie anonime e suicido-file, ipermercati inclusi, per quanto architettonicamente ben disegnati). Luoghi, non-luoghi? Vita, non-vita? Il bello non ha prezzo..." Avetrana, segno di "luogo non-luogo", di tessuti familiari pieni di 'trame' e 'orditi', ma anche con tentativi di riscatto sociale e individuale. In ogni caso, tornando alla città e alla metropoli, e al suo 'appeal', c'è anche da considerare che, malgré tout: “New York é una città brutta e sporca. Il suo clima é indecente. Le sue strategie politiche terrorizzerebbero qualsiasi bambino. Il suo traffico é una follia. La sua competitività é micidiale. Ma su una questione non vi sono dubbi: dopo essere vissuti a New York, dopo aver fatto della città la vostra casa, nessun altro luogo potrà più reggere il confronto.”

2 commenti:

Salvatore D'Agostino ha detto...

Nicola,
condivido il tuo smontare, montare e rimontare le parole ‘dure’ del linguaggio basso-medio-alto.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

stelladanzante-nike ha detto...

Per Salvatore: sai, lo smontare e il rimontare le parole, i giochi linguistici (che però rompono i 'copioni' e le 'recite') e i continui rimandi e repechage (in questo caso il sociologo Amendola) danno appunto 'exit' e 'voice' a alla nostra (e non solo, ovviamente) continua ricerca (anche inconscia) di senso, al fine di ribadire (come anche tu fai) che l'uomo (comune) non è solo un ammasso di cellule e la città non dve essere solo un ammasso (anche ordinato) di blocks...
Nicola Perchiazzi