sabato 24 ottobre 2020

INCONTRO AL BUIO

 

INCONTRO AL BUIO

 

È tardi, la macchina è in panne, ma la casa di Gioia è vicina, in pieno centro.

Me la faccio a piedi. Me la sbatto di SUV e gipponi – ma indulgo con le cabrio, rigorosamente nere. Del resto, per dirla con la Verasani di Quo vadis, baby? “… dove ci sono le Range Rover non può esserci una gran sete di conoscenza.”

Il vento fischia sulla pelle. Gocce di pioggia m’imperlano il viso: il nevischio liquefatto dal fuoco interno mi avvampa. Allungo il passo. È la mia prima volta e non posso tardare. L’atmosfera è da romanzo giallo. Tinta di noir. V’intingo la penna dei miei pensieri – quelli dopo l’ultima chat – e riscrivo mentalmente le ultime parole di Gioia: «Ti aspetto a mezzanotte, l’ora giusta per passare dalle parole ai fatti».

 

Uno schizzo da una pozzanghera, un clacson, due voci che battibeccano. Crudo il ritorno alla realtà. Il portico m’inghiotte pietoso, la luna si piega, s’incurva maliziosamente – alla Totò –, cerca d’infilarsi nel passaggio coperto. Vi sbatte la testa (è luna piena), tenta d’illuminarmi, ma non ce n’è bisogno: sono tutto un fuoco.

“Stanotte allenerò le mie labbra a sorridere e dovrò quindi pensare a lavarmi fino alla morte i denti.” Un pensiero (a) folle alla Piero Ciampi mi assale. Sbando, complice un’altra pozzanghera; ingaggio una breve lotta con le mie fumisterie cerebrali, inciampo ma tiro dritto. Rimetto la mia mente a cuccia e proseguo. Niente facce, niente piedi, solo ombre. Notte d’ambra: una cocotte mi sussurra qualcosa, un transex traballa su tacchi follemente siliconati, ma io glisso su entrambi.

 

Scivolo a folle sull’impalpabile velo del pavé, spio tutt’intorno: sono di nuovo solo, tutto il resto è noia. Pioviggina, sono disarmato: un altro portico mi accoglie prodigo nel suo seno, ma io lo titillo solamente. Sarà per la prossima volta.

Un quarto a mezzanotte. La città è tutta colorata di buio e di fari arancio – ne sento la fragranza. Nient’altro, solo l’aria della notte e l’odore del fumo. E le stelle. Spremo il parapioggia, sotto i portici non serve, tiro su il bavero – l’immancabile giubbotto para… di pelle nera alla Lou Reed – e sfilo via accanto a visi senza faccia.

 

Asfalto bagnato. Fischia il vento – e mi gorgoglia il ventre: sono a digiuno. La città mi scivola accanto, sopra, sotto… Ma sento qualcosa d’incombente: c’è qualcosa nell’aria. Lascio il Fight Club dei sogni, allungo ancora il passo, scavalcando il tempo, dondolo ondeggio sbando scivolo. Suoni sincopati e barriti alla Miles Davis mi inseguono, sbucati da chissà dove: mi sento come un ‘miles gloriosus’ nella giungla urbana. Ma sono solo un tassello nel suo patchwork di stoffe e colori, nella jam-session di suoni, parole, fiati, sussurri, bisbigli.

Tutto il mondo dorme. Respiro a plesso solare aperto, mi ricarico guardando la luna piena e mi disintossico inspirando la polvere delle stelle. “Mugola in lontananza un aspirapolvere.”

 

Tre minuti a mezzanotte. Sono in orario. Sbatto contro un tipo. Il ganzo – virante al gonzo – mi guarda, caracolla, scocca la saetta: stecca, il dardo cade afflosciato. Lo guardo, senza riguardo, lo fulmino. Getta la spugna. Si allontana frettolosamente, quasi inciampa su se stesso, sfuma nelle tenebre.

Mezzanotte. Spremo il citofono (notte da arancia meccanica?). Non ce n’è bisogno, lei è dietro al portone. Me lo apre, con circospetta levità, quasi fosse uno scrigno segreto. Tattoo senza tabù. Le nostre labbra s’incrociano, s’incollano, rimarginano ogni vuoto. Atmosfera da Cantico dei Cantici: Le tue labbra somigliano a un filo scarlatto, la tua bocca è graziosa; le tue gote, dietro il tuo velo, sono come un pezzo di melagrana.

Entro. Non c’è bisogno di parola d’ordine. In ogni caso, la conosco: Doppio specchio – ma è tanto per giocare. Ma non è sempre un gioco…

(tratto dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?)

 

 

 


 

venerdì 23 ottobre 2020

EARTH, WIND & FIRE

                 EARTH, WIND & FIRE

Ho accettato di partecipare al Concorso Nazionale di Poesia “Dantebus” - II Edizione. Non sono un poeta, sono un romanziere e saggista (anche correttore di bozze, revisore e introduttore di testi), ma ogni tanto un detour fa bene.

Titolo della mia primizia: Earth, Wind & Fire.

P.S. Sottilmente erotica, direte voi. Sì, d’altronde il Cantico dei Cantici mi è talvolta d’ispirazione, così come Qoelet e Giobbe (su quest’ultimo mi sono cimentato nella mia tesi finale in un corso di Teologia). Che dire, sono tanti (almeno tre) i “sensi” delle Scritture…

                                 Earth, Wind & Fire

 Il getto d’acqua tiepida fluisce su dossi e curve,

scivola fin nelle cunette, non disdegna le valli fiorite.

Tocca il fondo rugoso, devia brusco verso l’omphalos,

scompare infine negli abissi.

Acqua a fiotti, frettolosa, per masse fluttuanti, acqua nei fiordi.

Le pareti translucide, i corpi oscillanti, diritti, flessi, combacianti.

Il segreto e l’ignoto. Cento colpi. Uno più, uno meno.

Corpi scolpiti. Ben torniti. Vincolati, slegati, vincenti, persi,

costretti nel piccolo ambito, incuranti del contorno, vibranti.

Bastevoli a se stessi, ma in procinto di tracimare.

Silenzio prima di uscire, silenzio prima di entrare.

In mezzo, una cascata di suoni.

Il contatto delle superfici, il fluire e il rifluire dell’acqua,

il perlage, l’aria vintage, il parlottio sincopato, quasi dopato.

Tutto parla. Tutto tace nell’infittirsi dei suoni. E dei movimenti.

Iniziali, al climax, finali. E al calare del sipario, l’uscita trionfante,

l’ingresso sottotono negli accappatoi impazienti…