martedì 8 marzo 2011

OTTO MARZO. FLY… FEMME FATALE


FLY… FEMME FATALE

Vola donna vola… via il velo: il fato è con te! Ovviamente, non: via i veli. Di bunga bunga ne abbiamo ormai fin sopra i capelli. Via il velo, semmai. Con tutto il rispetto per l’Islam che, almeno quello di Rabia e Rumi, del velo sa e può farne tranquillamente a meno, senza per questo tradire il pensiero originario di Muhammad.
Donna: l’infinito svelato. E che l’otto e il tre (marzo) siano, rispettivamente, segni (e tracce) d’infinito è senz’altro emblematico.
Fire! Fire! Fire! Bessie la russa, Peppina e Concetta le italiane, Fannie l’ucraina. Sono solo alcune delle centoventinove ragazze morte nel rogo della camiceria Triangle Shirtwaist a New York. Era il 25 marzo 1911 (certo che il 9 e l’11 si ripetono un po’ troppo spesso nella Grande Mela – sarà il verme?). Sì, centoventinove donne fatali: queste sì femmes fatales. E pensare che, se maschio significherebbe ‘maiuscolo’, ‘foemina’ varrebbe ‘minuscola’; più precisamente: fede minima (fides minus). Semmai, fidei munus (dono della fede). E poi le donne non hanno fede, hanno certezze…
E a proposito di donne, non posso che passare il flabello (quello di Margherita Porete, la mistica. Ma il suo, come in ogni donna, è un flagello – nel senso di frusta, per flagellare, non tanto il pensiero debole, quanto i deboli di pensiero. “Siate caldi oppure freddi: ma i tiepidi li vomiterò nella Geenna.”) alla mia amica Dalila (la Orlane di qualche mio vecchio post). Non prima, però, di avervi soffiato un mio breve pensiero ‘femmineo’ – nel senso di passionale, galvanizzante, velvetizzante…

UBI FOEMINA-MAIOR MINUS-MACHO CESSAT

Pesanti gocce d’ardore e afrore sfiorarono le ardue tempie, rotolando, doce doce, sulle guance. Le dita, guadando sui rivi affioranti su ogni lembo di pelle, guadagnavano posizioni sulla terraferma (e sui corpi in movimento), tracciando segnature e marcando territori. Mischiati, uniti, complici: la spada di lui affilata, di nuovo nella guaina dopo volteggi solo aerei; lei, la foemina: lancia in resta.
La terra bruciava. Il vomere ricominciava a tracciare solchi, il terreno franava sotto i loro piedi. Sorgeva il sole invitto e la luna, sconfitta, impallidiva. Di nuovo albeggiava, dopo il tramonto, l’effimero, l’ossimoro con la esse blesa e la ‘o’ blasé. Nessun freno, nessuna remora, nessuna esitazione: il treno del desiderio si lanciò a fari spenti nella prima galleria.
L’universo fisico si fermò. Ma non il flusso erotico, anche eretico, in piena risorgiva, né lo slancio – élan vital – del furor fanico (fanatico e sexy: anche qui l’ossimoro sacro-profano non fa una piega). Il monte (di Venere) franò, preso dal panico. Prima brividi a briciole, poi tremiti a valanga: la passione prese a correre nuda sopra (e sotto) i corpi, scavalcando ogni ostacolo, scivolandoci sotto (e sopra). Come sopra così sotto. Anche dietro (l’angolo). Ma sempre in avanscoperta (e sottocoperta).
L’albero m’è penetrato nelle mani, la sua linfa m’è ascesa nelle braccia. L’albero m’è cresciuto nel seno profondo, i rami spuntano da me come braccia.” Sorrisi, gocce, origami. I rivi si fecero torrenti, poi fiumi, infine laghi, ma sempre tempestosi. Alla Ezra Pound. Cime tempestose, valli fiorite. Eros gentile. Fior da fiore, le sinapsi del circuito dell’Eros (esisteranno pure?) si moltiplicavano indefinitamente, creando nuovi circuiti primari e secondari, by-pass e collegamenti volanti. Senza rispettare regole e norme: a rischio di black-out.
Pensiero stupendo. Nasce un poco strisciando. Si potrebbe trattare di bisogno d’amore. Meglio non dire… La stanza s’illuminò di botto: tante lucciole (vere o virtuali) avevano invaso l’ambiente, sia pur chiuso, moltiplicando i lux. In un fiat. Una voce sottile, quasi di silenzio, lambiva le pareti. Come paracadutata dal cielo. Le carezzava, vellicava, titillava, permeandole e spremendo bolle e bollicine, togliendo i punti neri e disincagliando pori occlusi da troppo tempo, per poi affacciarsi timidamente nella camera e fondersi, ossimoricamente, coi fiati di lui e di lei.
“Questi amanti incorporei s’incontrarono, un cielo nello sguardo, cielo dei cieli a ognuno il privilegio di contemplare gli occhi dell’altro.” Prima Ivan Segreto, poi Kazu Matsui, ora Mark Almond a farli veleggiare sulla spuma del suo Cruising. E i versi della Dickinson, onde sempre più spumose, ma vieppiù dolci, nu babà…
“Vi furono mai Nozze come queste? Un Paradiso li ospitava. E Cherubini e Serafini furono i rispettosi invitati.” La costa era vicina. Il suono delle sirene del porto (delle nebbie) li invitava ad approdare. Le vele ammainate, i remi in barca, i sensi nella stiva. Ma il canto di altre sirene, flautato, dolce, invitante, ludico, innocentemente lubrico, iniziò a pervadere la stanza.
E tu ancora. E noi ancora. E le donne: sempre.

The show (lo slow) must go on. Dopo la mia esternazione, passiamo a quella, dura (non sempre le donne sono sofà), di Dalila/Orlane. È riferita a un fatto locale, ma la portata (una bella ‘insalatona’) è per tutti.

TARANTO, DIOSSINA E DERIVATI

Si pensa come si vive. (Demostene)
Saranno state le pappardelle agli scampi scampati alla pattumiera. Saranno state le bollicine rincarate del malvasia o l’atmosfera retrò delle sedie in simil legno. Ma, scomodamente, irriverentemente, ermeneuticamente, è nata. La teorizzazione meta-empirica sui fondamenti del comportamento umano tipico degli abitanti del sud e, perché no, dei tarantini. Un’afflizione lamentosa e continua, costantemente presente ed un senso di insoddisfazione permanente. Senso di insoddisfazione che mai si placherebbe, quand’anche al posto dell’Ilva ci fosse una distesa verdeggiante, quand’anche nelle università ci fossero i termosifoni d’inverno e l’aria condizionata d’estate, quand’anche possedessimo tutti il famigerato “posso fisso” (il “posto fisso”: entità esterna e oggettuale anelata, ricercata, posseduta e custodita gelosamente per accendere un bel mutuo – sempre in accordo con i suoceri, però, perché “ci deve essere lo spazio per i bambini e per gli ospiti”). “Che” poi, questi ospiti, non li ho mai visti in vita mia, senza contare che mia nonna non ci faceva sedere neanche sui divani, “ per non sporcarli”.
Io, ne ho viste di cose che voi umani, non potreste immaginarvi:
...piagnistei continui, mancanza di lavoro, oppressione dei genitori, mancanza di stimoli, Ilva di merda, mal di testa, mal di pancia. Ginocchio della lavandaia. Mal di vivere. E basta! Accade quello che noi vogliamo far accadere. Non me ne voglia il buon Demostene, ma più che si pensa come si vive”, la formula corretta sarebbe “si vive come si pensa”. La mente ha un potere eccezionale. A Taranto e dintorni, eccezionale negativamente.
gente arrovellarsi in relazioni amorose che di amoroso avevano solo il nome, dinamiche masochistiche e “coazioni a ripetere” infinite. Ho visto donne ingravidate dallo stesso boia scelto accuratamente con cura da mamma e papà, giocare al bingo gli assegni familiari per la frustrazione. Ho visto uomini assoggettati a mogli-mamme portare le paste la domenica mattina a casa dei suoceri, ho visto mariti fumare sigari di nascosto nelle bische di quartiere. Ma la cosa più triste è che ho visto ragazzi e ragazze lamentarsi dell’oppressione di questo posto, dell’eccessiva presenza dei genitori (ed i genitori lamentarsi di noi figli-bamboccioni”grazie Schioppa), dell’assenza di stimoli, della diossina, della disoccupazione, dell’amianto, della mentalità chiusa, dei morti di tumore, delle discoteche tutte uguali.
Una volta una persona mi disse “se non risolvi il problema, è perché quel problema ti crea un vantaggio”. Ed io gli risi in faccia. Oggi capisco e dico, vi dico, mi dico che i due mari, nel loro costante e mortale abbraccio, ci fanno sentire al sicuro in qualche modo, ci offrono la possibilità di lamentarci senza trovare il modo di alzare il culo dalla sedia e prendere il volo. Taranto, mamma, papà, figli, disoccupazione, amore, odio, ciclo, fumo, diossina, cielo, mare, cibo, litoranea, discotutteuguali, mutuo, suoceri, mal di testa, cane e giardino. Sindrome di Stoccolma.
Siamo tutti innamorati del nostro boia.

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