domenica 13 ottobre 2019

RIGENERAZIONE


RIGENERAZIONE
”… quel grande e vero Anfibio la cui natura acconsente a vivere, non solo, come altre creature, in diversi elementi, ma in mondi separati e distinti” (Sir Thomas Browne). L’uomo: il grande ‘anfibio’… diviso tra ‘cielo’ e terra.
Cielo in terra, cielo in basso; stelle in alto, stelle in basso; tutto quello che è in alto è pure in basso…”questa legge analogica ci ricorda – ci riporta al ‘cuore’ – quella che è una grande verità: la multiforme apparenza della realtà si riassume in una singola unità. Ogni unicum, ogni ‘unità’, per essere efficace e agire sulla realtà deve contenere in sé la molteplicità.
Dall’uno al molteplice: se l’Uno è la tesi e il Due (dualità, divisione, diavolo…) l’antitesi (la ‘lotta’), il Tre è la sintesi (la ‘pacificazione’) degli opposti: si vis pacem para bellum!
Vediamo cosa accade nell’uomo, come questo processo di tesi (Dio) e di antitesi (il mondo) porti all’uomo come sintesi tra la tesi (Dio, lo Spirito) e l’antitesi (la materia, il corpo).
Dalla dualità alla trinità: si è abituati a considerare l’uomo diviso in corpo e anima: il primo è la parte esteriore, visibile, dell’essere umano, la seconda è la parte interiore, invisibile (anche ‘spirituale’, per chi ha il coraggio di usare questo termine e non si ferma alla ‘mente’). Pertanto, il concetto corrente circa l’essere umano è dualista. Questo è vero, fin troppo spesso, nella pratica, ma, in realtà l’uomo è tripartito: corpo, anima e spirito. Del corpo ne sappiamo abbastanza (ma non è mai troppo); quanto agli ultimi due: ai limiti della sufficienza. Già il fatto che li si consideri sinonimi (o delle varianti, o l’uno il prolungamento dell’altro) la dice lunga su quanto corta sia la nostra conoscenza su di essi. Ma questi ultimi due termini – anima e spirito – non sono affatto alla stessa stregua, anche se nella pratica corrente l’uno (l’anima) ingloba l’altro (lo spirito). È sì vero che anemos –  ‘vento’ o, solo, ‘soffio’ – e ‘spirito’ hanno lo stesso ‘respiro’, ma una cosa è l’analogia tra le parole (che già nel greco, tra psyché – ‘ombra’, farfalla – e pneuma – respiro, soffio animatore – è meno evidente), ben altro è fare l’analisi delle stesse parole alla ricerca del loro significato profondo (quello vero).

“Dio, il  Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente” (Genesi 2,7). Appena ‘l’alito vitale’ (che sarà poi lo spirito dell’uomo) venne in contatto con il corpo, l’anima ne fu il risultato. L’anima è dunque una combinazione di corpo e spirito, ed ecco perché l’uomo è definito un’anima vivente. L’alito vitale divino (il ‘soffio’ dello Spirito) diventa, quindi, lo spirito dell'uomo, cioè il principio (l’essenza) di vita che è dentro di lui (Gesù ha detto: “È lo spirito che vivifica”Giovanni 6,63). E questo vale, sia pur detto in altri modi, in ogni Tradizione umana: è nell’essenza – e sostanza – delle cose…
Tornando alle radici cristiane (senza voler sottovalutare – tutt’altro! – le radici greche, fino a quelle indoeuropee), la ‘tri-unità’ umana è ribadita da Paolo in 1 Tessalonicesi 5,23, lì dove dice: “… l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”. Corpo, anima e spirito (Paolo, per metterli in riga, li nomina dall’’’alto’ in ‘basso’) sono, rispettivamente, gli ‘organi’ in movimento nello spazio, nel piano (il ‘piano mentale’, il ‘piano emozionale’ ecc.) e tra i punti (lì dove tutte le dimensioni sfumano nell’infinito Nulla…).
Lo spirito è l’organo della coscienza, dell’intuizione, della comunione, ma perché venga pienamente alla luce, occorre che ci sia il cesareo: “… la Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito…” (sempre dal corpus paolino, in Ebrei 4,12).
L’anima è l’organo della personalità, il mediatore plastico (poco elastico) tra spirito e corpo. Le sue facoltà sono: la volontà, l’intelletto e i sentimenti. Se l’anima è la ‘mediatrice’ tra lo spirito e il corpo, lo spirito è quella parte che lo mette in comunione con il ‘cielo’ (il mondo spirituale – quello invisibile ma animato intorno a noi – e Dio stesso, lo Spirito).
Queste tre funzioni sono attive pienamente – e quindi dalla statica dualità si passa alla dinamica (energetica: spirito = dynamis) trinità – solo quando lo spirito si separa dall’anima e agisce come motore dell’attività umana. Se lo spirito rimane inglobato nell’anima e l’uomo cammina a due cilindri – anche se pensa il contrario – le tre funzioni spirituali operano a corrente discontinua.

Ma l’anima tiene prigioniero lo spirito… L’uomo massa ha ammassato (una ‘mappazza’ si sarebbe detto ai tempi dell’Arbore in fiore) l’anima con lo spirito: lo spirito è sommerso dall’anima e ci vuole qualcuno dall’esterno (un ‘maestro’, un ‘mentore’) o dall’interno (un’illuminazione, un flash) per tirarlo fuori dalle acque stagnanti (in ogni caso, si può – si deve… –  partire dalla Bibbia: così strano per noi italiani! Ma famolo strano… Oppure, tra i tanti testi, dalla ‘Filosofia perenne’ di Aldous Huxley).
Parafrasando Jung: “Se io credo nello Spirito… io so!” “Il soffio creativo viene da una regione dell’uomo in cui l’uomo non può discendere neppure se Virgilio stesso lo accompagnasse, perché Virgilio non potrebbe scendere fin là…” ricordava Ronald D. Laing, lo strizzacervelli cult che voleva estrarre lo spirito dall’anima. Lui che diceva: “Molti erano abituati a credere che gli angeli muovessero le stelle. Ora è chiaro che non lo fanno: come risultato di questa e di consimili rivelazioni, adesso molta gente non crede negli angeli. Molti erano abituati a credere che la ‘sede’ dell’anima fosse in qualche posto nel cervello. Da che si cominciò ad aprire i cervelli con una certa frequenza nessuno ha mai visto l’’anima’: come risultato di questa e di consimili rivelazioni, adesso molta gente non crede nell’anima. Come si può ritenere che gli angeli muovano le stelle, o essere così superstiziosi da ritenere che l’anima non esiste solo perché non la si può vedere dall’altra parte del microscopio?”

Passando, per conferma, dalle radici cristiane all’humus ebraico: Neshamah è lo spirito, di natura divina, pura e nobile. Nefesh e Ruah sono due livelli dell’anima: la prima è l’anima fisica, legata al mondo materiale, che si trova in ogni essere umano, in quanto entra in lui nel momento della nascita. È l'aspetto animale dell'uomo, che sovrintende a tutte le funzioni mentali e organiche e può commettere il male per appagare un bisogno, un impulso, un raptus. Ruah è l’anima sensibile, capace di discernere fra il bene e il male, di scegliere la via della saggezza o la legge del desiderio.
Ma è veramente importante fare una distinzione fra lo spirito e l'anima? Sì, questo ‘taglio’ è della massima importanza, perché ha delle implicazione dirette nella vita dell’uomo in generale, non solo del credente. Come può, infatti, egli operare nell’intero ambito della realtà, penetrare nell’essenza delle cose, cercare di dirigere per quanto possibile la sua vita, se non conosce i mari in cui si avventura, né tanto meno sa dei venti? Come può dirigere la sua ‘imbarcazione’? Come può comprendere la vita, non solo quella spirituale ma la stessa esistenza materiale, se ignora l’ampiezza del territorio, o il campo d’azione, dello spirito, se nulla sa di come esso informi (e trasformi) il corpo – che senza lo Spirito è ‘informe’ o, al massimo ‘deforme’ – e di come dall’impatto reciproco nasca quella pellicola protettiva (un po’ callosa) che è l’anima? Più che la personalità (l’apparenza) vale l’essenza…
Solo uscendo dalla comfort zone (che è poi discomfort) del materialismo e dell’empirismo a oltranza – senza per questo farsi tirare giù dalle sabbie mobili di spiritualismi, fondamentalismi, magismi e vaneggiamenti d’ogni sorta – l’uomo può ricostruire (ristrutturare, resettare) la propria esistenza, passando da quello che spesso è – “un brandello, contratto e disseccato” (R. D. Laing, sempre in La politica dell’esperienza) – alla condizione (lo ‘stato desiderato’) di uomo e donna ‘nuovi’. Solo così potremo cominciare ad avere, per dirla sempre con Laing, “l’esperienza del mondo, con innocenza, verità e amore…


martedì 8 ottobre 2019

ARKITEKTON


ARKITEKTON

Parlando di Cielo e di Terra, di dualità in lotta ricomposta dal tertium datur – l’Uomo come sintesi tra spirito e materia, essendo l’anima il prodotto (soft) di tale contatto (hard) –, non posso che arrivare a colei che è il sommo esito dell’incontro di tutte queste realtà: l’Architettura.
Di tale somma arte (non sempre nei fatti) ho liberamente dissertato, tempo fa, in alcuni interventi su Artonweb e De Architectura, lì dove ho ri-cordato (ricondotto al ‘cuore’), tra l’altro, che: “L’architettura è la materializzazione (tekton) del principio (arké), è il rivestimento dell’idea (la verità)”. Ovviamente l’architettura partecipa di altre arti e ‘articolazioni’ (non solo figurative o plastiche), essendo il deposito delle registrazioni dell’ambiente, del territorio, del mondo, dell’architetto, del suo tempo, dei tempi andati, di quelli futuri…
“Ulteriori sedimentazioni e articolazioni hanno attraversato tutta l’architettura fino a oggi, in un connubio, non sempre felice ma comunque vitale, tra mythos e logos (il mito tace, il logos parla). Parole e silenzi, idee senza parole… Il mito è il vivaio delle idee d’architettura, in quanto racconta sempre la stessa cosa – essendo la matrice di ogni forma culturale e simbolica, con forte valenza estetica – ma in modo sempre diverso. Il logos, logos endiathetos – discorso interiore – e logos prophorikos, è il tentativo dell’idea di farsi ‘fatto’, ‘evento’, ‘avvenimento’. Il mito è il ‘silenzio’ dell’architetto che, nel farsi parola, provoca la ‘scintilla’ (il ‘fiat lux’/Big Bang) che muta il Caos in Cosmos (il caos – nel cuore dell’architetto – partorisce la stella danzante). Ma sempre più spesso si sentono balbettii, o urla…” Fin qui il mio intervento (ho riportato solo uno stralcio).
Ma potevo fermarmi all’erba (più verde) del mio vicino? Di certo no… Ed eccomi nel mio ‘hortus conclusus’ a parlare ancora di architettura. E siccome tra le mie mura posso permettermi qualche ulteriore libertà, do qui un’ulteriore definizione del termine: architettura come tekton (sintesi costruttiva) di Ar (radice indoeuropea per ‘cielo’) e Ki (‘corpo’, ‘terra’). Insomma, l’Architettura realizza – materializza – l’unione tra Cielo e Terra…
L’Architettura, così in alto così in basso… Arte del costruire e costruire per l’arte: un po’ cielo (Ar), un po’ terra (Ki) – sempre in bilico tra l’apparenza fenomenica e l’essenza profonda, tra la riproduzione ‘tipica’ (varianti di uno o più ‘modelli’, essendo il ‘tipo’ il contenuto della struttura interiore della ‘forma’) e l’’unicum’ (più o meno) irripetibile (talvolta, amaro).
Ma l’Architettura, oltre che ‘celeste’, è, soprattutto umana (e terrena) e di questa natura ne coglie tutti gli aspetti: non ultimo, se dall’unione tra lo Spirito e la Materia nasce l’Anima del Mondo, l’Architettura ne è la degna estrinsecazione.
Che poi essa intrighi, streghi, strangoli, gongoli o gingilli, è tutto nella natura del suo logos. Torniamo così alla parola… E questo blog gioca una delle sue carte sull’uso creativo della parola, oltre che sulle finestre che essa apre sui vari territori del sapere. Ogni post un colpo di vento… La ‘polvere’ va via, un raggio di sole rischiara un angolo buio, un’altra pagina di Gocce di pioggia a Jericoacoara si apre:

“Sax and the City. Lorenzo e New York. Che musica! Il bullo e la pupa. E l’architettura. Neoclassica, neogotica, moderna e postmoderna. Un ammasso di brillanti progetti accatastati alla rinfusa. Spazi senza luoghi. “Un ininterrotto patchwork, perennemente disarticolato.” Questa, New York: ‘la città generica’, la ‘Bigness’, lo ‘Junkspace’.  E per concludere: ‘ragnatela senza ragno.’
Per ricominciare: spazio spazzatura con molti consumatori e pochi spazzini. “Un’iconografia per il 13 per cento romana, per l’8 per cento Bauhaus, per il 7 per cento Disney, per il 3 per cento Art Nouveau seguito a poca distanza dal Maya. E quel che è peggio, “cascame organico, nemmeno biodegradabile…” Insomma, città fresh and trash (e non solo nelle parole e nei libri di Rem Koolhaas). Ma per Lorenzo, più che altro, mash.
E poi, di recente, aveva divorato un altro libro, quest’ultimo neo-con: Living Machines – Bauhaus Architecture as Sexual Ideology, di Michael  E. Jones (Lorenzo era bulimico quanto alle letture – ma raramente le vomitava). In ogni caso, vue de droite o vue de gauche, alla fin fine si arrivava agli stessi ‘cassonetti’: quella cosiddetta ‘moderna’ era, stando almeno a questi critici ambidestri, architettura intellettualistica, aria fritta, frutto rancido e, talvolta, trucido, delle alchimie cerebrali (e cervellotiche) di individui sradicati. Parto di un’ideologia antiumana. Radicali liberi. Colate di cemento e groviglio di ferro per edifici e quartieri costruiti per un ipotetico e patetico uomo nuovo’.
Uomo ‘privo di qualità’, (dis)funzione del solo ambiente, un essere la cui natura umana’ è solo una mera astrazione. Questo l’abstract delle ca(p)otiche ipotesi costruite a tavolino, (im)pura concrezione della crassa ipocrisia dei ben-pensanti e degli sciccosi parvenue dell’Haute Culture, quella che vola sempre basso. Da queste paludi, da questa planitude, la pur paludata intellighenzia faceva scaturire la (presunta) ovvia (e ingenua) conclusione – in parallelo con analoghe derive da ‘strizzacervelli’ da lettini a castello (di carte) – che, trasformando l’ambiente, sarebbe cambiato l’uomo. Ma il cambio non ha funzionato, la marcia non si è ingranata e la ‘macchina’ è andata fuori strada (e se lo dice pure James Hillmann…).
Fiat productio, pereat homo” – solfeggia il Sombart, illustrando il poco illustre uomo fagocitato dalla tecnica e dal progresso (l’uomo-massa dis-integrato, inviso, ovviamente, a Lorenzo, il nostro one-man band. Lui parteggiava per l’uomo-comunità). Ma ora basta con l’Existenz Minimum, bandiera (ammainata) degli architetti funzionalismi: tutti al lavoro per l’Existenz Maximum, per un’architettura che dall’oggettività dei bisogni veleggi verso la soggettività dei desideri…
Le Corbusier, Wright, il Bauhaus, l’architettura razionalista, quella organica… non erano però tutte da buttare. In ogni caso, per evitar grane, pattume (meglio l’oro di Napoli) o panettone che fosse, Lorenzo, da buon architetto (sia pure random e sempre disponibile alle zingarate), sentì l’ovvio bisogno (e il prurito) di assaggiare e graffiare la città. Cominciò a palparla, squadrarla, vivisezionarla, scattando foto all’impazzata, come quel bel tanghero di Ultimo tango a Parigi. Certo, New York forse non valeva una messa, ma era pure un bel mix di flora, fauna e cemento. E con tanti fauni a caccia di miss, ninfe e ninfette.



lunedì 7 ottobre 2019

PAROLE IN PIGIAMA


PAROLE IN PIGIAMA

Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini… 
Non sarò il Walt Whitman di “capitano, mio capitano”, ma mi piace volare alto e poi radere il suolo. D’altronde, quel che ho alle spalle e quel che ho davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che ho dentro (per dirla con Ralph W. Emerson). 
Ci sono alti e bassi, monti e valli, e le stagioni non sono più quelle di una volta… Sì, la vita spesso si trascina in prima, senza cambi di marcia, e ti sembra di marcire, ma ci sono momenti in cui ti viene da dire: «ho provato una tale gioia che ho pensato che Dio fosse tutto solo per me e che non appartenesse a nessun altro…» Ed ecco allora quello “shock addizionale” che ti risveglia dal tuo stato di automaticità – e a me fa tornare in mente il buon Ruysbroek, il mistico fiammingo che ha colorato qualche different corner (per cantarla con George Michael) di un paio delle mie tele librarie (Gocce di pioggia a Jericoacoara e Prendi la PNL con Spirito!). 
Buttati, non rimanere a bordo piscina: chi cerca perle deve tuffarsi in profondità.” (John Dryden). D’altronde: “La vita è come una piscina: bisogna tuffarsi e, bracciata dopo bracciata, raggiungere l’altra sponda…” (come ha scritto la coach Nicoletta Tedesco, che ho pescato or ora).

Ma ecco Ruysbroek:
Dalla gioia, che appena abbiamo terminato di descrivere, nasce un’ebbrezza spirituale che consiste, per l’uomo, nell’essere ricolmato di maggiore gustosa dolcezza e gioia di quanto il suo cuore ed il suo desiderio possano augurarsi o contenere. 
L’ebbrezza spirituale produce molti effetti strani. Mentre gli uni cantano e lodano Dio per eccesso di gioia, altri versano lacrime abbondanti per la grande gioia del loro cuore. In quelli si manifesta un’agitazione di tutte le membra che li costringe a correre, a saltare, a danzare; negli altri l’ebbrezza è così grande da far battere le mani e applaudire. Uno grida ad alta voce e manifesta così la sovrabbondanza di quel che sente dentro; l’altro, al contrario, ammutolisce, sprofondando nelle delizie che prova in tutto il suo essere. 
Talvolta si è tentati di credere che tutti facciano la stessa esperienza; oppure ci si figura, al contrario, che nessuno abbia mai gustato quel che ciascuno sperimenta in se stesso. Sembra che sia impossibile veder sparire questa gioia e che di fatto non la si perderà giammai; e ci si meraviglia talvolta che tutti gli uomini non diventino spirituali e divini. Talvolta si pensa che Dio sia tutto per noi soli e che non appartenga a nessun altro che a noi stessi; talvolta ci si domanda con ammirazione cosa mai sia tale gioia, donde venga e cosa sia quel che ci accade. 
È la vita più deliziosa che un uomo possa conoscere sulla terra, in quanto gioia sperimentata. E talvolta le gioie son così grandi che il cuore crede che stia per spezzarsi…

Questa è l’ebbrezza spirituale. E qual è la gioia, di cui Ruysbroek parla nell’”Ornamento delle nozze spirituali”, che produce l’ebbrezza spirituale e che persiste anche dopo l’inebriamento dell’anima?
La dolcezza, di cui abbiamo ora terminato di parlare, fa nascere nel cuore e nelle potenze sensibili una gioia tale che l’uomo pensa di essere tutto avviluppato interiormente dall’abbraccio divino dell’amore. Ora, questa gioia e questa consolazione sorpassano in dolcezza, per l’anima e per il corpo, tutto quello che il mondo intero può dare di tal genere, quand’anche un solo uomo potesse esaurirne in se stesso tutta la pienezza. È così che Dio si diffonde nel cuore, per mezzo dei suoi doni, e vi spande una così grande e gustosa consolazione ed una tale gioia che il cuore interiormente straripa. 
Allora si comprende bene quanto sono miserabili coloro che restano al di fuori dell’amore. La gioia così provata fa quasi sciogliere il cuore, tanto che l’uomo non può più contenersi sotto l’abbondanza della gioia interiore.

Per concludere, dopo l’ebbrezza “pentecostale” (ben oltre cinquecento anni prima del “Risveglio pentecostale”), ecco il mi(s)tico Rumi: «Quando il liuto intona la melodia, il cuore, impazzito, spezza le catene».
Anche perché vivere è saper disegnare senza la gomma per cancellare…