domenica 14 marzo 2021

GIOBBE: DRAMMA UMANO E DIVINO (Prima Parte)

GIOBBE: DRAMMA UMANO E DIVINO

(Prima Parte)

Giobbe e il covid. Paragone azzardato, direte: fuori tempo, fuori luogo, fuori contesto.

Non poi tanto, anzi… Nonostante il salto temporale, di millenni, entrambi sono “tipi” – l’uno umano, troppo umano; l’altro astratto, ma dagli effetti, ahimè, concreti – che si rincorrono nel tempo (inteso come “Chronos”: il tempo ordinario, la “cronaca”). Ma ora, come ai tempi di Giobbe, e soprattutto di Gesù, si tratta di Kairos, di tempo straordinario, speciale, anzi addirittura propizio e favorevole – per quanto, a prima vista, non sembri (e in effetti, questo è un tempo tragico, fra danni e lutti).

Ma passiamo al tema, cogliamo l’attimo fuggente… Giobbe e il covid (ora più comune, nelluso, di coronavirus, al di là delle sottili differenze di definizione) sono rappresentativi, tra le altre cose, del “senso” della vita e del suo opposto: il “nonsenso”. “Si tratta della sporgenza della vita nel nonsenso rispetto alla quale qualunque interpretazione religiosa appare come una «superbia infantile». È lo scandalo sollevato biblicamente da Giobbe: il dolore dell’esistenza sfida l’ordine del senso mostrandone l’inconsistenza strutturale […] La sofferenza dell’innocente resta uno scandalo impenetrabile che resiste a ogni decifrazione. Rispetto a questa indecifrabilità non si può più invocare il disegno provvidenziale di Dio ma bisogna ammettere lo scandalo dell’insensatezza del male provando, comunque, … a «essere colui che resta!»” (Massimo Recalcati, “Il complesso di Telemaco”).

Il dolore dell’esistenza, la sofferenza dell’innocente, lo scandalo dell’insensatezza del male… Sì, nella vicenda di Giobbe e nelle vicende dei tanti Giobbe di questi giorni – anzi, direi, di molta dell’umanità, passata dai giorni delle “vacche grasse” a quelli delle “vacche magre” – ritroviamo dei fattori comuni: la superbia (l’arroganza, l’hybris di Adamo), il dolore esistenziale, la sofferenza dell’innocente, l’indecifrabilità, l’insensatezza del male, la “sporgenza della vita nel nonsenso”… Certo, nessuno si può definire, in toto, innocente (“non c’è nessun giusto, neppure uno …” Romani 3,9-20); ma quanti operatori sanitari, ministri di culto – e tante altre persone al servizio del prossimo – sono morti in questi giorni per effetto del coronavirus… Ricchi e poveri, famosi e anonimi: il coronavirus, la grande “livella”!

Ma non mi voglio soffermare sul coronavirus, qualunque sia l’origine – umana, diabolica, cinese, americana, pipistrello, incidente di laboratorio, casuale, intenzionale ecc. –, ma desidero puntare l’attenzione sulla figura di Giobbe, personaggio spesso trascurato nelle nostre letture bibliche (al pari di altri libri “sapienziali”, quali l’Ecclesiaste e lo stesso Cantico dei Cantici, “rilanciato” appena prima della diffusione del coronavirus qui da noi da Benigni). Libro, quello di Giobbe, tra i miei preferiti, oggetto, peraltro a conclusione del mio corso di “Cultura Biblica e Teologica” della “Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose”.

Ed è proprio dalla mia tesi GIOBBE: IL DRAMMA È DIO. Il Dio di Giobbe vs il Dio di Giacobbe che prendo spunto per queste riflessioni. Ecco qui uno stralcio dell’introduzione. Oggi una prima parte, domani la seconda parte.                                  

          GIOBBE: IL DRAMMA È DIO

Il Dio di Giobbe vs il Dio di Giacobbe

Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio,

come protagonista clandestino, è privo d’interesse.

(Nicolás Gómez Dávila)

«Sì, l’ultimo atto di Dio sarà di consumarsi e sparire nella sua creazione: come il grande Eroe che esce dal talamo, che si espande nel creato per scomparire nell’abisso, dopo essersi fatto luminosità e calore anche della più umile delle sue creature.» [1]

Consuma e si consuma, appare e scompare… (come Gesù sulla via di Emmaus). Un Dio absconditus ma sempre presente: espansivo e sfuggente, scompare nell’abisso per poi ricomparire; tirato in ballo, non si sottrae alle sue responsabilità, ma si rivela nei fatti (fossero anche misfatti).

Realtà vicina, di cui abbiamo esperienza quotidiana – chiamato o non chiamato, creduto o non creduto; ma, soprattutto, Realtà Ultima: Essere, e non un essere, per dirla con Paul Tillich.

In ogni caso, Dio c’è: «chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.» [2]

Ma chi è questo Dio, e di quale libro è protagonista, prima clandestino, poi cittadino a pieno titolo?

Facciamo esperienza del Divino in modi innumerevoli: dal timor panico, estatico, nel silenzio di una notte stellata, al canto di un uccello mattutino; dal Dio di gloria che tuona sul mare in tempesta al sottile suono di silenzio… [3]

Tutta la Bibbia, nelle sue molte voci, è impregnata di questa Essenza, ma è nei libri sapienziali che il Mistero esprime il suo lato “oscuro” (per noi) e apparentemente paradossale. E dei tre massi erratici – Giobbe, Qoèlet (Ecclesiaste), Cantico dei Cantici – voglio “fermare” il primo, lì dove il dramma è Dio.

 «Io grido a te, ma tu non mi rispondi,
insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti»

(Gb 30,20-21)

Dalla “cornice” passiamo ora al “quadro”. Nel grido di Giobbe è condensato il “dramma umano”, sia esso espresso in modo palese o intimo, sia esso l’urlo disperato di un credente o il grido esasperato di un agnostico: quello di Giobbe è l’appello insistente a un Dio apparentemente assente, lontano, indifferente – come tante volte assente, lontano, indifferente è chi ci dovrebbe essere vicino.

Peggio ancora, Dio sembra a Giobbe un avversario crudele e spietato, sordo a ogni richiesta di aiuto.

Eppure, «è necessario che ogni persona passi attraverso questa fase di protesta e sperimenti la disperazione di sentirsi abbandonato dal Signore se desidera approdare all’incontro con lui pur vivendo ancora dolore, sofferenza, solitudine ed emarginazione.» [4]

Giobbe: prima su, poi giù; poi di nuovo su, sempre più su… Creazione – de-creazione – ri-creazione, questo il tema della mia tesina su Genesi, lì dove scrivevo: «… il mito biblico non è paragonabile a quelli paralleli dell’Antico Vicino Oriente […]. Piuttosto, qui il mito, inteso alla Campbell, è una metafora per indicare un “processo di trasformazione”: per un popolo come quello ebraico, spesso in esilio e cattività, funge da insegnamento e sprone a uscire dalla “zona di (dis)comfort” per andare oltre ciò che è percepito come limite delle proprie attuali possibilità.»

Giobbe è tutto questo: prima la creazione (il successo), poi la de-creazione (la caduta); infine, la ri-creazione e il ristabilimento di Giobbe, con “surplus” – cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cosa vi saranno sopraggiunte (Mt 6,33). In ogni caso è un processo di trasformazione.

Tuttavia, ciò che più colpisce il lettore è la “decreazione”: Giobbe o de “l’eccesso del male”, per dirla con Philippe Nemo. E se c’è il male, c’è la natura umana; non solo Giobbe, c’è Dio, e il suo “dramma”: Cristo sulla croce e Giobbe sul mucchio di cenere: due sigle della nostra umanità. (Jorge Luis Borges).

[1] David Maria Turoldo, Il dramma è Dio, Fabbri editori, Milano 1997, p. 116.

[2] “Vocatus atque non vocatus Deus aderit”: Chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.* Questa iscrizione si trova incisa sopra la porta d’ingresso della casa che Carl Gustav Jung si fece costruire a Küsnacht, in Svizzera, vicino Zurigo. È tratta dagli “Adagia” di Erasmo (edizione del 1563), ma si rifà a un passo de “La Guerra del Peloponneso”, di Tucidide: è questa, infatti, la risposta che l’Oracolo di Delfi diede agli spartani, quando vennero a consultarlo prima di attaccare gli ateniesi.

* Cfr Gn 28,16 (Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il SIGNORE è in questo luogo e io non lo sapevo!»). Questa misteriosa esperienza onirica compendia un concetto che “colora” tutta la Bibbia: Dio è presente in cielo e sulla terra. Si tratta di una presenza implicita o esplicita («Isaia osa affermare: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano.» Rm 10,20), avvertita o inavvertita: «Ecco: egli mi passa vicino e io non lo vedo; mi scivola accanto e non me ne accorgo» (Gb 9,11).

N.B. Le citazioni bibliche sono attinte da varie versioni.

[3] «Ecco il grande paradosso: Dio, infinito ed eterno, si adatta e penetra in questa realtà che è così fragile, sospesa, inconsistente. Ma ecco pure la grande intuizione: dov’è Dio? Nella folgore? Nel terremoto? Nel vento impetuoso? Dio è nel “mormorio di un vento leggero” o, traducendo più esattamente, Dio è una voce di silenzio sottile. Non un silenzio che è triste assenza di suoni, ma un silenzio in cui tutte le parole si compendiano.» (Gianfranco Ravasi, 2004).

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Dentro-la-Bibbia.-Ravasi-Dio-e-una-voce-di-silenzio-sottile).

[4] Gianni Cappelletto, Giobbe. Incontrarsi con Dio nella sofferenza, Edizioni Messaggero, Padova 2015, p. 5.

 


 

martedì 9 marzo 2021

ELOGIO DELLA PARESSE Prima parte

 

ELOGIO DELLA PARESSE

Prima parte

Reach out and touch faith
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who's there

Coach, coachee, counselor, counselee, traine.

Terapeuta, mentore, cliente, paziente… Nomen est numen.

Esistono tanti tipi di coach, di coachee e tanti tipi di coaching. Così per il counseling. Sguardo in avanti, sguardo inietro. Tante le strategie possibili… ma l’alveo (la PNL e ‘associati’), sia pur grande è unico. A ognuno il suo personal Jesus…

Nondimeno, un programma terapeutico, o comunque ‘strategico’, per quanto personalizzato, ha dei punti fissi, che vado da oltre un decennio disseminando nel blog – e nei miei libri – e che possono essere articolati in tanti ‘passi’ (come p. es. nel programma terapeutico dei ‘diciotto passi’ di Cloé Madanes).

Solo per indicare una traccia, accenno a un possibile percorso (do solo alcuni ‘passi’):

·      il primo passo consiste nell’ascolto empatico del problema

·      il secondo passo, nella riformulazione del problema in vista del cambiamento possibile

·      il terzo passo, nel riconoscimento dei propri errori

·      successivamente: miglioramento del proprio equilibrio, delle relazioni interpersonali, individuazione delle attese, formulazione degli obiettivi, “sentiero dell’eroe”… (ricerca di nuove mete, ricerca di senso).

Potrei andare avanti – c’è per esempio la versione ‘cristiana’ del counseling (counseling biblico, counseling nouthetico, discipleship counseling) –, ma un attacco di paresse mi adagia su uno st(r)ato alfa.

Uno, due, tre… Sempre più su: beta, theta, delta… Torno alle mie Gocce di pioggia a Jericoacoara e mi faccio bagnare dalla pioggia dannunziana (a voi solo qualche ‘goccia’, ma l’effetto sarà dilavante).

Lorenzo aprì la bocca, ma uno sbadiglio virato male soffocò la prevista debordante risposta (positiva) e lo sciabordio delle onde settembrine fecero il resto (nel frattempo si ributtò come un falco sull’’ariana’ – non Arianna – Anna K. Valerio, con cui avrebbe volentieri fatto ‘pasto comune’, anche se aveva affermato, la ri-balda neopagana, che i cristiani non fanno sul serio, la loro è proprio la religione dell’elusione e della menzogna.” Per poi riscattarsi, sempre sullo stesso ‘mirabile’ blog, con: “Il Cantico, come certe sublimi effusioni delle mistiche cristiane … è un inno al Divino, più che al Dio cui Paolo di Tarso assegnò lineamenti ‘nosocomiali’. E resta con ciò, del giudeo-cristianesimo, una ‘eresia’  taciuta.”).

«A cuccia, coachee!»

Galatea si alzò un attimo e puntò il dito contro Lorenzo (con l’altra mano continuava a giocherellare con la rosa-croce – un più intersecato, barrato, da una x – appesa sfrontatamente al collo piacevolmente modì).

«Che?» (non quello del ‘diario della motocicletta’: Guevara, questo sì che era un must per Lorenzo – calmo sì, ma sempre rivoluzionario. “Une passion pour El Che ”, di Jean Cau, lo aveva fatto entrare nei suoi ranghi.)

«Sì, coachee, cliente del coach. Io sono una coach, una life coach. Meglio, una peak performance coach. Un po’ caucciù un po’ babà. Dolce e duttile, ma anche dura se necessario. Sì, mio caro Alì Babà… Dolce, ma mai da gabbare. Un gabbiano…» 

Galatea spiccò il volo (col pesciolino in bocca – quello appeso al collo di Lorenzo: anche questo, ma svogliatamente, modì).

«Coach, termine di moda, fico, modaiolo, trendy, ma operativo, efficace, ficcante. Eccome... Dai, Lorenzo, so che con te si può parlare alto e profondo. Tu sì che puoi mangiare la mela e non metterti poi la foglia di fico. Seguimi, che t’insegno qualcosa. Da cliente ti farò mio partner…» 

Passò al dunque. Cominciò a snocciolare ‘arachidi’ e ‘ciliegine’. Vari assaggini per saggiare il ‘grande saggio’ (così lo chiamava, per sfotterlo).

«Mettiti bello comodo. Meglio riesci a rilassarti, meglio sei capace di operare. Dopo di che registra tutto quello che ti dirò. Apri i cassetti della memoria e poi, a giochi fatti, non chiuderli a chiave.» 

Lorenzo obbedì e Galatea, la romanina (romanaccia d’origine – trasteverina doc –, poi toscanaccia d’adozione, ora ‘ubiqua’), dopo averlo addolcito con un bacio alla nocciola, aprì la sua cassaforte e tirò fuori le prime ‘perle’ (coltivate). 

«Se vuoi star bene e partire ogni giorno col piede giusto, per prima cosa copia e incolla i tuoi pensieri positivi, duplicali e ripetili più volte che puoi: in questo modo potrai maneggiare la mente, cioè la base operativa di ogni tua azione. Questo come premessa. Poi fa’ qualcosa di bizzarro: rompe la routine e t’induce a pensare che la realtà è quella che tu decidi, non quella che ti viene imposta dall’esterno. E sii sciolto, libero, sfacciato… Se ti trovi a disagio, in imbarazzo, emozionato, mentre sei ‘coinvolto’ con chi ti è di fronte, respira dentro di te la sua presenza; inspirala con piacere, con voluttà, e rilassati poi nell’espirarla; e ripeti, insisti, finché non ti senti a tuo agio con lui (meglio, con una ‘lei’: con questo sistema andrai forte all’attacco della ‘preda’…). È un modo pratico per incominciare a imparare a gestire i tuoi stati d'animo E non ho finito. Vedo che con me sei a tuo agio, per cui ti clicco un’altra chicca (parlava un po’ come Gaia!). Questa è davvero chic: Trasforma il ‘voglio’ in ‘dare’, ossia fa’ finta di dar via la cosa che vuoi, fingi di non farci caso, che non t’interessa. Dalla indietro, non accettarla, restituiscila. Ma solo virtualmente. Accadrà invece che, non solo sarà tua, ma l’avrai oltre ogni misura. Comprendi il senso, viziosetto caro? Il ‘voglio’ indica una mancanza, il dare significa abbondanza (al che Lorenzo si ricordò del detto evangelico: “Cerca prima il Regno e avrai ogni altra cosa…“).»  

P.S. Tra un paio di giorni, la seconda parte.

 


sabato 6 marzo 2021

BEAUTIFUL

BEAUTIFUL

  Beautiful. Sì, questa volta un termine semplice come titulus e incipit del post. Come al solito, mi affido all’ispirazione del momento e all’alea (il ‘dado’) che il Destino (la ‘maschera’ di Dio) mette in gioco nel qui e ora: l’Io è il Chronos, il Tempo; il è l’Aion, l’Eternità.

Getto il dado e su YouTube esce More & More di Joe. Casualità? Sì. D’altronde, il Caso è l’app che Dio usa quando non vuole farsi riconoscere…

Sì, beautiful. Lascio Anatole France, da me remixato, e tiremm innanz. 

La Grande Bellezza. Tu che mi leggi sei bello/a (kalos kai agathos direbbero quelli dall’arya fine…). Sei bello/bella sempre di più. More & More. Forse anche perché in te c’è lo spirito del bellum – lotta, combattimento –, nel senso di ‘fuoco’, ‘energia’; anche se i venti pestilenziali che vengono dalle contrade dei ‘bruti’ le paludi maleodoranti dei social cercano di spegnerlo, soffocarlo, ridurre tutto in cenere.

Ma tu che segui questo mio percorso di ‘iniziazione’ (scrittura creativa, Kultur, Weltanschauung), saprai ben orientarti nel bosco in cui sei entrato/a uscendo dai sentieri battuti dalla solita gente. Lì, inoltrandoti tra i ‘sentieri interrotti’ di heidegerriana memoria, dopo aver scelto il ‘sentiero meno battuto’ (Frost), troverai la ‘radura luminosa’.

D’altronde, “meglio il bosco che l’asfissia civile, meglio la battaglia che una pace da salotto.”   

Quindi, non arrestarti, non voltarti indietro (la moglie di Lot diventò una ‘statua di sale’), non ti far sopraffare dalle circostanze; e soprattutto, non volgere le spalle a me, pensando che forse… No, non c’è forse. E poi io non tradisco (semmai traduco – trasporto – su altre ‘rive’).

Grazie a questo percorso – torna eventualmente indietro: rileggiti i post passati – supererai ogni difficoltà (per perfezionarti leggi il mio romanzo e i miei saggi/manuali).

By the way, ecco un assaggio di parole danzanti, da derviscio rotante.

   Un ossimoro in itinere, more & more, tra il dolce e l’amaro, ma schietto, brut, senza ibridi (se ci sono, solo per hybris). Orgoglio senza presunzione: Adamo ed Eva ancora nel giardino. Sneakers o tacchi a spillo, mai tacco barzotto. Fantasia, gioco, passione, emozioni; l’illogico e l’inesplicabile; l’ebbrezza e il sogno. E soprattutto, fou rire…

E poi, dopo i sons, le lumières: monocromatiche, qualche dissonanza di tono, un digradare di nuance, una gimcana di stili tra il cosy e il rude. Ma ecco, blow-up, una Marilyn di Mimmo Rotella a parete – la mansion è tutta un tocco d’artista. Al suo fianco, disinvolta, una granslam: polittico luminoso di torce in alluminio dal gioco infinito di luci up and down.

   Molto bianco e nero – tra horror vacui e horror pleni –, niente Manson (né massoni): la magione è da AD, ma più casual e radical-choc. Uno spumeggiante brindisi di brand, griffe, graffianti logo in un dialogo ininterrotto. Un luogo loco.

Una maison architecturale, non solo una ‘macchina per abitare’. Un pensatoio, un thinking tank. Adatta alla mission. Un digesto di arts and crafts, tra gli anni ’50 di Gio Ponti e il terzo millennio di Jean Nouvel. Ma con una stimmung ‘originaria’: “… la conchiusione del perimetro perfetto di un tempio greco … tra la vegetazione lustra di umori, e dove ogni umore cede il passo alla santa pietra del sacro…”

   Vento di buone nuove, echi del buon tempo perduto. Intermezzi di colori sfuggenti o forti (pensiero debole e Nietzsche a tutto spiano, complice la cultrea Anna, sempre lustra di umori), tra il sexy e il romantico concettuale: un elisir di dolce vita – anche un po’ vida loca – contro l’ottundimento dei sensi.

Poco bling bling, malgré tout: molto charme, brut, asciutto, minimal. Più Dharma che Karma (ma la K tira…). Minima moralia e calligrafia erotica. Calligrammi all’Apollinaire nell’aria e trame lettriste sulle pareti. Tra respiri d’Olimpo e sciacqui nel Gange (e tagli di Blade Runner). In sciamanica attesa della presa di coscienza (nell’anima), dell’analisi (nella mente) e di una strategia (con il corpo).

   Di colpo la stasi. Solo pochi istanti di souplesse temporale, poi il ‘solve’ continuò la sua alchimia: i pensieri divorziarono dalle parole, le parole dai suoni, i suoni frantumati annichilirono nel grande vuoto pneumatico. Iniziò il ‘coagula’.

Amplitude, ciselure, anéantissement: una debordante situazione lettrista. Oltre il surreale, già postmoderna. Azzeramento di ogni valore e sua riconversione. Bouleversement psichico ed esistenziale. Creatività pura, figurazione libera, arte spicciola. Dérive e détournement. Ipergrafia, iperfonia, décollage e body art. Soulevement de la Jeunesse.

  Tornò giovane. E ne approfittò. S’introdusse nottetempo all’interno di case in costruzione, per poi infilarsi, insieme ad altri ribaldi come lui, in palazzi in demolizione. Colorò i muri. Percorse, in autostop, senza tregua e senza meta, la città invisibile. Infine, nel bel mezzo dello sciopero dei trasporti pubblici, si buttò a capofitto nel traffico dell’ora di punta, senza casco e strafatto di vodka. Ubriaco e impasticcato, errò lucidamente nei cunicoli sotterranei della Grande Mela, in cerca di coccodrilli albini (e del verme). Trovatone uno (un alligatore delle Everglades, verde mela), se lo caricò di peso in macchina.

Poi, a motore spento (era al verde), per sgravarsi dei sensi di colpa cominciò a scorrazzare, a fari anch’essi spenti, nel ventre (molle) della città obesa. Un botto. I suoi occhi si riaprirono, cisposi: tra un battito di ciglia e l’altro, vide due torri crollare…

  Cambiò sala nel multiplex della sua mente. Altro scenario, altri attori. Dal fantasy al reality. The show must go on. Dal film d’essai al film della sua vita. Più breve. Se lo vide tutto d’un fiato, fino ai titoli di coda. Film in bianco e nero, con pezze a colori (a voler essere pessimisti: in realtà, a voler essere ottimisti, era tutto a colori, sia pur sbiaditi). Mucca pezzata: nera e rossa (e lui così ‘nero’ da diventare quasi ‘rosso’: una corsa da toro infuriato tra i birilli bianchi, una dozzina di capriole – con le corna – poi, finalmente il salto nell’abisso).

Sul grande schermo davanti agli occhi sempre più spenti – verso la realtà esterna, ma a fari accesi sul castello dell’anima – di Lorenzo, ormai regista e produttore.

  Finito il film, cominciarono a scorrere i nomi degli attori… Suoni in décalage, dissolvenze, solve et coagula, la serata comincia a ingranare: Diana mi sgrana tutto il parterre (chi impiedi pour parler, chi fané sugli oblunghi e profondi sofà tra il dannunziano, lo sherazade e il divin marchese). Manca solo Vittorio, arriverà a momenti (sì, ci sarà pure lui, ce ne saranno di battaglie…).

Le premesse ci sono tutte: Bataille a braccetto col mondo di Sofia, filosofia siderale tra rumori di fondo del quotidiano, azione (action now) e reazione –  creatività irrisolte che si sovrappongono e si ibridano in cerca di una nuova forma. Siamo qui per questo (con indosso gli anfibi, anziché completini Luisa Spagnoli e mocassini dal tacco barzotto.”).