giovedì 4 marzo 2021

LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA. LA CITTÀ RESILIENTE

 

LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA

 

 LA CITTÀ RESILIENTE

 

 

C’è il “fare anima” e c’è il “fare città”.

“La forme d’une ville change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel.”

(C. Baudelaire).

Nel passato il ruolo cruciale nella crescita economica-sociale delle città, spesso antitetico alla loro vocazione originaria, lo hanno avuto le industrie siderurgiche, caratterizzate dall’uso massiccio di combustibili ad alto impatto ambientale. Di pari passo, le pubbliche amministrazioni si sono focalizzate eccessivamente su logiche di efficienza di breve periodo, compromettendo la sostenibilità futura.

Oggi, rivedendo e correggendo il target e le performance, e quindi le politiche e i piani d’intervento – grazie a un’azione collettiva, partecipata e condivisa nelle sue fasi (conoscitiva, programmatica e progettuale) – si torna a parlare di Urbanistica, non solo in termini di conoscenza e consapevolezza dei luoghi, ma anche di correlazione tra i vari stakeholder interessati al “fare città”. Infatti, molti studi di settore confermano che le politiche e i piani di rigenerazione non partecipati rischiano di mancare i loro obiettivi.

Per questi motivi, la progettazione partecipata è ritornata a essere nuovamente in auge, dopo un lungo periodo di stasi: le esperienze americane e nord-europee di community-based planning e di advocacy planning, ossia di forme di urbanistica con finalità sociali, adattate al nostro contesto, non solo hanno prodotto, e producono, buone pratiche nell’ambito della governance, ma favoriscono nuove e interessanti occasioni di lavoro per professionisti e imprenditori.

L’approccio teorico-operativo dev’essere, quindi, del tipo misto (top-down e bottom-up), con al centro la comunità, con i suoi bisogni e sogni. Punti qualificanti: la ricerca di coesione sociale, politiche a sostegno dei gruppi e delle aree più deboli ed emarginate e riconoscimento del valore della qualità architettonica e urbana – non solo dei “pieni” e delle “emergenze”, ma anche dei “vuoti” (gli spazi pubblici e le aree verdi come elementi vitali e qualificanti della città).

 

La resilient city (“città resiliente”) è un sistema urbano che si modifica grazie a risposte sociali, economiche e ambientali nuove, che le permettono di resistere, nel lungo periodo, alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia. La resilient city non si adegua semplicemente, ma cambia: sua connotazione è la capacità di mitigare e superare le problematiche, conservando la sua struttura e la funzionalità di base; ma anche di cambiare, pur mantenendo la sua identità.

La resilienza è la capacità di un sistema socio-ecologico di cambiare continuamente e di adattarsi, rimanendo tuttavia entro le soglie critiche. La resilienza è, quindi, oggi una componente necessaria per lo sviluppo sostenibile, in quanto opera anche sui modelli organizzativi e gestionali  dei  sistemi  urbani: una città sostenibile è, quindi, una città resiliente.

 

Gli interventi ecocompatibili, nell’ambito di un’economia circolare, volti alla riqualificazione sostenibile dovranno confrontarsi con le seguenti questioni:

·      Inquinamento: cercando di ridurre al minimo emissioni nocive, polveri e rifiuti.

·      Consumo di risorse naturali: riducendo i consumi di elettricità e riscaldamento.

·      Salute: riguardo alle costruzioni, utilizzando materiali ecologici e non tossici.

·      Biodiversità: salvaguardando e proteggendo la flora e la fauna esistenti (eventualmente, introducendone ulteriori).

·      Verde pubblico: inserimento di zone verdi – come parchi, riserve e giardini – da collegarsi, attraverso “vie verdi”, alla città, progettando, quindi, infrastrutture verdi che colleghino gli elementi naturali, già esistenti o da creare, e promuovendo la realizzazione di giardini pubblici, viali alberati e piccoli spazi verdi nelle corti interne ai palazzi. In aggiunta, interventi su piccola scala, come:

il “verde verticale”;

i tetti verdi (un green roof può rimuovere la materia particolata e gli inquinanti gassosi, come ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e ozono);

le cisterne di raccolta delle acque e i raingardens. Questi ultimi, i “giardini della pioggia” – delle leggere depressioni del suolo ricoperte a verde, simili a delle aiuole –, servono a controllare le quantità d’acqua piovana provenienti dai tetti degli edifici, dalle sedi stradali e dalle grandi aree pavimentate, permettendo il filtraggio e la depurazione naturale dell’acqua raccolta e il rallentamento nell’afflusso alle falde acquifere e ai corsi d’acqua.

·      Strutture info-educative: create appositamente per l’educazione e l’intrattenimento dei cittadini, come incubatori, biblioteche, campus, centri ricerca, di intrattenimento ecc.

·      Mobilità: sistema della mobilità che prevede la separazione del traffico veicolare da quello pedonale, oltre a un sistema di trasporto pubblico efficiente collegato alla rete di autobus e treni locali. Tappetini stradali e pavimentazioni che consentano il drenaggio dell’acqua piovana e il suo recupero con un sistema che funzioni per infiltrazione attraverso la vegetazione e il suolo, tramite tubi, fossati, bacini di detenzione – disposti come fossero bacini naturali – e serbatoi che favoriscano il riutilizzo dell’acqua piovana per la coltivazione e il giardinaggio.

·      Water squares: in apparenza dei semplici spazi pubblici multifunzionali (posizionati in luoghi strategici), i quali, però, nel caso di forti piogge, si trasformano, parzialmente, in bacini di raccolta e stoccaggio delle acque piovane, così da alleggerire la pressione sull’impianto fognario,con la possibilità di riutilizzo delle stesse nei momenti di maggiore siccità e stress idrico. Le water squares si presentano, quindi, come delle aree per il gioco e il relax: nella maggior parte del tempo asciutte e utilizzabili come qualsiasi altro spazio pubblico;solo saltuariamente, in base all’intensità piovana, più o meno allagate (durante le piogge di lieve e media intensità l’acqua sarà semplicemente filtrata e immagazzinata in bacini di stoccaggio nascosti, così da poter essere riutilizzata in futuro; in caso di forti precipitazioni, la piazza, allagandosi, diventerà un vero e proprio piccolo laghetto artificiale).

 


 

lunedì 1 marzo 2021

IN PRINCIPIO (De Principiis) MORULE

IN PRINCIPIO

(De Principiis)

Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio,

come protagonista clandestino,

è privo d’interesse.

Nicolás Gómez Dávila

 MORULE

C’incontriamo agli angoli delle strade. A coppie, a grappoli, a stringhe sempre meno sottili. Cresciamo all’ombra dei portici, come batteri, morule, embrioni di future miriadi: angeli sparsi in cerca di paradisi possibili.

Siamo le membrane plasmatiche del centro e delle periferie urbane, giunzioni occludenti il vuoto delle menti e delle anime, teurgi plastici in cerca di corpi da rigenerare. Col forcipe dello spirito recidiamo le sbarre dell’anima e liberiamo dai ceppi impazienti i dèmoni dormienti. I nostri e gli altrui.

Senza addomesticarli li mandiamo allo sbaraglio tra i ‘petits bourgeois’ della ‘comédie humaine’ (dèmoni versus demòni: slitta l’accentazione, cambia l’eone). Randomizzati vagano impacciati, ma indomiti, nelle piazze, nelle case, nelle menti, nelle paludi del caravanserraglio globale – dove sbuffa Behemot, gingillo degli dèi e trastullo dei titani, e striscia il Leviatano, un po’ biscione un po’ caimano.

Bariamo sui numeri (ma nel frattempo cresciamo a dismisura), saltiamo sui corpi, puntiamo sulle anime (e lo spirito? Sotto sale). Ci arrampichiamo sui muri, scivoliamo nei sottotetti, glissiamo sui salotti buoni. Ma verrà anche il loro turno – tour e retour.

E allora, che aspettate? Il turn-over? Tornite e guarnite le tartine al caviale, la pallina sta per fermarsi! Là bas.

Rien va plus. Il gioco si fa duro. E scivoloso. Ma dolce è l’attesa (meno le doglie). Arde il rovo, la voce chiama… “Siate caldi oppure freddi: ma i tiepidi li vomiterò nella Geenna.” Caos calmo, ciechi spasmi, miasmi cosmici: l’universo attende con ansia l’epifania teandrica – non sa cosa vuole, ma vuole qualcosa!

Alta marea: la terracquea arena è lì che aspetta, vociante, torbida, ondeggiante. Bassa marea: nella platitude vacua vaticina torpida la platea (e non è il Vaticano). Ogni tribuna e tribuno è in tiepida attesa di un messia o di una miss (tutto fa brodo – questa la voce del mondo). “Ah, se Erostrato il grande li ghermisse e facesse assaggiare a tutti i tiepidi il caldo estremo che raggela!” (la cultrea voce dal profondo).

E noi? Infine nudi nello spirito, ancora paludati nell’azione, palestrati nell’animo  continuiamo a nasconderci nelle segrete latebre delle lubriche piazze affollate. Per poi sbucare alla Kubrik nelle strade bucate e imbucarci, zampillanti e ludici come eroine zompanti, tra gli zombi nei corridoi sussurranti – riservando ai gorgoglianti portici le nostre residue ore aliene (è lì, nelle gallerie urbane, il nostro brodo di coltura).

Tuareg nel deserto che cresce, effimeri panici al galoppo, ossimorici lunatici grondanti gelide passioni; cammelli sgobbanti, leoni reboanti, fanciulli vocianti investiti da folate di sottile silenzio: questi siamo noi. L’ultimo uomo è appena nato e una donna sta per ucciderlo.

N.B. Si tratta dell’incipit del mio romanzo inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?