lunedì 16 marzo 2009

KISS KISS BANG BANG. LADY BUTTERFLY & THE GOGO GIRLS...

IL SAPERE È UNA FARFALLA NOTTURNA


È possibile uscire dall’impasse esistenziale lavorando solo sulla mente?

Sì, se si considera l’uomo come un olismo triadico, cioè un’unità organica corpo-anima-spirito.

E già sapere questo è un buon punto di partenza:

il sapere è una farfalla notturna.

Per fare questo, ossia ‘intuire’ (ci vuole il ‘terzo occhio’) la ‘gerarchia’ spirito-anima-corpo (dal ‘superiore’ – ma solo per ‘potenza’ – all’inferiore), occorre attivare l'attenzione e metterci l’intenzione.

Ciò permette di captare l’energia e carpire l’informazione e di ‘situarsi’ di volta in volta in uno di quei ‘nodi’ della trama energetica del cosmo in cui è possibile vivere al meglio il ‘momento’ (anche momentum, nel senso di ‘quantum’ energetico), approfittando così delle ‘contingenze’ che il kairòs l’attimo propizio – offre al ‘fortunato’ (ma la fortuna aiuta gli audaci – o per dirla col Vangelo: i violenti s'impadroniscono con forza del regno dei cieli…).

Al di là dell’apparente cripticità, quanto detto sottende (che è più di ‘sottintende’) alcuni concetti essenziali, propedeutici a ogni cammino di psico-attivazione atto al miglioramento delle prestazioni in ogni campo esistenziale (sarebbe meglio chiamarla ilio-psico-pneumo-attivazione – lì dove il primo aggettivo si riferisce al corpo, il terzo allo spirito – ma forse pretendo troppo…).

Energia e informazione sono essenziali per la ‘vita’ dell’universo (e quindi, dell’uomo): come ormai è arcinoto, tutto è alla fin fine energia (la materia è energia ‘frenata’). E in tutto l’universo c’è sovrabbondanza di energia, che non aspetta altro che di essere attinta…

Se si è attenti, se si ha l’intenzione, si attirereranno ‘cascate’ di energia…

Coltivare l’attenzione significa ‘allontanare’ l’aspettativa del domani, l’attesa di un qualcosa che deve accadere e che forse non accadrà mai (e parlo non solo di attese positive, ma di paure, ansie, angosce…).

La ‘lampada al piede’ che fa luce sul cammino è l’attenzione cosciente (oltre alla Bibbia – ho trasposto in altro contesto le sue parole autoreferenziali), ossia l’essere completamente presente in ogni singolo momento. Occorre farsi ‘coinvolgere’ dal ‘momento’, ovunque uno sia – seduto, a passeggio, in macchina –, senza badare però alle sensazioni che si provano in quello stesso momento (piacere, fastidio, noia). In sintesi: consapevolezza senza giudizio.

Quindi, ripeto, due sono, in particolare, gli agenti favorevoli per ‘energizzarsi’: l’attenzione e l’intenzione.

Con l’attenzione si attira e s'infonde energia.

Con l’intenzione si ‘orienta’ l’energia e si favorisce il cambiamento.

Nel Libro di Giobbe c’è scritto: “Non appena temo un male, esso mi colpisce e quello che mi spaventa mi piomba addosso.” È la naturale, cosmica, legge d’attrazione, nel bene e nel male.

Intenzione e attenzione favoriranno quella concatenazione di eventi che coinvolgerà il mondo fisico e quello ‘spirituale’ in modo tale da permettere la realizzazione del risultato desiderato.

Tutto questo perché (e qui entrano in gioco anche le strategie della PNL che vedremo in seguito, specie nella sua accezione ‘spirituale’: a proposito sto terminando un libro sull’argomento) l’uomo ‘attento’ si è disconnesso dai suoi automatismi psicofisici, che gli erano sino ad allora abituali, e ha preso (mediante la sua ‘essenza’ – il suo Sé spirituale) il comando del suo ‘modus operandi’: in definitiva, ha gettato via la maschera.

Per alleggerire la tensione… un ‘tralcio’ dall’Isola del Tonal, di Carlos Castaneda e uno stralcio dal mio Gocce di Pioggia a Jericoacoara. Due farfalle notturne, diciamo


Aspettavo la sua risposta, quando in me qualcosa si spense. Mi sentivo come se fossi sospeso. Mi sembrò che dinanzi ai miei occhi fosse stato rimosso un ostacolo, e una miriade di rumori divennero udibili nel chaparral. Ce n’erano tanti che non riuscivo a distinguerli singolarmente.
Ebbi l’impressione di stare per addormentarmi, quando d’improvviso qualcosa attirò la mia attenzione. Non era qualcosa che riguardasse il processo del pensare; non era una visione, né
un aspetto di ciò che mi circondava, e tuttavia la mia consapevolezza era stata toccata da qualcosa…
Qualcosa mi stava tirando nel chaparral. Riuscivo a distinguere davanti a me la massa buia dei cespugli. Non era però un’oscurità indifferenziata, come sarebbe stata normalmente.
Potevo vedere ogni singolo cespuglio, come se stessi guardandoli in un oscuro crepuscolo.
Sembravano spingersi verso di me; la massa del fogliame appariva come un lembo nero flottante verso di me, come se fosse spinta dal vento, ma non c’era vento…

Cominciai ad essere assorto nei suoi movimenti ipnotizzanti; c’era un’ondulazione pulsante che pareva spingere il fogliame sempre più vicino a me. Notai poi una sagoma più chiara che pareva sovrapposta alle forme scure dei cespugli.

Misi a fuoco gli occhi su un punto a lato della sagoma più chiara e potei scorgervi un’incandescenza verde pallida. Poi la guardai senza metterla a fuoco ed ebbi la certezza che la sagoma più chiara era un uomo nascosto nel sottobosco…

…Alla fine chiesi: ”Che cos’è successo là fuori, don Juan?”

“Avevate un appuntamento con il sapere”, disse, facendo un cenno col mento verso l’orlo oscuro del chaparral desertico.“ Vi ho portato là, perché prima avevo colto un indizio del “Sapere” che andava in cerca di prede vicino alla casa. Potete dire che il Sapere sapeva che sareste venuto e vi aspettava. Anziché incontrarlo qui, ho ritenuto meglio incontrarlo in un luogo di “potere”. Poi vi ho sottoposto a una prova per vedere se avevate sufficiente potere personale per isolarlo dal resto delle cose attorno a voi. Vi siete comportato bene.”
“Un momento!” protestai.“ Ho visto la sagoma di un uomo nascosto dietro un cespuglio, e poi ho visto un uccello enorme.”

“Non avete visto un uomo!” disse con forza.

“E neppure avete visto un uccello. La sagoma fra i cespugli e ciò che è volato verso di noi era una farfalla notturna. Se volete esprimervi in modo preciso secondo gli stregoni, ma in modo molto ridicolo secondo il vostro linguaggio, potete dire che stanotte avevate un appuntamento con una farfalla notturna:

IL SAPERE È UNA FARFALLA NOTTURNA


«Sì, hai detto bene, il coaching è un ‘processo’ diverso da quello psicanalitico. Richiede un profondo insight della situazione esistenziale e vuol portare un cambiamento di segno: meno confusione, più certezze. Dal meno al più. Dal diviso al moltiplicato. Sai, ho letto l’altro giorno sulla fiancata di un pullman – un coach da turismo, per riagganciarci a noi… – insight vacations, vacanze introspettive. E questo è il coaching: un viaggio nelle interiorità, guidato da un autista e con una meta ben precisa. E poi il viaggio dura relativamente poco. Altro che il trekking senza fine della psicanalisi. Che non porta poi, in realtà, a nulla. Il mondo (fuori e dentro te) rimane lo stesso. E se lo dice Hillmann… Invece, col coaching, se l’autista sa il fatto suo, una volta arrivati a destinazione il paesaggio cambia, e anche tu. Il coaching ti dà quel sostegno emotivo e pratico di cui hai bisogno nei momenti delle decisioni difficili. Amplia gli orizzonti, aiuta a sviluppare una sana immagine di sé, a scoprire la potenza, magica, della parola e del pensiero, ad abbandonare il retaggio del passato, a trovare forza nelle avversità. Ti fa scegliere di essere felice. Ti libera dal sempre riaffiorante dolore delle emozioni irrisolte, delle frustrazioni uncinanti e laceranti, dalle tensioni e pressioni, dalle inibizioni, depressioni, dai blocchi e attriti limitanti o frenanti. Al loro posto: scopo, mission, vision, valori... E ancora: incoraggiamento, focus e impegno, planning e goal-setting, self discovery e co-creation. Ti piacciono questi termini? Ma non sono solo parole. C’è sostanza. Carne e sangue.»

Lorenzo non aspettava che il ‘la’ per continuare. Non gli era bastato il ‘sol’…

«La psicoanalisi, per sua stessa natura, non può essere una Naturwissenschaft (l’ex ‘ariano’ aveva sempre nella faretra la frecciata teutonica), cioè una scienza naturale, come la fisica e la matematica, anche se ha la pretesa di esserlo. È sì un lavoro, un arbeit, ma non rende frei, liberi. Piuttosto, si configura come una Spurenwissenshaft – una ‘scienza delle tracce' –, per dirla alla Vegetti Finzi, ma anche, in senso lato, come una Geisteswissenschaft. Diciamo, una disciplina umanistica, di tipo ‘intuitivo’, quasi ‘spirituale’. Ma a livello di intuizione personale, non certo in termini di leggi generali. Più che altro, ‘fatti’, non ‘premesse’. Promesse, non sempre mantenute. Parole al vento. E se c’è la tramontana… In definitiva, singoli casi individuali, quelli che si sono evoluti in senso positivo, da cui trarre conclusioni generalizzate. Questa la psicanalisi. Ma di qui a parlare di scienza…»

Il sole picchiava forte e Galatea ne approfittò per mettersi pancia a terra. Il top slacciato (ne avrebbe fatto volentieri a meno – e poteva permetterselo – ma il galateo…) rivelò un’abbronzatura uniforme. Il nero non aveva lasciato nessuno yin (o yang, secondo i punti di vista) di bianco.

«Sei un po’ cattivo. Ma io sono peggio… Non sono psicologa né psichiatra, per cui non mi arrogo il diritto di pontificare, ma per fare coaching ho fatto i miei studi: le varie correnti, fino ai mari esotici – la psicosintesi (ma era di un italiano), i vari mix esoterici alla Gurdjeff e Slavinski, la PNL ma anche Freud. Fino agli abissi…» (naturalmente Galatea non si era ancora troppo sbilanciata su certi altre sue profondità, Behemot e Leviathan. Soprattutto, Rahab.)

«Anch’io – subentrò Lorenzo –, perché, dopo i miei primi approcci alla filosofia, dal ’68 in poi, un po’ per motivazioni socio-politiche, un po’ perché ne trovava a bizzeffe di termini filosofici leggendo di architettura, specie negli ultimi anni mi sono interessato alla teologia e, per motivi contigui, agli studi sull’uomo, e non solo su Dio. Per questo la psicologia – cui alcuni riconoscono, specie nella psicanalisi, una radice ‘calvinista’ (ma dietro c’è pure Paolo) – mi piace: non solo Jung e Assagioli, ma lo stesso Freud. Ovviamente, Hillmann e, non ti sembri strano o modaiolo, pure Morelli… Certo, ne discuto, uso il bisturi. Per questo ti dico che la psicanalisi classica usa un po’ troppo il principio “post hoc, ergo propter hoc”, cioè riconduce spesso tutto a un mero condizionamento pavloviano, a un fascio di riflessi condizionati.. Ma non sempre è così. E poi basta con questa psicologia-bignami sulla bocca di tutti: complesso di Edipo, subconscio, fase anale… Tutto ridotto a cacca da chi a stento riesce ad articolare un semplice concetto. Merde d’artiste. Chissà perché si ritengono tutti psicologi e teologi, senza avere nemmeno la ‘licenza elementare’ in queste discipline. E senza essere nemmeno artisti, non dico Manzoni (Piero, ma anche Giacomo. Lasciamo in pace Alessandro…). Basti pensare che se da noi l’uno percento riesce a ottenere la sufficienza in ‘religione’ è già assai!»

Galatea mimò un segno della croce (ma lo fece al contrario) mentre Lorenzo, a braccia conserte, continuava imperterrito (glissando sul sacrilegio – forse non se n’era accorto).

«Comunque, bando alle ciance, fammi fare l’intellettuale: “… l’uomo non comincia e finisce in se stesso, ma va oltre le proprie condizioni corporee e spazio temporali per poter congiungersi con la potenza e la libertà dell’infinita potestas.Che vor dì…? Che l’uomo vuole volare! Tornando a bomba (e dopo Evola – quello ‘impiedi tra le rovine’ – va proprio a fagiolo), ossia restando nell’ambito del coaching, ciò che più mi ‘attizza’ è il suo ‘lato’ cristiano, quello che aiuta a ‘liberare’ psicologicamente il credente. Come sai, e te l’ho appena ricordato – ma so che sei di buona memoria… –, sono eclettico: mi occupo di architettura e, sempre più, di psicologia, filosofia e teologia. M’interessa la mente (per il momento salto sui corpi…). Contrariamente a quello che si pensa, è più facile la ‘rigenerazione’ spirituale di quella ‘psichica’ (per non parlare di quella fisica). Ma per fare questo occorre squarciare il ‘velo’, diciamo ‘sverginare’, deflorare, impollinare la realtà. Solo così puoi entrare nell’’utero’ dell’universo. E farti inseminare (il contrario di quello che avviene nel mondo fisico). Ma doce, doce, con poesia…



venerdì 6 marzo 2009

LADY GAGA. Gags à gogo

A cuccia coach!

Quando l’allievo è pronto… il maestro appare.

Ma anche: quando vedi il maestro… uccidilo!

Puoi anche aver studiato tutto quello che vuoi, ma se non c’è il maestro’ (il coach ) che ti ‘spiega’, che ti ‘illumina’, che porta la luce nelle tue ‘stanze segrete’, piene di tesori, che tu non hai mai esplorato (il fondo dell’anima, il tuo spirito, la tua essenza), allora il tuo cammino sarà solo un triste vagabondaggio. E sei alle porte di Gerusalemme!

Ma una volta che il maestro ha estratto dalla tua 'ostrica’ (ma anche dalla tua ‘cozza’…) la ‘perla’ nascosta, allora, nel momento in cui tu lo riconoscerai, il maestro scomparirà dalla tua vista.

Devi continuare da solo il tuo percorso! È quel che insegna anche la PNL, e prima di ‘lei’ ogni vero insegnamento Tradizionale e spirituale (non ultimo il cristianesimo primitivo, quello dei mistici di ogni tempo, quello degli ‘illuminati’ – non ‘massonici’… – cristiani, e non solo: basti pensare ai sufi).

Per farti comprendere bene il messaggio ti do due perle, la prima tratta (forse rielaborata: la cito a memoria) da un vangelo apocrifo, la seconda un mix di due miei brevi studi biblici sul racconto dei "discepoli sulla via di Emmaus" (Lc 24,13-35).


È un pomeriggio primaverile. Gesù, un Cristo quanto mai umano, casual, in libera uscita, bighellona tra alberi e arbusti, canticchiando, scherzando, ridendo… Gesù aspira, ‘vive’ gli aromi del bosco, s’immerge nei suoi suoni, sottili, sincopati, vibranti… Sfiora gli alberi, sembra voglia abbracciarli… ma ecco che – sembra quasi una radiocronaca – passa vicino alla carcassa putrefatta di un cane (e i discepoli che sono con lui si sbracciano disperatamente, in ogni modo, per distrarlo e tenerlo lontano dal marcio, commentando tra loro con malcelato disgusto).

Il Maestro, il magis fatto minus, rallenta, fa tre passi indietro, si avvicina alla carogna, l’accarezza, sorride, la guarda teneramente, con amore. E chinatosi, sussurra: “le perle non sono più bianche dei suoi denti…


Dal ‘pensiero positivo’ di Gesù (per Lui il bicchiere pur vuoto era sempre pieno…) alla autoconsapevolezza (e poi, efficienza e, soprattutto, efficacia), del discepolo del vero maestro:


“Dio è morto. La croce ha ucciso la speranza dei discepoli. I primi cristiani sono morti. E non avevano fatto neanche i primi passi…

Facciamo anche noi qualche passo insieme ai due discepoli sulla via di Emmaus. Uno ha un nome (Cleopa), l’altro è anonimo: c’è sempre chi ha un nome, è ‘nominato’, e chi vive ai margini, nell’ombra. Giovani nella fede, i due non hanno esperienza, non sono ‘usciti’ dalla ‘morte’ (ex-perire): la loro (più che altro, un ‘sonno’) e quella di Gesù (reale). Non si sono risvegliati.

Dio è assente, perché parlano tra di loro, ma non con Dio.

Dio, in Cristo, è presente ma sembra assente. Assente, perché, non solo il popolo, ma i suoi discepoli non l’hanno veramente sperimentato. L’esperienza normale è l’invisibilità dell’uomo all’uomo (R. D. Laing). Gesù, pur resosi visibile, è ‘invisibile’ ai due viandanti. Invisibile, non solo in quanto Dio, ma come uomo. L’esperienza, perché sia tale, deve diventare evidenza. E perché l’esperienza dell’altro sia evidente, dev’essere introiettata, o meglio ancora, deve nascere dal di dentro. La tua esperienza deve diventare la mia esperienza.

Ma experire è anche ‘rischiare. È azzardo, fede. Nondimeno, è Dio che infonde la fede… È lui il primo a muoversi. Ed è quello che fa Gesù con i due viandanti.

Gesù prende l’iniziativa e va loro incontro.

Gli uomini non lo (ri)conoscono ma Gesù li conosce. Essi non sono ‘presenti’ nella condizione di Gesù, ma egli è presente nella loro condizione di pellegrini. Ogni uomo, ogni donna, è una ‘sizigia’ corpo e anima in cerca dello spirito. Cleopa e il compagno sono la personificazione della disperazione e della sfiducia (di-sperati: lontani dalla speranza, dis-sperati: dubbiosi). Volendo ‘giocare’ (ma non è detto) con le parole (alla Heidegger), il compagno ‘anonimo’ simboleggia, in particolare, il ‘male oscuro’, senza ‘nome’ e apparente causa: la (quanto mai attuale) angoscia (angst). Tuttavia, la ‘notte oscura dell’anima’ è solo una tappa del cammino del cristiano: l’esperienza in cui Dio sembra essere lontano accade per la nostra crescita e maturazione.

L’incontro non è casuale. L’incontro tra Dio e l’uomo è sempre causale, sincronico, anche quando non appare tale. Basta andare ai momenti precedenti l’incontro reale e si troveranno tante coincidenze significative… Dio e l’uomo sono in rapporto ‘speculare’, ma non sempre lo ‘specchio’ è pulito. È Gesù, in ogni caso, a fare il primo passo. Anche quando pensiamo di essere noi… Gesù viene (nell’AT è appellativo di Dio). Dio si nasconde in Gesù, si nasconde a noi, ma poi si rivela, viene. Assente e presente, è sempre l’ente. Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro (v. 15).

Voce e parola sono i luoghi privilegiati dell’incontro. I due viandanti (‘pellegrini’), interrogati dallo sconosciuto, manifestano il motivo della loro tristezza e, invece di venire blanditi, sono aspramente rimproverati (Dio scuote l’anima affinché lo spirito si risvegli): la disperazione dev’essere completa affinché ci sia la creazione, la ‘nuova nascita’. L’uomo non deve trovare altro appiglio se non in Dio stesso. Il suo sapere deve tramutarsi in non conoscenza alla presenza di Dio, della Sophia divina. Dio è, anche, la ‘nube della non conoscenza’. (“E quindi, io ti consiglio: segui l’esperienza piuttosto che la conoscenza” – in supra), che tuttavia si fa ‘presente’ in Cristo, e in lui allontana ogni distanza dall’uomo. Dio è un ‘tu”, ossia una persona con cui è possibile interagire, come con qualunque altra persona.

La risurrezione rivela il senso delle Scritture. E così Gesù ‘rilesse’ loro tutte le Scritture, in particolare lì dove i profeti avevano predetto: “Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?” Ciò che sfugge a una prima lettura, superficiale, può colpire a una seconda lettura, più profonda. Anche se ce ne accorgiamo in seguito. Ma, soprattutto, è la presenza del Risorto a rivelarcene il significato. Nondimeno, biunivocamente, è la lettura della Bibbia che ci rivela il Cristo: Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentre egli ci parlava per via e ci spiegava le Scritture? (v. 32). ’Sacramento’ della ‘parola’ e ‘presenza’ della ‘Parola’: affinché la conoscenza diventi ri-conoscimento (e riconoscenza) occorre l’interprete (Gesù).

Gesù s’insinua nei loro cuori. Egli fece come se volesse procedere (v. 28). Non era necessario che Gesù facesse finta di andarsene, ma così facendo suscita in loro il desiderio di continuare a stare insieme. Il loro cuore era ancorato al Dio morto, ma Gesù Lo risuscita nei cuori, che da freddi trasforma in ardenti. La memoria ri-corda, sintonizza la mente col cuore.

Non basta un’esperienza religiosa per diventare cristiani. Occorre un ‘rivolgimento’ interiore, un cambio di percorso, ma prima bisogna ‘fermarsi’. E trattenere Gesù, farlo dimorare con noi, in noi. Paolo dirà: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” (Gal 2,20).

Riconobbero Gesù da come spezzava il pane. Fede e speranze erano rimaste sigillate nella tomba. C’era bisogno di un qualcosa che spezzasse l’’incantesimo’. Allora i loro occhi furono aperti (v. 31). Non fede cieca e sognante, ma comunione (lo spezzare il pane). Il semplice gesto con la mano di Gesù, come per Maddalena l’essere chiamata per nome (Gv 20,16), furono i ‘segni’ che lo resero ‘visibile’. La voce, la sua parola (la Bibbia); lo spezzare il pane, la comunione fraterna (e sorerna) – se vogliamo, il ‘sacramento’. Sola Scriptura, sì, ma anche comunione-comunicazione. Gli incontri col Risorto sono incontri ‘trasformanti’, diventano l’inizio di una nuova e definitiva conversione alla fede. Non si può vedere il Risorto senza credere in lui. Se consideriamo Gesù ‘morto’, la nostra fede in lui sarà solo esteriore; se ci viene incontro, se si manifesta come ‘vivente’ (il che dipende, essenzialmente da lui – Gv 15,16 – e, concordemente, dal Padre – Gv 6,44; ma noi abbiamo la nostra parte), all’evento-Gesù si accompagna l’’avvenimento’ conversione interiore.

Il racconto gioca, in definitiva, sullo scarto riconoscimento-presenza: Gesù, quando è presente, appare assente (non viene ri-conosciuto); allorquando, alla fine del cammino insieme, viene riconosciuto ridiventa assente (scompare). Sono due invisibilità diverse, ma la seconda ha un senso. Sullo sfondo, la profezia realizzata, perno della ‘teologia’ di Luca. Un cammino dialogante, in cui Cristo si fa presente (anche oggi) tra il suo popolo, mediante: – la trasformazione della memoria (da negativa in positiva); – la lettura ‘profetica’ delle Scritture (v. anche le varie teologie della ‘liberazione’ e della ‘speranza’); – infine, il ‘divezzamento’ (o l’ingresso nella ‘maturità spirituale’) dei discepoli all’atto dello spezzare del pane, il momento in cui Gesù scompare, lasciando loro il testimone. Dio è presente nella nostra libertà: la sua assenza dà spazio alla nostra presenza. Ma si tratta di una presenza trasformata, di una vita resa ‘autentica’.”


“Si può riunire solo ciò che è separato… Stabiliamo una morfologia del racconto de-strutturando le componenti, puntando essenzialmente su tempi, luoghi e funzioni dei ‘personaggi’. La ‘struttura’ del testo segue, significativamente (v. Richard Rohr, ma pure il Propp, nella “Morfologia della fiaba”), il tema del ‘rituale’ d’iniziazione (ma qui il processo è exoterico, più che esoterico), ovvero l’’ingresso ufficiale’ del ‘ragazzo’ nella comunità degli ‘adulti’, dopo il voluto ‘abbandono’ nella boscaglia da parte dei ‘genitori’. Qui ritroviamo tutti questi temi:

Separazione e partenza (v. 13): l’’abbandono’, il ‘distacco’ dalla ‘madre’ (fagocitante), ovvero da quella parte di ‘femminilità’ negativa che spinge al non sapere, non pensare, non analizzare, non spiegare… (in questo caso, i due discepoli disillusi che si allontanano, sia pur momentaneamente, dalla comunità). Parlavano tra loro: la ‘discesa nel profondo’, l’’elaborazione del lutto’. Lo stesso giorno: il processo di riflessione’ e l’eventuale ‘decisione’ spesso non ammettono dilazioni. Due di loro – sessanta stadi: al di là della ‘lettera’, la portata simbolica (il ‘due’ come corpo e anima, …manca lo spirito, oppure come ‘dubbio’ e ‘negatività in generale; il ‘sei’ come ‘umanità’ in cerca del ‘sette’: ‘riposo’, shalom, Cristo) arricchisce il contenuto semantico e interpretativo.

Il viaggio (vv. 14-27): la ‘discesa’, la ‘spirale’. Continua il ‘viaggio’ introspettivo dei due discepoli (dall’Io verso l’inconscio). Discorrevano: la parola umana che cerca un senso nella parola divina e un radicamento nella ‘Grande Storia’. Tristi: la ‘ferita’, il crollo delle certezze, l’’umiliazione rituale’: il ricordo dell’insuccesso, il riconoscimento della ‘ferita’, la ‘delusione’, e la loro reintegrazione in un orizzonte di senso, aiutano a ‘crescere’, a forgiare, fortificare. Si avvicinò: l’incontro. L’essere umano è smarrito, ma Dio viene a incontrarlo nel bel mezzo del suo errare. Viene come sempre a cercarlo all’interno delle sue stesse torsioni…" (‘Torna alla vita’, Simone Pacot). Gesù viene (ma nell’AT è appellativo di Dio!). Il Cristo rimane ‘velato’ per chi lo segue ma non è ‘nato di nuovo’, sia esso un suo seguace noto (Cleopa) o anonimo (l’altro ‘discepolo’). Noi speravamo: l’’oppositore’, la disillusione che si oppone all’evidenza (delle Scritture) e alla testimonianza oculare (della donna). “O insensati”: l’’uomo con la spada’ (la spada dello Spirito che taglia il ‘velo’, il ‘due’ che si fa ‘tre’: corpo, anima e spirito), la ‘lancia insanguinata’ (“Non doveva il Cristo soffrire…”).

L‘arrivo (v. 28 - 32): il ‘centro’. “… egli fece come se volesse procedere”. La tentazione, il gioco delle parti. “Essi lo trattennero”. La svolta, la ‘luce’ che fa fuggire l’’ombra’ (pur necessaria, specie per una ‘svolta’: è pericoloso trovarsi a un ‘trivio – sacro a Pan – a mezzogiorno, quando l’ombra diventa invisibile. Può scatenarsi un attacco di panico…), la necessità di ‘suturare’ la ferita con il ‘filo’ di Cristo e l’’olio’ dello Spirito. L’affetto vince sulla ragione, il ‘lato femminile’ reintegra quello ‘maschile’, lo spirito si ‘separa’ dall’anima e, solve et coagula, rinnova la comunione ‘paolina’ corpo-anima-spirito. “Allora i loro occhi furono aperti”: il Cristo ‘svelato’. Il Kairòs, il momento dell’’intrusione’, l’esperienza ‘cosmica’, ‘oceanica’, delle ‘vette’. Fine del solo Chronos, ingresso nella ‘soglia’ del nuovo Aion, epifania del Divino, del ganz andere. Unica nella sua eccezionalità (“ma egli scomparve”), ma densa di prospettive…

L’irradiazione (vv 33-35: “… tornarono a Gerusalemme). Dal ‘solo Io’ al ‘Noi siamo’ (attraverso l’’Io sono’). La trasformazione individuale porta dalla ‘Piccola Storia’ alla ‘Grande Storia’. La ‘voglia di vagabondaggio’, il ‘viaggio ai confini della notte’, fa travalicare il ‘recinto’ e, pur tra ‘sentieri’ (heideggeriani), porta alla ‘radura’ (per alcuni, al ‘porto delle nebbie’).

Dal caos interiore è nata la stella (anzi, la costellazione) danzante…

Dal punto di vista esegetico, la lettura è in chiave strutturalista, con inserti ermetico-simbolico-anagogici, che, ovviamente, non esauriscono ogni alternativa e ‘finestra’. Questo, perché la Bibbia è un libro ‘multilivello’, dai ‘settanta’ significati (“Una cosa Dio ha detto, due ne ho udite” – Sl 62,12). Esegesi che interpolano richiami ‘archetipici’, ‘mitologici’, ‘simbolici’, ‘ermetici’, oltre a quelli più chiaramente psicologici e filosofici, possono essere quanto mai utili a comprendere le ‘pieghe’ del testo. Qui si è seguito il processo di trans-formazione del racconto (il che non ne esclude la storicità), nel suo dispiegarsi di ‘fabula’ e ‘intreccio’, seguendo i ‘personaggi’ nelle loro ‘discese’, ‘spaventi’, ‘miracoli’, in cui anche l’’ombra ha la sua ‘luce’. Ma non solo il ‘viaggio’ (come p. es. nel Taoismo), ma pure l’’arrivo’: anzi, è proprio questo – lo ‘svelamento (di Dio e dell’Io) – che dà senso al tutto. Il racconto è strutturato per evidenziare che, dietro a eventi apparentemente casuali, c’è una sincronicità che rimanda al Divino, alla Grazia ‘speciale’ (non solo quella ‘comune’), della quale, anche quando nulla sembra trapelare, l’intimo, ‘toccato’, prende coscienza (“Non sentivamo forse ardere il cuore…?).

Di lì inizia la ‘danza dei sette veli’ (che cadono, più o meno rapidamente, a uno a uno), la quale, non solo porta alla trasformazione individuale, ma anche a quella sociale (missione ed ‘evangelizzazione’).”



mercoledì 25 febbraio 2009

Voulez vous coucher avec moi? (Remix) A caccia del coach

Sottotilo:

Dalla junk city alla junk soul (ora sempre più funky)


Coach: termine che dal campo dei ‘pallonari’ (parlo di calcio, s’intende, ma non tralascio i ‘caciaroni’) è rimbalzato su quello, sempre in terra battuta, di psicologi, counselor, ‘formatori’, e giù andando.

Coach: termine ai più ascoso e astruso (in effetti, è un intruso intrufolatosi di soppiatto nella loquela sempre più piatta e ‘desertizzata’ della massa bipede starnazzante – ma c’è sempre chi, dal basso e dall’alto cerca di tenere alto il vessillo della Parola: Bonolis, se non ci fossi bisognerebbe inventarti! Ma anche tu, Laurenti, non sarai di lingua sciolta, ma ci fai, se non sdilinquire, scompisciare: il tuo squittire e strogolare ci strega…).

Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti dentro di

Termine di moda, fashion, dicevo, come del resto la sempre più ‘cult’ PNL (specie in ‘rete’ – visto che parliamo di pallone), in voga (anche se spesso ‘vaga’) tra ‘iniziati’, ‘orecchianti’, ma anche gente ‘scafata’.

In ogni caso, che piaccia o no, ormai del coach e del coaching non si può più fare a meno, specie per chi vuol progredire in campo professionale e imprenditoriale (per non parlare dell’arena – ci sono gladiatori, leoni e altra fauna e… flora – dello show-business e, di conseguenza – scusate la ‘scivolata’ demagogico-qualunquista –, della politica: riguardo ai risultati di un buon coaching, al di là delle altre componenti di successo, basti leggere il recente Ma Obama ha usato l’ipnosi? vai al mio post del 23 dicembre scorso).

Quindi, rimettendo la palla in campo, andiamo in porta e cerchiamo di fare goal (che è poi il fine ultimo del coach e, soprattutto, del coachee, il cliente). Cos’è, in definitiva il coach? È un ‘allenatore’ (trainer) che ‘addestra’ individui ‘sani’ (nelle varie tonalità dal ‘bianco sporco’ – non esiste il bianco che più bianco… – al ‘grigio’) a ‘tirare fuori’ tutte le potenzialità (inespresse o solo parzialmente ‘attivate’) per indirizzarle verso un obiettivo desiderato (traguardo, obiettivo, goal).

Tirando le somme (e i remi in barca), il coach sostiene ‘empaticamente’ il coachee e lo aiuta (ristrutturandolo, resettandolo) a passare dallo ‘stato attuale’ (spesso ‘inespresso’, loffio) allo ‘stato desiderato’.

La sua mission è, dunque, quella di impedire che come fu per uno dei servitori della parabola evangelica i talenti che ciascuno ha (che siano pochi o molti, poco importa) vengano ‘sotterrati’ (come spesso accade per una serie di motivazioni che la PNL ben sa), bensì li fa ‘fruttare’.

Il coach, con il suo bagaglio culturale, la sua ‘tecnologia’ psicologica (meglio ancora, psico-spirituale), accompagna il coachee nella sua ricerca di individuazione e crescita (empowerment), mediante la messa in luce della sua essenza (il suo 'nucleo' spirituale - vedi l''approccio del diamante' di Almaas, oppure il concetto di 'ghianda' e di 'daimon' di Hillman, per non parlare delle ricerche di Assagioli e della 'sua' Psicosintesi e naturalmente, ça va sans dire, della grande lectio divina di Gesù Cristo...).

È, in definitiva, un mentore (‘monitor’, monitore, in fin dei conti anche consulente, counselor) che insegna, offre doni, inventa e dà consapevolezza, motivazione e dissemina informazioni (apre molte ‘finestre’).

È spesso il ‘tipo’ dell’archetipo del genitore o del vecchio saggio, o ancor meglio, dell’ex-eroe (e infatti la PNL si fonda sul modellamento, ossia il 'ricalco' di personaggi che hanno avuto successo), il quale, sopravvissuto alle iniziali prove della vita, usa i doni del suo sapere e della sua saggezza per far crescere il suo 'allievo'. È lo Zarathustra che scende dal monte per portare al mondo i suoi doni…

Fermate il mondo, voglio scendere!

A proposito, anch’io vi do un dono.

Sempre dal mio Gocce di pioggia a Jericoacoara (in attesa di un mio prossimo manuale sull’argomento), alcune ‘gocce’ di coaching:


«A cuccia, coachee!»

Galatea si alzò un attimo e puntò il dito contro Lorenzo (con l’altra mano continuava a giocherellare con la rosa-croce – un più intersecato, barrato, da una x – appesa sfrontatamente al collo piacevolmente modì).

«Che?» (non quello del ‘diario della motocicletta’: Guevara, questo sì che era un must per Lorenzo – calmo sì, ma sempre rivoluzionario. “Une passion pour El Che ”, di Jean Cau, lo aveva fatto entrare nei suoi ranghi.)

«Sì, coachee, cliente del coach. Io sono una coach, una life coach. Meglio, una peak performance coach. Un po’ caucciù un po’ babà. Dolce e duttile, ma anche dura se necessario. Sì, mio caro Alì Babà… Dolce, ma mai da gabbare. Un gabbiano…»

Galatea spiccò il volo (col pesciolino in bocca – quello appeso al collo di Lorenzo: anche questo, ma svogliatamente, modì).

«Coach, termine di moda, fico, modaiolo, trendy, ma operativo, efficace, ficcante. Eccome... Dai, Lorenzo, so che con te si può parlare alto e profondo. Tu sì che puoi mangiare la mela e non metterti poi la foglia di fico. Seguimi, che t’insegno qualcosa. Da cliente ti farò mio partner…»

Passò al dunque. Cominciò a snocciolare ‘arachidi’ e ‘ciliegine’. Vari assaggini per saggiare il ‘grande saggio’ (così lo chiamava, per sfotterlo).

«Mettiti bello comodo. Meglio riesci a rilassarti, meglio sei capace di operare. Dopo di che registra tutto quello che ti dirò. Apri i cassetti della memoria e poi, a giochi fatti, non chiuderli a chiave.»

Lorenzo obbedì e Galatea, la romanina (romanaccia d’origine – trasteverina doc –, poi toscanaccia d’adozione, ora ‘ubiqua’), dopo averlo addolcito con un bacio alla nocciola, aprì la sua cassaforte e tirò fuori le prime ‘perle’ (coltivate).

«Se vuoi star bene e partire ogni giorno col piede giusto, per prima cosa copia e incolla i tuoi pensieri positivi, duplicali e ripetili più volte che puoi: in questo modo potrai maneggiare la mente, cioè la base operativa di ogni tua azione. Questo come premessa. Poi fa’ qualcosa di bizzarro: rompe la routine e t’induce a pensare che la realtà è quella che tu decidi, non quella che ti viene imposta dall’esterno. E sii sciolto, libero, sfacciato… Se ti trovi a disagio, in imbarazzo, emozionato, mentre sei ‘coinvolto’ con chi ti è di fronte, respira dentro di te la sua presenza; inspirala con piacere, con voluttà, e rilassati poi nell’espirarla; e ripeti, insisti, finché non ti senti a tuo agio con lui (meglio, con una ‘lei’: con questo sistema andrai forte all’attacco della ‘preda’…). È un modo pratico per incominciare a imparare a gestire i tuoi stati d'animo E non ho finito. Vedo che con me sei a tuo agio, per cui ti clicco un’altra chicca (parlava un po’ come Gaia!). Questa è davvero chic: Trasforma il ‘voglio’ in ‘dare’, ossia fa’ finta di dar via la cosa che vuoi, fingi di non farci caso, che non t’interessa. Dalla indietro, non accettarla, restituiscila. Ma solo virtualmente. Accadrà invece che, non solo sarà tua, ma l’avrai oltre ogni misura. Comprendi il senso, viziosetto caro? Il ‘voglio’ indica una mancanza, il dare significa abbondanza (al che Lorenzo si ricordò del detto evangelico: “Cerca prima il Regno e avrai ogni altra cosa…“).»

«È vero, se ne sente la mancanza. C’è proprio bisogno di coach in questo mare in tempesta.»

Lorenzo, risvegliato dal ‘flash’ biblico, ancorché accucciato sgusciò in una performance a sorpresa (prima, forse per il vocio tutt’intorno, non aveva afferrato il termine, o aveva fatto finta; ma lo conosceva bene, sia pure da poco tempo. E conosceva bene pure lei…).

«Sì, il coaching è quello che più si adatta ai tempi d’oggi. Specie poi per chi ha fretta (e chi non ne ha?), per quanto oggi si stia tornando ai ritmi lenti. Lenti ma rock. Finalmente… (Lorenzo non aveva mai amato la fretta dei robot gasati o dei bipedi schizzati di cui erano piene le strade e i marciapiedi). Sto leggendo ‘Economia dell’ozio’, del sociologo Domenico De Masi (ma quanti libri leggeva contemporaneamente Lorenzo?!). Un attimo, ti cito un passo interessante...»

Lorenzo prese a prima botta il libro dalla borsa da mare (una matrioska quanto a letteratura) e si tuffò, anche qui a colpo sicuro, nella pagina deputata (fortunatamente in superficie).

«“Al pittore David, che gli chiedeva come preferisse essere ritratto, si dice che Napoleone abbia risposto: “Sereno su un cavallo imbizzarrito” (…) Imbizzarriti su cavalli sereni ci appaiono, invece, molti intellettuali di professione, molti studenti assillati dalla fretta di apprendere, molti moderni capitani d’industria con le coorti di manager che – punk in doppiopetto – praticano oggi le virtù marziali e contagiose della competizione globale.” E aggiungo io, tanta gente che riempie la giornata con tante corse inutili dietro al nulla. Non il Nulla, quello con la maiuscola, il Nulla mistico in cui il ‘Dio nascosto’, l’En Soph, frantuma il diaframma che lo cela alla vista degli uomini; non la ‘corona eccelsa’, il cratere magmatico in cui tuffarsi per riemergere bagnati di vera vita, ma il nulla minuscolo, quello che sarebbe mille volte meglio riempire con un ozio produttivo (c’era ancora il sapore salato delle gocce delle ‘nuotate’ teologiche di Gaia sulla sua pelle…). Tempi di pausa o attese sgradite, sfibranti (alla posta, all’aeroporto, tra un impegno e l’altro), da riempire, piuttosto, con qualcosa di ‘significativo’, di vibrante, dissonante (e qualche giorno prima Lorenzo aveva fermato il tempo con alcune sfrenate riflessioni di Marcello Veneziani, altro suo conterraneo della rive droite). Innanzitutto, letture: non diceva forse Isidoro di Siviglia che la crescita dello spirito deriva dalla lettura? E il cardinale Martini: “in una mano la Bibbia, nell’altra un giornale.” Per non parlare di Bonhoeffer: “la Bibbia sul pulpito, al lavoro, sull’inginocchiatoio…” Ma torniamo alla lentezza (la lentezza della poesia ci salverà dalla frenesia del mondo…), al pathos della distanza, contro il bieco e cieco pathos dell’attivismo. Le pause non sono inutili, sono i momenti più produttivi della giornata e della vita! La pausa è azione. Recuperiamo, diluito ogni giorno, lo shabbat, il riposo, l’otium, il sabato divino. Che non è ancora terminato. Ed è anche lui buono. Shalom! Approfittiamone per meditare, fare abbozzi di programmi per cambiare la nostra esistenza (ed essenza). Diamoci anima e corpo alla cultura, agli altri, allo sport, alla danza. Galatea, divertiti, gioisci, godi…»

Galatea non se lo fece ripetere due volte e balzò su Lorenzo, per sedurlo seduta stante (in pratica, violentarlo alla fachiro sulla ghiaia chiodosa della morbida baia di Pugnochiuso). La presenza della gente intorno valse a dissuaderla (di necessità virtù): d’altronde, la vacanza era solo al bocciolo.

Lorenzo, scampato il pericolo, sputato il nocciolo, prese a sua volta la palla al balzo. Non era impreparato sull’argomento: aveva in pugno, non solo l’elogio della pigrizia (bonjour paresse!), ma, per sopraggiunta necessità, la modernità della malinconia (proprio lui che incoraggiava il Pensiero Positivo e il fou rire – ma la malinconia, quella dell’otium, è bella. Bella di giorno. Belle toujors).

Si schiarì in volto e, raggiante, illuminò contorno e ripieno del telo da mare di Galatea, dissolvendo l’incombente ombra dell’ombrellone reboante. Poi diede fiato alle trombe: una jam-session sul coaching (negli ultimi mesi aveva letteralmente saccheggiato i siti internet alla ricerca di ‘reperti’ e tonalità nuove), a mani levate e passo sicuro (sia pure su virtuali tacchi a spillo. Quelli di Galatea erano reali: solo il pietrisco della spiaggia era riuscito a convertirli in più opportune infradito rasoterra, sia pure stilose).

mercoledì 18 febbraio 2009

Voulez vous coucher avec moi? Dal kitsch al coach (con un pizzico di ketch-up)


Letto a quattro piazze. Sono partito – nelle intenzioni – dal letto singolo (psicologia e affini), poi mi sono allargato al letto matrimoniale – passando per quello ‘alla francese’ (un po’ di sociologia e un po' di filosofia) – fino a rotolarmi nelle alcove da mille e una notte (teologia e, volo pindarico, architettura).
E non solo ho fatto il rolling stone, ma, nel mio rotolare e poi fermarmi sui vari blog, sono diventato sia una ‘pietra angolare’ (diciamo, un ‘sassolino’) sia una ‘pietra d’inciampo’.
Infatti, rotolando rotolando, ho potuto interloquire – ma anche interferire (o solo ‘ferire’, mai ‘infierire’) – con vari blogger: diciamo pure, un blogging à gogo.

“Ma tu guarda quanto siamo pindarici, noi blogger… – così esordisce Alessandra Colla nel suo blog, in cui mi tira (letteralmente) per il collo (ma io l’ho provocata) – Parto da un post disgustato e furente sul tristissimo caso Englaro fortunatamente conclusosi, e arrivo a quest’altro post in cui mi tocca, per la salvaguardia della mia pace interiore e della mia salute mentale, spiegare chi sono.”
Sì, parlando parlando (più che altro, ballando ballando), ho toccato le quisquiglie & pinzillacchere, ‘ma anche’ (ora lo posso dire, Veltroni non c’è più) il simbolo, gli archetipi, la metapolitica, larchitettura ruggente…
“‘Suona’ la parola la malvestita realtà… Parolibere ancheggianti, ossimori frenati o rutilanti, specchi autoriflettentesi, un po’ narcisi un po’ Eco.”
Diciamolo pure, questo blog è un salon della parola. Della parola creativa e creatrice. Diciamo pure, della parola crea-attiva.

Ma siccome, oltre alle parole ci vogliono i fatti, oggi, per dare un colpo al cerchio (l’architettura) e alla botte (la psicologia), parlerò prima, non dell’idea, ma della realtà, di ‘città’, poi, non dell’idea, ma della realtà, di ‘uomo’ .

THE JUNK CITY


“New York é una città brutta e sporca. Il suo clima é indecente. Le sue strategie politiche terrorizzerebbero qualsiasi bambino. Il suo traffico é una follia. La sua competitività é micidiale. Ma su una questione non vi sono dubbi: dopo essere vissuti a New York, dopo aver fatto della città la vostra casa, nessun altro luogo potrà più reggere il confronto.”
Città di cui fare esperienza. Con innocenza. Da avventura culturale. E anche trend-setter. E Lorenzo aveva tentato il grande salto. Un progetto ‘tosto’ il suo, tostato al punto giusto. Ma su cui non avrebbe puntato un cent. Rien ne va plus. E la pallina si era fermato sul numero giusto. Zero (a proposito, Lorenzo era un fan dei 50 Cent. Forte per un cinquantenne…).
“Le città sono stati d’animo, stati emotivi, umori.” Con o senza John Steinbeck e Saul Bellow. Città da abbandonare, ma per andare dove? “When you leave New York you ain’t going nowhere.” Eppure, “Living in New York is never easy” (e nemmeno leaving).
Vivi e lascia vivere. Da svegli, dormendo o in fase rem, New York è assolutamente da vivere, fosse anche “vedi New York e poi muori...” E Lorenzo, che pure mai come in quello scorcio esistenziale (uno squarcio di vita autentica) voleva vivere, si fece ‘prendere’ dal gorgo macro-metropolitano (e dal suo gergo). Dal vortice tritarifiuti, dalla fonderia di corpi e anime, dal laboratorio alchemico.

Reading from New York. Città biblica. Come la Bibbia: puoi rileggerla infinite volte e ogni volta scopri un senso nuovo. Settanta sensi. Città fucina, laboratorio di un futuro charming. E il presente? Il sole che sbanda sui muri di vetro, le pareti di mattoni che si fanno rubizze… New York, città di rubino, cristallo e porcellana (cinese). Paradiso, inferno, purgatorio… (il limbo era passato di moda). Chiasso generale tra i silenzi individuali. La musica? From the beginning, di Emerson, Lake e Palmer.
Così sentiva (come sintesi) il ‘suono’ della metropoli in quel particolare stato d’animo (alla Emerson: non il pop-singer, ma Ralph Waldo, sempre lui, il filosofo del ‘divenire’, quello per cui “le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà e i credi una malattia dell’intelletto”). Sì, questo il suo preludio nuiorchese. Un po’ alba di Pugnochiuso un po’ notti al Cairo. Una malattia e una preghiera. Ma lui ora era in convalescenza. E una volta guarito, avrebbe vissuto d’altro: di architettura, forse di preghiera…

Era il Kairòs, il calvario era finito (dopo la salita, la discesa) e le lancette si erano fermate: a mezzogiorno. Prima l’est (Pugnochiuso: una porta, una delle tante, sull’Oriente), poi l’ovest (New York, un portone sull’Occidente). Un’oasi nel caos del tempo. Una sosta tra volontà e immaginazione. E dentro questa, un viaggio nella selva oscurata dagli skyscrapers, attraverso spazi, tempi, culture e identità differenti, ma incidenti, intersecatisi in un complesso network di rapporti ed effetti. E affetti.
“New York è dove tutti vengono a farsi perdonare” confessa in Shortbus il vecchio gay, già sindaco (alla frutta) della Grande Mela. Sì, Shortbus, il gay-movie un po’ a Le fate ignoranti (ma oltre misura…), porno qui porno là, ma d’autore (l’avrebbero portato l’anno seguente al Festival di Cannes; portata un po’ indigesta…), che ben descrive la metropoli metrosexual. Alla Beckham.
Posh. Qui, più che altrove, Lorenzo avvertiva la disseminazione della cultura, costantemente contrattata e in divenire. Eppure, era solo da un paio di giorni che camminava col naso in su. E senza puzza sotto le narici. La metropoli puzzava, la campagna odorava? Era tutto oro quel che luceva? La metropoli versus la città rurale. Due realtà sostanzialmente diverse secondo Georg Simmel, filosofo quanto mai attento alla realtà urbana (Lorenzo se n’era occupato ultimamente, in un breve saggio su un giornale locale. Discettando, una ciliegia tira l’altra, anche di Kevin Lynch, Kurt Lewin e, dulcis in fundo, della percezione-Gestalt dell’immagine urbana).
Due realtà fisiche e due gestalt – forme, strutture – che incidono diversamente sul modus viventi dei loro abitanti. E sull’immaginario urbano.
Imago mundi.
L’architettura che ‘co-stringe’ fisicamente, psichicamente, ‘pneumaticamente’ i suoi sudditi. Architettura da de-costruire, reset psico-territoriale, bouleversement creativo.

Punto di partenza, tra riva e ‘deriva’: la metropoli. Ritmo veloce, giungla di stimoli, sensazioni e immagini. Versus: l’ambiente rurale, dal ritmo lento, più abitudinario e uniforme.
“Più la folla è densa, più ci sentiamo soli”,
così Zygmunt Bauman ‘liquida’ la ‘città del troppo’ (altro che villaggio globale… Troppo annacquato: perciò i localismi stavano tornando a galla). Ma anche del troppo poco, del troppo uguale, dell’indistinto. Dell’outlet, del ‘passaggio veloce’, del nulla – anche se iper… (e quella di Marc Augè non è un’iperbole: passiamo la maggior parte della nostra esistenza in ‘non-luoghi’, dove si consuma il presente e si abortisce l’avvenire).

La metropoli del denaro e di Mammona versus la campagna del baratto (e della mamma, quella con le tette gonfie di latte). Ma anche lo sfilacciamento del tessuto comunitario – altro che manna – a vantaggio della scolorita ‘stoffa’ periurbana (le periferie anonime e suicido-file, ipermercati inclusi, per quanto architettonicamente ben disegnati).
Luoghi, non-luoghi? Vita, non-vita? Il bello non ha prezzo.

Vita tra i confini. Identità versus alterità. Ma ancor di più: alterità nell’identità. Equilibrio in bilico. Città plurale, campagna singolare. Spaesamento. Urbanizzazione selvaggia. Portici, shopping malls, clochardization. Marginalità inclusiva, gentrification elitaria. Minimal o segno ipergrafico. Fast-food versus slow-food. Boutique versus ipermercato? Un po’ l’uno un po’ l’altro. Ma con juicio.
Adelante. Ingoiare, piluccare. Vivere, sopravvivere. Morire, sognare, svegliarsi, risvegliarsi. Fare del silenzio un’opportunità, un ‘possibile appuntamento’ per ricevere intuizioni dal superconscio. Il silenzio della natura che (tra cinguettii e fruscii) annacqua l’ebbrezza urbana. Vivere tra i margini (e, spesso, sconfinare…).
Questo l’universo quotidiano. Ma anche l’intellettualità sofisticata, la riservatezza fino alla ritrosia, il formalismo blasé e il distacco anodino, il tempo che tutto scandisce e cronometra: questa la metropoli e i suoi ‘numeri’. Ma dietro il numero c’è Dio…"


Il ‘tralcio’ (un bel mazzo, a dire il vero) è tratto dal mio libro inedito (per non molto) Gocce di Pioggia a Jericoacoara, ma, in un momento in cui, anche sui siti-blog d’architettura miei ‘preferiti’, si parla di ‘crisi dell’archistar’ e ‘junk space’ (spazio ‘spazzatura’), non ho potuto fare a meno di ‘coglierlo’.
In ogni caso, al di là della parola ‘ludica’ e mai ‘pudica’, il ‘brano’ fa riflettere e pone alcune domande (e come si sa, le buone domande valgono più delle risposte... ma, voi, capovolgete l’assioma: rispondete…).

Leggete, riflettete e poi rispondete (anche solo dentro di voi):

• “New York é una città brutta e sporca. Il suo clima é indecente. Le sue strategie politiche terrorizzerebbero qualsiasi bambino. Il suo traffico é una follia. La sua competitività é micidiale.
Ma su una questione non vi sono dubbi: dopo essere vissuti a New York, dopo aver fatto della città la vostra casa, nessun altro luogo potrà più reggere il confronto…”
Riflessione (dubitativa):
Le città moderne saranno degli ‘junk spaces’, saranno senz’anima, ma vi ‘prendono l’anima’

Le città sono stati d’animo, stati emotivi, umori.

“Reading from New York. Città biblica. Come la Bibbia: puoi rileggerla infinite volte e ogni volta scopri un senso nuovo. Settanta sensi. Città fucina, laboratorio di un futuro charming. E il presente? Il sole che sbanda sui muri di vetro, le pareti di mattoni che si fanno rubizze… New York, città di rubino, cristallo e porcellana (cinese). Paradiso, inferno, purgatorio…”
Riflessione (ancora dubitativa):
Le città moderne sono il laboratorio del futuro e la fucina (e cucina) del presente. Sta agli architetti e ai ‘politici’ far sì che dal ‘purgatorio’ si passi al ‘paradiso’, e non si cada, invece, nell’'inferno'.
Cultura, ‘Tradizione’ e ‘Anelito del Futuro’ sono la
‘grande triade’ (Cielo, Terra, Uomo) di questo ‘Pro-getto’.


“Vita tra i confini. Identità versus alterità. Ma ancor di più: alterità nell’identità. Equilibrio in bilico. Città plurale, campagna singolare. Spaesamento. Urbanizzazione selvaggia. Portici, shopping malls, clochardization. Marginalità inclusiva, gentrification elitaria. Minimal o segno ipergrafico. Fast-food versus slow-food…”
Riflessioni: tante…

Ora basta, ho sforato… La prossima volta (ad horas) vi parlerò di junk soul (a buon intenditore la traduzione).