domenica 22 maggio 2022

DALILA ON THE ROAD

DALILA ON THE ROAD 

Scritto anni fa da unamica (Dalila).

 

A volte scrivere non vuol dire soltanto scervellarsi per elaborare una fabula, o rimuginare sui propri pensieri per metterli in versi. Oggi voglio provare a fare quello che ho sempre fatto, da quando ho dodici anni, da quando ho iniziato a comprendere il significato reale delle parole, da quando mi sono addentrata nel mondo dell’introspezione e dei sensi–non-sensi.

Quanto sono cambiata… Su quello che è il palco della mia esistenza avevo sempre interpretato il ruolo della principessa. La seta, i drappeggi e gli smeraldi, adesso, hanno lasciato spazio a lana grezza e calzari sudici e mi ritrovo a vestire i panni di una schiava.

Loro mi guardano, la platea è buia, loro non sanno che anche io posso guardarli. Qualcuno mangia una caramella, qualcun altro accenna uno sbadiglio, ma io posso vedere distintamente i loro volti, le loro espressioni, i loro occhi. Tutti.

E casco per terra, e urlo la mia libertà: le catene mi graffiano i polsi, i capelli odorano di reclusione. E più piango e più mi acclamano. Più soffro la mia prigionia, più sento, vividi, ingordi e sazi, i loro occhi.

Sono schiava del padrone più truce, del Leviatano supremo. Sono schiava di me stessa. E mi crogiolo nel mio dolore, nelle mancate responsabilità, nella voglia inespressa di agire-reagire alla sofferenza, nell’impossibilità o possibilità di cambiare gli eventi.

“Non la voglio più questa vita”, dico a un uomo compassionevole che mi stringe la mano. “Ti aiuterò io a cambiarla, ma devi volerlo tu…” Un aiuto dal cielo quella mano attorno alla mia, la mia mano nella sua. E non la so sfruttare. Non la voglio sfruttare.

 

La pigrizia gravitazionale, m’inchioda su questo pavimento, in questa polvere, in questo strazio e in questi abiti. Liberatemi! Liberatemi! Non chiedo altro.

E se qualcuno mi desse le chiavi, forse farei in modo di perderle…

Un leone non può essere una gazzella. Un leone è sempre un leone. E se fossi nata gazzella e avessi solo sognato di essere un leone? Se la mia natura non fosse quella che ho sempre creduto che fosse? Non ho ancora capito chi sono? Chi il leone, chi la gazzella. Chi la principessa, chi la schiava…

Ma sì, certo…  come ho fatto a non pensarci prima! Ecco perché non riesco a cambiare, ecco spiegato il mio essere, tutt’ad un tratto, inagente: la mia collocazione nel mondo è la spiegazione. Non l’ho trovata, non ho ottenuto quello che volevo, sono rimasta sospesa nel vuoto, col cuore di un equilibrista su una fune sottilissima: in bilico sul filo dell’amore che non posso avere, che strazia e tormenta, che brancica il corpo e la mente e che offre null’altro che questo. Se son schiava, non ho nulla da perdere. Se me ne sto qui, nel mondo del nulla, nel mondo–non-mondo, nel niente del mondo, tutto avrà un senso perché nulla più lo avrà. 

Sarò felice perché non potrò essere triste. Tutto sembrerà quello che è, perché niente sarà come non è.


 

venerdì 20 maggio 2022

GIOBBE E IL COVID. LA CURA

GIOBBE E IL COVID

LA CURA

Giobbe e il covid. Paragone azzardato, direte: fuori tempo, fuori luogo, fuori contesto.

Non poi tanto, anzi… Nonostante il salto temporale, di millenni, entrambi, Giobbe e il covid (la covid-19, per i più pignoli), sono “tipi” – l’uno umano, troppo umano, l’altro astratto, ma dagli effetti, ahimè, concreti – che si rincorrono nel tempo. E questo accade anche oggi, in un periodo in cui, come nei giorni di Giobbe, il Chronos (il tempo ordinario) s’intreccia con il Kairos, il tempo straordinario, speciale, anzi addirittura propizio e favorevole – per quanto, a prima vista, non sembri (e in effetti, questo è un tempo tragico, fra danni e lutti).

Ma passiamo al tema, cogliamo l’attimo fuggente… Giobbe e il covid sono rappresentativi, tra le altre cose, del “senso” della vita e del suo opposto: il “nonsenso”. “Si tratta della sporgenza della vita nel nonsenso rispetto alla quale qualunque interpretazione religiosa appare come una «superbia infantile». È lo scandalo sollevato biblicamente da Giobbe: il dolore dell’esistenza sfida l’ordine del senso mostrandone l’inconsistenza strutturale […] La sofferenza dell’innocente resta uno scandalo impenetrabile che resiste a ogni decifrazione. Rispetto a questa indecifrabilità non si può più invocare il disegno provvidenziale di Dio ma bisogna ammettere lo scandalo dell’insensatezza del male provando, comunque … a «essere colui che resta!»” (Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli).

Il dolore dell’esistenza, la sofferenza dell’innocente, lo scandalo dell’insensatezza del male. Sì, nella vicenda di Giobbe, e dei tanti Giobbe di questi giorni – anzi, direi, di gran parte dell’umanità, passata dai giorni delle “vacche grasse” a quelli delle “vacche magre” – ritroviamo dei fattori comuni: la superbia (l’arroganza, l’hybris di Adamo), il dolore esistenziale, la sofferenza dell’innocente, l’indecifrabilità, l’insensatezza del male, la “sporgenza della vita nel nonsenso”. Certo, nessuno si può definire, in toto, innocente – “non c’è nessun giusto, neppure uno” (Lettera ai Romani 3,9-20) –, ma quanti operatori sanitari, ministri di culto, e tanti altri al servizio del prossimo, sono morti per effetto del covid… Ricchi e poveri, famosi e anonimi: il covid, la grande “livella” (glissando  sulla polemica tra “vaccinisti” e “antivaccinisti” e complottisti vari…)..

Ma non mi voglio soffermare sul covid in sé, qualunque sia l’origine – umana, diabolica, cinese, pipistrello, incidente di laboratorio, casuale, intenzionale ecc. –, ma desidero puntare l’attenzione sulla figura di Giobbe, personaggio spesso trascurato nelle letture bibliche (al pari di altri libri “sapienziali”, quali Qoelet e il Cantico dei Cantici, rilanciato da Benigni proprio all’inizio della pandemia). Libro, quello di Giobbe, tra i miei preferiti: oggetto di riflessioni di tantissimi autori – Jung tra gli altri e lo stesso Recalcati dell’ultim’ora –, nonché leitmotiv della mia tesi per un corso di Teologia.

Ed è proprio dalla mia tesi “GIOBBE: IL DRAMMA È DIO. Il Dio di Giobbe vs il Dio di Giacobbe” che prendo spunto per queste riflessioni (già oggetto, con alcune varianti, di un articolo di marzo 2020 sulla rivista teologica web “Voce Pentecostale”).

Bene, conosciamo, anzi ri-conosciamo, Giobbe. Ma partiamo da Dio…

Consuma e si consuma, appare e scompare… (come Gesù sulla via di Emmaus). Un Dio absconditus (nascosto), ma sempre presente: espansivo e sfuggente, scompare nell’abisso per poi ricomparire; tirato in ballo, non si sottrae alle sue responsabilità, ma si rivela nei fatti (fossero anche misfatti). Realtà vicina, di cui abbiamo esperienza quotidiana – chiamato o non chiamato, creduto o non creduto –, ma, soprattutto, Realtà Ultima.

Insomma, Dio c’è: “Vocatus atque non vocatus Deus aderit”. Chiamato o non chiamato, Dio sarà presente – così l’iscrizione incisa sopra la porta d’ingresso della casa di Carl Gustav Jung (a suo modo credente – era figlio di un pastore protestante –, tanto che, a chi gli chiedeva se credesse in Dio, rispose: «Se credo… Io so!»).

Fede e sapienza. Sì, Dio è onnipresente e onniveggente: “Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il SIGNORE è in questo luogo e io non lo sapevo!» (Genesi 28,16). Questa misteriosa esperienza onirica riassume un concetto che percorre tutta la Bibbia: Dio è presente in cielo e sulla terra. Si tratta di una presenza implicita o esplicita («Isaia osa affermare: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano.» Lettera ai Romani 10,20), avvertita o inavvertita: «Ecco: egli mi passa vicino e io non lo vedo; mi scivola accanto e non me ne accorgo.» (Giobbe 9,11).

«Ecco il grande paradosso: Dio, infinito ed eterno, si adatta e penetra in questa realtà che è così fragile, sospesa, inconsistente. Ma ecco pure la grande intuizione: dov’è Dio? Nella folgore? Nel terremoto? Nel vento impetuoso? Dio è nel “mormorio di un vento leggero” o, traducendo più esattamente, Dio è una voce di silenzio sottile. Non un silenzio che è triste assenza di suoni, ma un silenzio in cui tutte le parole si compendiano.» (Gianfranco Ravasi).

Passiamo ora all’uomo: Giobbe è la storia di un credente. È il percorso travagliato, sia pur estremo, che ogni credente può trovarsi a fare. Ciò che è capitato a Giobbe è possibile, in varia misura, a chiunque (Dio compreso: in Gesù). Ma ciò che fa di lui un esempio è l’assenza di presunzione: nessun’arrogante pretesa (hybris) di misurarsi con Dio, solo il disperato desiderio di conoscerLo, e quindi conoscersi. Nel grido di Giobbe è condensato il “dramma umano” – soprattutto di questi ultimi due anni –, espresso in modo palese o intimo, che sia l’urlo disperato di un credente o il grido esasperato di un agnostico.

De profùndis clamàvi ad te, Dòmine; Dòmine, exàudi vocem meam... Grido che nel 2020 si è elevato da ogni contrada della terra, mai in modo così “unanime”, e che tuttora, con qualche strascico, perdura (quale che sia il dio invocato). Urlo alla Munch amplificato o smorzato dai mass-media, a seconda delle fazioni  (ora ci sono pure i pro-Russia e i pro-Ucraina…), in attesa dell’omologante hegeliana “notte in cui le vacche sono tutte nere”.

Quello di Giobbe è l’appello insistente a un Dio apparentemente assente, lontano, indifferente – come tante volte assente, lontano, indifferente è, o così ci sembra, chi ci dovrebbe essere vicino: un familiare, un amico, un fratello o sorella di chiesa… Peggio ancora, Dio sembra a Giobbe un avversario crudele e spietato, sordo a ogni richiesta di aiuto.

Eppure, «è necessario che ogni persona passi attraverso questa fase di protesta e sperimenti la disperazione di sentirsi abbandonato dal Signore se desidera approdare all’incontro con lui pur vivendo ancora dolore, sofferenza, solitudine ed emarginazione.» (Gianni Cappelletto, Giobbe. Incontrarsi con Dio nella sofferenza, EMP). Nondimeno, «Nella Bibbia ebraica, nessun altro essere umano vien fatto oggetto di affermazioni tanto altisonanti come quelle riguardanti Giobbe, pronunciate addirittura da Dio […] Di nessun altro viene detto che la sua condotta e il suo destino divengono oggetto di discussione fra gli esseri celesti (1,6-12; 2,1-6). Per la loro gravità e il loro accumularsi, la sventura che lo coglie e le piaghe che gli vengono inflitte rappresentano il colmo di quanto ci si immagini possa accadere a un essere umano. Per l’asprezza dei lamenti che contengono, i suoi discorsi a Dio oltrepassano tutto ciò che altrove si può trovare nella Bibbia ebraica. E nessun altro viene degnato di una risposta divina paragonabile a quella dei grandi discorsi di Dio dei capp. dal 38 al 41.» (Rolf Rendtorff, Teologia dell’Antico Testamento, Vol. 1, Claudiana).

Giobbe si sente preso in trappola, invischiato in un gioco perverso. Ma quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare… Invece di accettare con rassegnazione questa indecifrabile volontà divina, Giobbe si erge a obiettore (di coscienza): in disaccordo coi suoi amici, che pretendono di consolarlo incolpandolo, non solo accusa Dio di averlo stretto in un cerchio senza via d’uscita (Giobbe 3,23-26), ma osa chiamarlo in giudizio (9,32), alla presenza di un arbitro capace di dirimere la questione. E chi è, secondo Jung (ritorno allo psicologo del «Se credo… Io so!»), questo giudice supremo, questo Dio super partes? È Cristo… Infatti, Gesù, accertate sul campo – facendosi uomo – le ragioni dell’umanità, di cui Giobbe è rappresentante (sia pur estremo), alla fine trasformerà quel Dio apparentemente cinico e crudele (così appare a tanta umanità, soprattutto in questi tempi “covidiani”) in un Dio d’amore.

Giobbe apre un contenzioso con Dio. «Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta.» (Giobbe 30,20). Depresso, avvilito, scoraggiato, arrabbiato… contende con Dio, dopo averGli parlato, aver pregato, invocato, gridato. Per Giobbe ciò che manca è la credibilità di Dio come partner relazionale. Tuttavia, vuole continuare a mantenere la relazione con Lui. Come Giacobbe, anche Giobbe lotta con Dio con tutte le forze. Altro che paziente, Giobbe… È impaziente, perseverante, irriducibile, sfidante: Giobbe, l’uomo in rivolta, così titola il suo saggio Roland de Pury. Nondimeno, non viene condannato da Dio: se la logica dei suoi amici vorrebbe un Dio che, dopo l’arringa di Giobbe (avvocato di se stesso), condannasse il ribelle, Dio invece parla al contestatore e mette a tacere i suoi “avvocati d’ufficio”. All’inizio sfugge a questo corpo a corpo; non per viltà, ma perché Dio non potrà mai essere afferrato. Non possiamo racchiuderlo nei nostri schemi: Dio sfugge a ogni presa: è sempre oltre e altro. Seduce – conduce a sé – e poi scompare; infine, Dio riappare (ma era stato sempre presente: chiamato o non chiamato, Dio è presente…) e parla.

Dio accetta la sfida, quasi blasfema; depone al “processo” e da accusato ri-diventa giudice supremo: Tu chi sei? Sei tu forse Dio? Sei tu il Creatore? Il deus absconditus esce finalmente allo scoperto. Alle domande, sensate o insensate, di Giobbe, Dio risponde con delle contro-domande, spiazzanti ma capaci di scuotere Giobbe dal suo torpore intellettuale e spirituale: una vera e propria psicoterapia d’assalto, tale da “scioccarlo” e “risvegliarlo”. Shock because… Quella di Giobbe, passato lo shock – o proprio per effetto della “scossa” –, è una nuova nascita.

Giobbe, anche sotto interrogatorio, rimane fedele alla Parola e «riconosce, davanti alla sfilata dei segreti cosmici della requisitoria di Dio, di non essere in grado di sondare che qualche particella microscopica, mentre Dio sa percorrerli con la sua onniscienza ed onnipotenza.» (Gianfranco Ravasi). Partendo dai lumi della ragione – la Scienza con i suoi segreti e le sue scoperte – l’uomo farà l’esperienza di Dio solo superando la ragione stessa, con un lampo d’illuminazione. Ora vede: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto.» (Giobbe 42,5). Giobbe accetta che ci sia un altro piano: «I cieli sono i cieli del SIGNORE, ma la terra l’ha data agli uomini.» (Salmo 115,16). Giobbe, arreso, sì, ma anche “guarito”. Dopo lo slalom giungiamo allo shalom finale, il vertice dell’itinerario di Giobbe: non la soluzione di una questione umana, ma “vedere Dio coi propri occhi”, conoscerLo dal vivo, e non solo per sentito dire.

Questo è l’uomo-Giobbe, e questa è la storia di un uomo – anzi, il prototipo della storia di un uomo qualsiasi, al di là del censo o della classe sociale – dal lieto inizio e dal lieto fine, ma con un tragico interludio. Giobbe finalmente incontra Dio a tu per tu: non più un Dio che si conosce per sentito dire, ma che si vede; così come la fede non è un’ideologia che si apprende sui libri o di cui ci s’investe per tradizione o nascita. Giobbe, ora davvero felice e realizzato, riprende il cammino e s’inoltra nella Storia. Dopo lo “shock addizionale” – una scossa tale da smuoverlo definitivamente – e il “rientro in sé” (da “figliol prodigo”), Giobbe ha trovato il suo “centro di gravità permanente”, la “via per l’essenza” e, soprattutto, chi ha Cura di lui… – per dirla con Battiato, Gurdjieff e, in definitiva, il Vangelo. Ed è quello che dovremmo fare noi: trasformare la cronaca “covidiana” – paura, dolore, morte – in un tempo di riflessione e rinascita.

 


 

GIOBBE: IL DRAMMA È DIO. Il Dio di Giobbe vs il Dio di Giacobbe

  

 

GIOBBE: IL DRAMMA È DIO.

Il Dio di Giobbe vs il Dio di Giacobbe

 

Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio,

come protagonista clandestino, è privo d’interesse.

Nicolás Gómez Dávila

 

«Sì, l’ultimo atto di Dio sarà di consumarsi e sparire nella sua creazione: come il grande Eroe che esce dal talamo, che si espande nel creato per scomparire nell’abisso, dopo essersi fatto luminosità e calore anche della più umile delle sue creature.» [1]

Consuma e si consuma, appare e scompare… (come Gesù sulla via di Emmaus). Un Dio absconditus ma sempre presente: espansivo e sfuggente, scompare nell’abisso per poi ricomparire; tirato in ballo, non si sottrae alle sue responsabilità, ma si rivela nei fatti (fossero anche misfatti).

Realtà vicina, di cui abbiamo esperienza quotidiana – chiamato o non chiamato, creduto o non creduto; ma, soprattutto, Realtà Ultima: Essere, e non un essere, per dirla con Paul Tillich.

In ogni caso, Dio c’è: «chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.» [2]

 

Ma chi è questo Dio, e di quale libro è protagonista, prima clandestino, poi cittadino a pieno titolo?

Facciamo esperienza del Divino in modi innumerevoli: dal timor panico, estatico, nel silenzio di una notte stellata, al canto di un uccello mattutino; dal Dio di gloria che tuona sul mare in tempesta al sottile suono di silenzio… [3]

Tutta la Bibbia, nelle sue molte voci, è impregnata di questa Essenza, ma è nei libri sapienziali che il Mistero esprime il suo lato “oscuro” (per noi) e apparentemente paradossale. E dei tre massi erratici – Giobbe, Qoèlet (Ecclesiaste), Cantico dei Cantici – voglio “fermare” il primo, lì dove il dramma è Dio.

 

«Io grido a te, ma tu non mi rispondi,
insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti.»

(Gb 30,20-21)

 

Dalla “cornice” passiamo ora al “quadro”. Nel grido di Giobbe è condensato il “dramma umano”, sia esso espresso in modo palese o intimo, sia esso l’urlo disperato di un credente o il grido esasperato di un agnostico: quello di Giobbe è l’appello insistente a un Dio apparentemente assente, lontano, indifferente – come tante volte assente, lontano, indifferente è chi ci dovrebbe essere vicino.

Peggio ancora, Dio sembra a Giobbe un avversario crudele e spietato, sordo a ogni richiesta di aiuto.

Eppure, «è necessario che ogni persona passi attraverso questa fase di protesta e sperimenti la disperazione di sentirsi abbandonato dal Signore se desidera approdare all’incontro con lui pur vivendo ancora dolore, sofferenza, solitudine ed emarginazione.» [4]

 

Giobbe: prima su, poi giù; poi di nuovo su, sempre più su… Creazione – de-creazione – ri-creazione, questo il tema della mia tesina su Genesi, lì dove scrivevo: «… il mito biblico non è paragonabile a quelli paralleli dell’Antico Vicino Oriente […]. Piuttosto, qui il mito, inteso alla Campbell, è una metafora per indicare un “processo di trasformazione”: per un popolo come quello ebraico, spesso in esilio e cattività, funge da insegnamento e sprone a uscire dalla “zona di (dis)comfort” per andare oltre ciò che è percepito come limite delle proprie attuali possibilità.»

 

Giobbe è tutto questo: prima la creazione (il successo), poi la de-creazione (la caduta); infine, la ri-creazione e il ristabilimento di Giobbe, con “surplus” – cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cosa vi saranno sopraggiunte (Mt 6,33). In ogni caso è un processo di trasformazione.

Tuttavia, ciò che più colpisce il lettore è la “decreazione”: Giobbe o de “l’eccesso del male”, per dirla con Philippe Nemo. E se c’è il male, c’è la natura umana; non solo Giobbe, c’è Dio, e il suo “dramma”: Cristo sulla croce e Giobbe sul mucchio di cenere: due sigle della nostra umanità. (Jorge Luis Borges).

 

Continua…

 

Tratto dalla mia tesi in un corso di Teologia (parte iniziale).

 



[1] David Maria Turoldo, Il dramma è Dio, Fabbri editori, Milano 1997, p. 116.

[2]Vocatus atque non vocatus Deus aderit”: Chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.* Questa iscrizione si trova incisa sopra la porta d’ingresso della casa che Carl Gustav Jung si fece costruire a Küsnacht, in Svizzera, vicino Zurigo. È tratta dagli “Adagia” di Erasmo (edizione del 1563), ma si rifà a un passo de “La Guerra del Peloponneso”, di Tucidide: è questa, infatti, la risposta che l’Oracolo di Delfi diede agli spartani, quando vennero a consultarlo prima di attaccare gli ateniesi.

* Cfr Gn 28,16 (Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il SIGNORE è in questo luogo e io non lo sapevo!»). Questa misteriosa esperienza onirica compendia un concetto che “colora” tutta la Bibbia: Dio è presente in cielo e sulla terra. Si tratta di una presenza implicita o esplicita («Isaia osa affermare: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano.» Rm 10,20), avvertita o inavvertita: «Ecco: egli mi passa vicino e io non lo vedo; mi scivola accanto e non me ne accorgo» (Gb 9,11).

N.B. Le citazioni bibliche sono attinte da varie versioni.

3 «Ecco il grande paradosso: Dio, infinito ed eterno, si adatta e penetra in questa realtà che è così fragile, sospesa, inconsistente. Ma ecco pure la grande intuizione: dov’è Dio? Nella folgore? Nel terremoto? Nel vento impetuoso? Dio è nel “mormorio di un vento leggero” o, traducendo più esattamente, Dio è una voce di silenzio sottile. Non un silenzio che è triste assenza di suoni, ma un silenzio in cui tutte le parole si compendiano.» (Gianfranco Ravasi, 2004).

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Dentro-la-Bibbia.-Ravasi-Dio-e-una-voce-di-silenzio-sottile).

 

4 Gianni Cappelletto, Giobbe. Incontrarsi con Dio nella sofferenza, Edizioni Messaggero, Padova 2015, p. 5.

 

mercoledì 11 maggio 2022

FLASHBACK


FLASHBACK


Quel pomeriggio c’era un respiro in più. Mia colomba, che stai nella fessura delle rocce, nel nascondiglio delle balze, mostrami il tuo viso... Il piacere dell’incontro degli sguardi aveva ormai dato la stura al libero sprigionarsi delle sensazioni, sempre più profonde, ma anche alle onde di superficie.

      Tattoo senza tabù. Le tue labbra somigliano a un filo scarlatto, la tua bocca è graziosa; le tue gote, dietro il tuo velo, sono come un pezzo di melagrana. Sensazione di pienezza, quasi di coppa traboccante; esperienza dell’unità, della totalità che li rendeva, entrambi, uno.

     Le tue mammelle sono due gemelli di gazzella che pascolano tra i gigli. Energia sprigionata dal profondo, dal fondo dell’anima, che confluiva nel flusso – dynamis – dello spirito per rompere le carceri del corpo e della psiche (di Lorenzo). Like paradise.

     Tu mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi. Il loro desiderio non era ancora appagato (I can’t get no satisfaction). E così le pietre continuarono a rotolare...

     Quanto sono dolci le tue carezze, sono migliori del vino, l’odore dei tuoi profumi è più soave di tutti gli aromi! Le tue labbra stillano miele, miele e latte sono sotto la tua lingua. Affetto (Amore?) a dosi omeopatiche – complice Aïvanhov, uno degli ultimi incontri (con uomini straordinari?) di Lorenzo. Infine, l’Armonia fra i due fattisi uno, tra Gaia e Lorenzo: la Passione ai livelli più alti di soddisfazione (più che the Passion – Mel Gibson uno e trino What women want…).

     Tu sei un giardino serrato, una sorgente chiusa, una fonte sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrani e d’alberi di frutti deliziosi. E fu così che, onda su onda, rotolando rotolando, il Cantico dei Cantici divenne tutt’uno con il Cantico delle Creature...

     Qualunque idea vi facciate di Dio nella vostra mente, Lui è differente. La citazione zen cadeva a proposito, ma con essa crollavano anche i progetti monastici di Lorenzo. Andati a rotoli con Gaia, sull’erba. Nondimeno – o forse proprio per questo –, invece che a pezzi, si ritrovò intero. Intero, ma ‘scottato’: era scattata la scintilla che aveva dato fuoco alla cortina che gl’impediva l’accesso a una dimensione più vera e più profonda. 

    Il velo del tempio si era squarciato, anzi tutto il tempio… Memore del finale gibsoniano, Lorenzo sentì che la coscienza, che pur gli sembrava risvegliata da più di una dozzina d’anni (e per certi versi lo era), aveva fatto un ulteriore salto di livello: un nuovo sipario si era aperto.

 

     Un lampo, un flashback nello spin del tempo: fu proprio alla svolta dell’ultima pagina del fatidico 1991 che – complice un ‘supporto’ umano (e un altro paio a far da ‘volano’) – Lorenzo si ‘risvegliò’, rientrando in sé come il figliol prodigo (pur non avendo vissuto, salvo qualche intemperanza – so’ ragazzi… –, alla maniera dissoluta di questi). Ma, passato il momento di lucidità, non sempre era riuscito a sfuggire al cappio dell’immancabile (sia pur sempre meno frequente) ricaduta, ripetutamente risucchiato dall’esistenza ordinaria.

     Come un sonnambulo o, peggio, un robot, aspirato dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dai suoi desideri, dalle sue sensazioni, dalla bistecca che mangiava, dalla sigaretta che fumava, dall’amore che faceva, dal bel tempo, dalla pioggia, dall’albero vicino, dalla vettura che passava... Pur non rientrando appieno nella tipologia (comune, diciamo pure maggioritaria) dell’uomo sonnambulico, o eterodiretto, non sarebbe di certo sfuggito all’occhio levantino di monsieur Gurdjieff (anche se Lorenzo non fumava).

     Fasi up e fasi down. Up nella sua volontà, down nelle viscere del suo subconscio. Qualche volta il ribaltone. Guai se il down esteriore fosse stato, abitualmente, in fase col down interiore… Che risonanza! Anzi, che dissonanza. Stonata: depressione, vuoto, oppressione, letargo. Ma ora i due up si erano riallineati e Lorenzo, sospinto fuori dalla caverna delle ombre vaganti, si era ri-risvegliato (se così si poteva dire) quel che bastava per continuare quel cammino sul ponte, così pieno d’intralci e intoppi (e scivoloni), che pure – così almeno gli era stato profetizzato anni prima – lo avrebbe portato verso una meta luminosa.

     Un faro al termine della notte: da tempo premonizioni, intuizioni e segni vari (bagliori) gli avevano fatto intravedere squarci di un mondo ‘autre’, di un’altra dimensione della realtà. E una chiamata a una vita diversa...

     Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione ... Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario ... Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” Prima top-down, ora bottom-up: il viaggio alla Céline (anche se Lorenzo oscillava più tra Céline Dion e Dion Fortune, tra la cantante e l’esoterista) lo stava portando dal fondo della notte verso un’alba dorata. Lui che, come Salgari, suo compagno di fanciullezza, viaggiava soprattutto a cavallo della fantasia. Anche in questo cavalcava la tigre.

     L’immaginazione al potere. E Lorenzo, immaginifico com’era, sarebbe certamente diventato re… Circostanze e coincidenze gli avevano dato delle indicazioni ben precise e lo stavano accompagnando, mano nella mano, talvolta con strattoni, verso la corona – Kether –, la ‘sfera’ più in alto sull’’albero della vita’. Oppure, anche senza scettro, nella giusta direzione. Giusta, ma non ancora a portata di mano, o di vista (se non del terzo occhio: l’oculus fidei).

     Dancing (listening) in the dark. Se fino ad allora tutto era andato a rilento, se prima aveva camminato alla cieca (o tra ‘zoppi’ e ‘ciechi’), ora ebbe, dentro di sé, la sensazione certa che tutto avrebbe cospirato a farlo andare, e quanto prima, verso la meta. Non solo quella eterna: già un primo traguardo – e che traguardo! (ma lui non lo sapeva ancora) – in questa vita. Saltando, zompando, cabalisticamente, dal tempo circolare – l’eterno ritorno – dei primordi al tempo cubico – lineare – del futuro: scagliato come un dardo verso il traguardo.

     Morte, dov’è il tuo pungiglione? Dalla vita ‘muta’ alla vida loca. Dal Mito alla Storia… Ma sarebbe stato pur sempre un futuro ‘mitico’. Luminoso, gioioso, focoso. Vitale, vitalistico, pieno di slancio. Olistico. Senza più affanno e viso abbattuto. Non più come Caino, piagnucolante in attesa della manina fatata del Dio-babbo che gl’incolli sulla fronte il sigillo ‘ombrello’ contro ogni calamità e cattiveria umana. Al contrario, sarebbe corso verso la meta ridendo, danzando, con una mano verso il cielo e l’altra puntata verso la terra.

     Dionisiaco e apollineo. Filosofo e poeta, avrebbe inghiottito il tempo in una folle risata. Non più l’Adamo scacciato dal giardino (si era forse scocciato?), Lorenzo, ma lo Zarathustra disceso dal monte (e come rimase scioccato!). Per lui, che nicciano era fino al midollo, diciamo pure fino all’ossimoro (e non nicchiava più), era giunto il momento (divino, malgré Nietzsche) di trangugiare tutto d’un fiato il ben poco sciropposo Gilles Deleuze e la sua salata citazione internettiana, scippata a un sito di ‘cultura non conforme’: “Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche.”

     E Lorenzo aveva deciso di ridere.      

 

Tratto da Gocce di pioggia a Jericoacoara.