venerdì 22 gennaio 2021

IL SESSANTOTTO. LUCI E OMBRE (rosse e nere) – quarta e ultima parte

IL SESSANTOTTO

LUCI E OMBRE (rosse e nere)

(quarta e ultima parte)

 

Continua la mia analisi (sintetica) del Sessantotto (sia rosso, il fondo, sia nero, qualche striscia). E sia in immersione (ne sono stato partecipe attivo) sia in emersione (l’ho remixato e masterizzato nel mio romanzo tourbillon e multilivello, da derviscio rotante, Gocce di pioggia a Jericoacoara, da dove attingo). Ecco la quarta e ultima parte.

N.B. L’incontro con Franz è vero: fu uno dei momenti più hot della mia vita…

P.S. Tutto il resto è sì vero, ma qualche volta alterato o romanzato: la sostanza, comunque, è quella…

 

Il cimitero è la premessa della Risurrezione. Lorenzo, trovata la chiave d’accesso, travolto dagli eccessi, a rischio di ascesso (ideologico), al suono di Nietzsche e della sua diana fece brillare i coltelli e si lanciò nella mischia. Pour épater le bourgeois. E rischiò grosso, e non solo lividi da manganelli o arrossamenti da lacrimogeni.       

    Una mattina, ‘bucata’ la lezione in facoltà (e non per pasteggiare, da playboy radical chic, al Caffè delle Giubbe Rosse, o per immergersi nell’atmosfera perduta – non per lui – della rivoluzione futurista e delle intemperanze del Dino Campana entratovi per spacciare i suoi Canti orfici, e del trio Papini, Prezzolini e Soffici, perennemente impantanati tra rivoluzione, conservazione o reazione), Lorenzo s’imbucò: andò in trasferta per un incontro ‘speciale’ e, nel cuore del rendez-vous, si ritrovò circondato da un gruppuscolo di mao-mao, sbucati dal nulla. 

    Meglio delinquenti che borghesi...” Lo slargo nei pressi della Normale di Pisa, dove Lorenzo, insieme a un altro fascio, aveva preso il largo, veleggiando di teoria politica e prassi operativa col tipo ‘giusto’ (il terzo del ‘fascio’: l’ospite di riguardo), si fece improvvisamente troppo stretto. E cominciò a ‘bruciare’. Lo spirito di Jünger fremeva, quello di Lorenzo era al passo (dell’oca – comunque preferiva cavalcare la tigre).

     Franz, questo il nome di battaglia del ‘ganzo’, reduce da un ‘campo’ (non Hobbit: erano ancora in vitro) altoatesino, e quindi ben addestrato e motivato (anche nel fisico), non appena si vide circondato dai ‘rossi’ tirò fuori, senza preamboli, la pistola, minacciando di far fuoco e farli fuori. Avrebbe, poi, rivolto l’arma contro di sé – Se avanzo seguitemi! Se indietreggio uccidetemi! Se muoio vendicatemi. Il suo fare, freddo, deciso, inappellabile, vandeano, fu più che convincente. Il suo onore si chiamava fedeltà.

    Action now! La mossa fu da scacco matto. I rossi sbiancarono e se la diedero a gambe, Lorenzo rimase quasi senza. Ma ‘crebbe’. Maturò, fece il botto. Come uno spumante brut (lui per champagne e caviale andava in brodo di giuggiole). D’altronde, si sa (memento Holderlin), “la salvezza cresce dove cresce il pericolo…”  Questa, imprevista e d’abrut, la sua ‘iniziazione’. Lui era ormai un ‘uomo’, un ‘soldato nel bosco’. Un cavaliere in più nella piazza (dei Cavalieri, è Normale… uno dei tanti giochi di parole di cui già allora si dilettava). Un vero uomo, non più il giuggiolone sempre imboscato (o il bischero sempre in agguato). E i veri uomini, quelli ke se ne fregano, cantano – Men sing –: “Ce ne freghiamo! La signora Morte fa la civetta in mezzo alla battaglia, si fa baciare solo dai soldati. Sotto ragazzi, facciamole la corte, diamole un bacio sotto la mitraglia, lasciamo le altre donne agli imboscati! A noi!” Certo che a ripensarci – questa una ricorrente riflessione postuma di Lorenzo – quel Franz assomigliava fin troppo al Gianni Nardi delle foto d’epoca! Da rimanerci di sasso…

 

    Pietra dello scandalo, angeli, draghi, fuochi fatui, salti di livello... Non solo il salto nel fascio, ma anche nel ‘cerchio’: il tuffo nell’oceano esoterico. Complici le letture cui era stato introdotto dal compagno/camerata nazi-maoista, un ossimorico room-mate dai gusti fin troppo ‘decadenti’. Rodolfo ‘il fascio’ (il suo compare nell’incontro a Pisa, quello che gli aveva presentato Franz), scortato da una sorta di mary-jane di scarto che ogni tanto gli procurava (la chiamava kif: un up-to-date haoma inebriante per trance estatiche), gli aveva aperto le porte della percezione. E anche della carne.

    “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree…” Toltisi i pannolini bagnati, dopo un fugace e timido tentativo di scimmiottare Charles Bukowski, e non solo quello di cunt is the biggest sky of them all (ma un suo amico per la pelle – cunto de li cunti – s’imbucò per davvero e ci lasciò le penne), Lorenzo, rimasto in panne quel poco che gli avrebbe permesso di afferrare tutto del ’68 (e del successivo), uscì capovolto ma indenne dalle secche delle Sirti.

    “Vita, morte, la vita nella morte. Morte, vita, la morte nella vita. Noi col filo, col filo della vita nostra sorte filammo a questa morte.” Lorenzo amava la vita, ma non ferocemente, disperatamente. Non ci teneva proprio a fare, alla Michelstaedter, la crisalide o, come suprema trasgressione, alla Pasolini, il tuffo nella morte, il grande nulla lucente. Anche se, tra camerati, si diceva: “chi divide pane e morte non si scioglie sulla terra.”

    Non voleva essere, alla Céline, una scheggia di luce che finisce nella notte. Né come il suo compagno di appartamento (di Carrara, anarchico di marmo – allora c’era un coacervo di colori, amicizie, rivalità, con il confine tra odio e amore spesso labile –, ma pronto a sciogliersi al primo colpo), finito nel vortice della droga senza neppure tirare la catena (con quanta struggente nostalgia Lorenzo ricordava la sua voce roca e la sua chitarra stoica modulare, all’unisono, il suo autobiografico canto d’amore: Non gettarmi in pasto i tuoi sedici anni, te li divorerei…). Lui voleva essere – questa volta Michelstaedter andava bene – un ‘persuaso’: colui che non dipende dal mondo e dalle circostanze, ma solamente da se stesso. Non un essere-per-qualcuno, ma, detto senza retorica, un-essere-che-basta-per-sé, la sintesi suprema di conoscenza e azione.

    Vita, morte, la vita nella morte. Morte, vita, la morte nella vita. Sì, c’era un montante interesse per la morte negli anni Sessanta (e il suo compagno cantautore si era fatto contagiare, acidamente). “Passa la gioia, passa il dolore, accettate la vostra sorte, ogni cosa che vive muore e nessuna cosa vince la morte … spegnete l’infausta brama
che vi trae dal retto sentier.”

   Cupio dissolvi… Morte borghese, morte burina, ma anche morte ‘ariana’, nella ‘buriana’, come quella del Ce ne freghiamo! cantata da Mario Castellacci nel suo fascistissimo Men Sing (a proposito, anche Women sing: “E un cuor di donna vi farà la corte, che vi ha seguito sotto la mitraglia, un cuore che disprezza gli imboscati!”).

 

    Neo-scapigliatura, post-esistenzialismo, panna montata, yoghurt sempre più inacidito? Lui era nella ‘terra di mezzo’, nel Giardino dei Supplizi. Lì dove il latte s’infratta col miele. Lorenzo, kalós kaí agathós, bello e d’indole buona, non mieloso, però, né lattiginoso, amava sin troppo il mondo, ma non voleva divorarlo, né farsi sbranare da esso: voleva solo riempirlo di senso. “Voleva costringere il proprio caos a diventare forma.” E ne trasse le debite conclusioni e cambiò (non di molto) rotta (scampando alla catastrofe della ‘peggio gioventù’ post-sessantottina, quella annegata coi suoi ideali e le sue utopie).

    Novello san Paolo corsaro in viaggio verso Roma, buttò a mare la zavorra carnale (e il ‘tutto è politica’, dogma allora irrinunciabile – ma poi risalì a galla, alleggerito) e alzata la vela maestra si lasciò andare al vento dello Spirito. E volò. Volle andare, alla D’Annunzio, verso la vita. Non solo anticonformismo, radicalità e rivoluzione, ma impulso e anelito verso la trascendenza.

    “Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora nella grammatica...” Del resto, dal senso profondo di quel suo fascismo ‘idealitario’ (un po’ idealistico, un po’ elitario e, raschiando il fondo del barile, anche un po’ social-compassionevole), aveva attinto l’essenza mistica – l’orizzonte dello Spirito –, porta d’accesso alla quarta dimensione (metafisica) dell’esistenza. Ben oltre il Crepuscolo degli idoli, Lorenzo, l’’illuminista romantico’ hippy-dandy-sessantottino (un ossimoro al cubo), aveva recuperato – sia pure con affanno – l’afflato religioso alla vita. E surtout, la consapevolezza di un telos, di un destino da compiere. Il Satya Yuga era vicino…

    Un fiume in piena, Lorenzo, l’ardito, l’esoterico kalós kaí agathós (repetita iuvant) amante dell’esotico. In cerca dell’oro nel Kaly Yuga. E ne aveva trovato un filone. Da Massimo Scaligero a Julius Evola (Lorenzo: evoliano sì, ma pure – ossimoricamente evoluto – femminista), passando per Che Guevara (idolo di una certa destra radicale, non dimentichiamolo…), sino, ultima Thule, a Burne-Jones.

    Eretico ed erotico. Nietzsche, il salato, sciroppato con l’amaro Schopenhauer. E poi, dopo il latte cagliato, il salto della quaglia. Dalla lotta di classe alla latta di glassa virtualmente gettata dal pittore preraffaelita in faccia a Oscar Wilde: “Più la scienza diventa materialistica, più io dipingo gli angeli: le loro ali sono la mia protesta in favore dell’immortalità dell’anima.”

    Sì, gli angeli – perché quest’intromissione alata ora che Lorenzo nuotava come un pesce?, proprio loro, i messaggeri invisibili che danno corpo ai nostri desideri, mandati a servire gli eredi della salvezza, a portarli sul palmo della mano, perché il loro piede non inciampi in nessuna pietra.

    L’angelo necessario di Massimo Cacciari (Lorenzo aveva un debole per il filosofo delle calli, ci aveva fatto il callo), indispensabile per la realizzazione dell’uomo e per la piena comprensione di sé. Ma anche gli angeli ‘calligrafici’ di Wim Wenders, queste ali di Dio che nel film cult Il cielo sopra Berlino si fan sotto per conoscere le angosce degli uomini, che essi spiano per strada, inseguono nei negozi, rincorrono fin nelle biblioteche.

    Gli angeli, queste eteree figure che aiutano l’uomo a ‘disvelare’ l’invisibile e a rendergli possibile l’accesso alle regioni (e ‘ragioni’) nascoste della Realtà. E che, con un’ala in cielo e l’altra sulla terra, amano infilarsi nelle crepe del muro divisorio tra spazio-tempo umano (chronos) e spazio-tempo oltre-umano (aion), per aiutarci a darci una mossa…

 

 

 

 

 


 

martedì 19 gennaio 2021

IL SESSANTOTTO. LUCI E OMBRE (rosse e nere) – seconda parte

 IL SESSANTOTTO

 

LUCI E OMBRE (rosse e nere)

(seconda parte)

 

Continua la mia analisi (sintetica) del Sessantotto (sia rosso, il fondo, sia nero, qualche striscia). E sia in immersione (ne sono stato partecipe attivo) sia in emersione (l’ho remixato e masterizzato nel mio romanzo tourbillon e multilivello, da derviscio rotante, Gocce di pioggia a Jericoacoara, da dove attingo).

Lupus in fabula. Lupus eritematoso, coma assistito, noia mortale, nausea. “E uccidemmo la noia annoiando la morte e vincemmo soltanto cantando più forte. Ora siamo lontani siamo tutti vicini e lanciamo nel cielo i nostri canti assassini.” ’Divina mania’, furore elitario, guerra eraclitea, dionisismo pacificato dalla grazia apollinea del grande stile. Che fico! E che sfascio…

   Ma poi, Lorenzo – arriviamo al dunque – era veramente ‘fascio’ o ‘nazi’? C’era nel suo animo, l’aura, la Stimmung, lo spleen da ultimo tango ariano alla Massimo Morsello, il cantore nero? (Lorenzo, a onor del vero, preferiva Francesco De Gregori, Guccini e Claudio Lolli – e poi, negli anni dell’immaginazione al potere, Massimo era poco più che un bambino). E fin dove era ariano? “Sei nazifascista?” “Quel che basta” rispondeva Drieu La Rochelle. E Lorenzo? Quel che serviva per dare sapore alla minestra…

   Sì, è vero, lui voleva opporsi alla ‘deriva plebea’, far terra bruciata tutt’intorno al milieu petit-bourgeois (e ai suoi ‘fuochi fatui’), ma la nicciana ‘razza dei signori’ di cui tanto parlava era solo questione di ‘qualità’, non di ‘catalogo’: a Lorenzo non interessavano colore della pelle, moneta, titoli… Se ne fregava! A lui bastava l’onore. In lui urgeva l’Übermensch nicciano (e stavano nascendo il ‘terzo uomo’ di Giorgio Locchi e il transumanista dei suoi epigoni), colui che sa che ‘Dio è morto’ (ma Cristo stava per bussare alla porta) e de-cide, di conseguenza, di forgiarsi da sé il proprio destino. Social-aristocratico, per così dire (un po’ sorcio, un po’ aristogatto, per essere più precisi). E poi, quanto a ortodossia, non era nemmeno un ‘Testimone di Evola’ doc! Con tutti quei suoi sconfinamenti rock e beat… Ed è pur vero che Julius aveva avuto i suoi trascorsi dadà.

   Dudù e cocò a passi di tango. Ma lui amava il rock (e gli scrittori e poeti beat). Lorenzo on the road: tra Jack Kerouac e Jack Frusciante. Doveva andare e non fermarsi finché non era arrivato: Andare dove? Non lo sapeva, ma doveva andare… Eppure era realista, voleva l’impossibile. Ed era ben ‘collocato’: convitato di pietra tra Allen Ginsberg ed Ezra Pound, americani contro, intento come loro a fumare pensieri alternativi e marijuana d’ordinanza al suono dei Fab Four di Liverpool. E a sfiorare (solo sfiorare…) il ben più deflorante LSD, alla Timothy Leary e alla Ernst Jünger (lasciamo nell’armadietto l’etere dell’Evola pischello). Ma lui era più per Jack Kerouac, specie (l’avrebbe capito dopo) quello di: Io non avrei scritto nulla di Gesù? …tutto ciò su cui scrivo è Gesù.”

   Sì, anche Lorenzo era on the road, come quei due bei tomi dreamers che fanno l’autostop fino in California alla ricerca di un qualcosa che non riescono a trovare veramente. Per poi perdersi on the road e tornare ingloriosamente indietro – back home – con la speranza di trovare qualcos’altro…

   “Eccolo qui tutto adunato insieme, questo secolo del reale e del conoscere, in cui lo spirito ha creato la statistica e l’analisi dell’orina, in cui la tabella trionfava e la creazione sprofondava…” Lorenzo era, in definitiva, un enfant du siècle (malgré Gottfried Benn). Nondimeno, avvertiva nel profondo la crisi dell'uomo moderno (come G. B.). Di qui il suo vagabondaggio intellettuale, la sua recherche. Anche USA e UK. Woodstock e Isola di White. Bianco e Nero. USA e jet (più che altro, autostop). Sunset boulevard e route six six six (poi sarebbe passato a  Sunset @ Cafe Del Mar). Ragazzo selvaggio alla Burroughs, chitarra e bandiera in mano, warrior, Lorenzo (dalle bande nere) voleva diventare artefice e padrone del suo destino. Alla ricerca del ‘paradiso possibile’.

   “Paradise now”. “L’immaginazione al potere”, “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”, “dimenticate ciò che avete imparato, cominciate a sognare!” Affascinato dalla gioventù ribelle, immaginifico futurista alla Marinetti, trans-idealista e trans-esistenzialista alla Evola, situazionista alla Debord, in attesa di diventare transumanista… Questo il succo del Wikipedia-tour giro-girotondo intorno a Lorenzo, sempre in fase d’implementazione. D’altronde, il nostro voleva degustare tutto, ingoiare cucchiaio e città… Swallow: la controcultura giovanile, la beat generation, i concerti rock. Wow: le droghe allucinogene (ma solo in sogno) per “aprire le porte della percezione.” Sogno e realtà. Doors. Apri quella porta… Fantasia e ragione. A magical mystery tour.

   “Vedo la realtà e mi chiedo: perché? Sogno l’impossibile e mi chiedo: perché no?” Come Bob Kennedy, anche Lorenzo sognava. Un po’ Martin Luther King, un po’ King Crimson. Sognatore alla corte del ‘re cremisi’. The ‘dreamer’ (anche un po’ alla Bertolucci, ma lui era per Ultimo tango a Parigi – quello sì che era Marlon Brando…), alla ricerca spasmodica del graal della purezza ancestrale, della lancia di Longino da brandire, delle sempre fresche fonti della sacralità e del vitalismo. Giovinezza, giovinezza. Da blandire (e vecchiaia da bandire). Come Drieu La Rochelle, “il suo spirito era abituato a confrontare la vecchiezza di oggi, che si dibatte con scosse secche e nervose, alla giovinezza creatrice con le sue armonie calme e piene.”

   In disagio sì, ma sempre in piedi, a galla. Non affondato nel mare giallo del terrorismo black-block, o cullato dalle stagnanti acque – mar morto – del nichilismo senza speranza. Lui era per la vita, anche salata, per il vivere pericolosamente (almeno in teoria. Quanto ai fatti, è un’altra storia). Ma con stile. Per dirla alla Anna K. Valerio – una young angry woman dei giorni nostri – “i fascismi spalancarono praticamente, e non solo per sistemi filosofici, le possibilità di un mondo, di una vita, di un universo di là dal bene e dal male. Un universo extramorale, tutto sangue e stile. Mirarono a opporre il sangue e lo stile – il sangue che, nella razza, è già stile; lo stile che, nell’eugenetica, o nel contegno delle SS, tende alla vita, perché vuol fare più bella la vita – al bene e al male. Mirarono a opporre la voluttà di egemonia, di eccellenza, il mantice del mito, al condizionamento cristiano dell’innocenza, al feticcio della esistenza individuale: i tripudi dell’orda alle emozioni del singolo, la grandiosità alla meschinità, nell’impassibilità della grande passione.”

   E così, tra la schiavitù accettata e la violenza rivoluzionaria – pensò il nostro in un ‘ascesso’ alla Camus – la creazione è la vera libertà, il più umile e il più fiero sforzo umano. E lui era un creativo. Alternativo. Pieno di humus (e humour). Ma non di tritolo. Ed era riuscito a non farsi adescare dal richiamo delle sirene del velinismo sanbabilino o pariolino tutto ray-ban e stivaletto a punta (con un’eccezione per i jeans Fiorucci), né dal razzismo più bieco, dall’antisemitismo logoro e liso o dall’anticomunismo viscerale. Lorenzo cercava un’autentica Scienza dello Spirito (non le SS – ma lo Spirito Santo, quello sì. In ogni caso, lo aspettava, più prosaicamente, Scienza delle Costruzioni). Voleva andare oltre l’iconostasi che vela lo spazio sacro. Veleggiava verso mete più lontane. E più alte. Un’odissea apparentemente senza fine.