martedì 16 febbraio 2021

HOMO IMAGO DEI (seconda parte)

     HOMO IMAGO DEI

(seconda parte)

Oggi, sempre pescando da Gocce di pioggia a Jericoacoara, ecco qualche altra perla di Teologia (sempre con un po’ di sabbia).

Un passo da majorette e relativi volteggi, poi di nuovo in marcia (trionfale).

   «“Dio va trovato, contro ogni parvenza, in un’abissale fiducia e audacia del cuore” –  ti cito le parole di Hirsch, un teologo. Sappi, se non lo sai già, ma è bene ribadirlo – faccio come Nietzsche, il filosofo col martello (anche se qui non batte chiodo) –, che spirito e anima sono realtà ben diverse. Anche, e soprattutto, quanto a essenza, a sostanza. E poi, ricorda, la fede è emunah, certezza, sostanza di cose che si sperano. Amen. È la forza dello Spirito per il tuo spirito, è il potere creativo di Dio. È con l’innesco della fede – la miccia che fa esplodere la dynamis – che le cose avvengono; al contrario – Daemon Deus inversus –, è con il freno della paura, il laccio del Diavolo, che vivi nella malattia, nel dolore, nella miseria d’ogni tipo. So che a molti questo modo di pensare non piace, abituati a pensare al cristianesimo come a una religione del dolore, degli schiavi, dei vinti, degli invidiosi, della ‘moralina’… (e così spesso viene ‘tradotto’ e vissuto): pensano che sia roba da fanatici, ignoranti, donnette. Insomma, il cristianesimo come una ‘tradotta’ e non un TGV o un Eurostar. In realtà, il vero Cristianesimo, robusto ma giocoso, è religiosamente scorretto per il modo di pensare ‘conforme’, ma così è. Amen.»

   Lorenzo, che sin dal debutto in scena aveva compreso di quale pasta era fatta Gaia, non immaginava che potesse lievitare a tal punto. Ed è pur vero che un granello di senape…

   «Quel che vale, dunque, è la fede, non la religione. Quella che Panikkar (qui Lorenzo ebbe un sussulto: non solo Laing, pure l’indiano: Gaia era davvero ‘global’) chiama ‘religiosità’, per distinguerla dal ‘religionismo’ – l’appartenenza a ‘parrocchie’ e ‘campanili’ – e dalla ‘religiologia’ – la riflessione filosofica e teologica. Infatti, una stessa res, una stessa cosa, è ‘sacra’, se consacrata agli dèi (parlo delle religioni in generale), ma è pure ‘santa’, in quanto soggetta a sanzione (cioè, si è puniti se la si ‘tratta male’); infine, è ‘religiosa’, perché nel violarla si offende la divinità. Quindi, le religioni sono da trattare coi guanti, perché spesso sporcano le mani… Non così la fede, nostra speranza (al limite ci si sporca i piedi… E c’è chi li lava). Anche se la fede è di per sé un atto di disperazione (ancora l’ossimoro: mai affonda). La fede… era il chiodo fisso di Karl Barth, il sommo teologo del secolo scorso, e io lo ribadisco. Ma era, soprattutto, anche il ‘verbo’ di Gesù,  l’uomo venuto ad ‘aiutare Dio’ (per dirla alla Etty Hillesum – la ragazza che non sapeva inginocchiarsi), ‘disceso’ dal ‘monte’ per avvicinarsi agli uomini e alle donne per aiutarli nella loro ricerca di senso e, perché no?, di gioia. Anche per ‘con-fondere’ le loro sicurezze, fondere le incertezze e diffondere fiducia. Sì, non ha bussato alla porta del mondo con in mano opuscoli religiosi, Gesù è venuto per cambiare la vita, la tua, la mia… Per darle un senso. Per infondere un significato, una prospettiva, una direzione all’essere-nel-mondo, all’esserci. Per vivere bene, felici. Gaudium et Spes. È la sua Cura… (sia come terapia sia alla Battiato, non dimenticando l’’angosciante’ – in questo caso –  Heidegger). Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te… La fede accompagna e guida questa ricerca sotto forma di ‘simpatia spirituale’: è una luce affine, una grazia soprannaturale che partecipa al mistero stesso e lo rivela. Non solo, ti permette di raggiungere lo shalom: una pace vera, profonda, in cui si coniugano la tranquillità dello spirito e la pace del cuore. La prima deriva dalla certezza, parto della vera conoscenza (se credo? Io so!); la seconda è frutto dalla pazienza e scaturisce dalla fede. Senza la fede, la conoscenza induce al dubbio; senza la conoscenza, la fede porta alla superstizione. La fede è ipotesi ipostatizzata… Ma non è statica, è tesa, ipertesa, iper… E ti porta al successo. Fides, non lex! La fede sarà la tua legge… And love is law. La ‘legge divina’, i comandamenti, sono uno specchio che rivela il tuo fallimento, eppure non è correndo dietro a essi che la tua vera immagine migliorerà. Sarà solo per fede, per grazia, per misericordia divina, per amore… Conoscila e inebriati di essa…»

   Sobria ebbrezza. L’ossimoro dilagava, more and more (alla Joe, quello di all you gotta say is please stay…). E Lorenzo ci stava.

   «Lorenzo, ricorda: la religiosità si fonda sull’esperienza di qualcun altro, ma la spiritualità affonda nella tua esperienza. Che è vita: si chiama ‘esperienza’, perché va oltre il perire. E la tua esperienza è evidenza. È gnosi. Intesa come conoscenza mistica, spirituale e pratica. Luce. Illuminazione. Gesù era spirituale, ma anche laico: il suo regno non era di questo mondo. Ma l’ha portato qui, perché chiunque potesse fruirne. Il volo verso la trascendenza non uccide l’immanenza, ma gli dà slancio, nuova vita, piena, libera, giocosa ma fattiva. Art and craft. Gesù Cristo ha portato il cielo in terra, e la terra alle stelle! Ma solo se tu lo vuoi, se accetti il dono. Altro che teocrazia o vaticanismi vari. Lui sì che era il Vate! E che vita… Piena, non vuota. Vita autentica, Cura, ma senza angoscia, con e oltre Heidegger (e Battiato, again). Sopra Sartre. Gesù era controcorrente, remava contro i religiosi, camminava sulle acque, water-proof...»

   Gaia si fece sempre più donna.

   «Cristo, sapienza di Dio: il primo nome, esplicito, di Cristo – Sapienza/Sophia – è al femminile. E chi, se non delle donne, sono state i primi testimoni del risorto? Pensa, Lorenzo, questo avveniva in un tempo in cui la testimonianza femminile non valeva nulla. Tra parentesi, questa è una delle ‘prove’ della veridicità dei Vangeli: il fatto di aver riportato la ‘voce delle donne’… Di’ alla Sapienza: tu sei mia sorella – così è scritto nei Proverbi: Gesù, tuo fratello, tua sorella… Per rimanere nell’ambito del parentado, la Dea Madre – risorta dalle ceneri tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo – dà corpo, invece, sotto le sembianze di Maria (o Maddalena, per essere più chic, e choc), all’energia che promana dallo Spirito, quasi un’ipostasi al femminile di Dio: lo Spirito Santo altra non è che la Ruah, la dynamis divina; sullo stesso piano di Dio, e di Cristo, della stessa essenza, ousia ed exousia. Dolce come una colomba, ma più esplosiva – dynamis – della tanto declamata Kundalini. Sono circa cinquecento le cattedrali, i duomi, le chiese, di quel periodo, dedicate, involontariamente, allo Spirito Santo (il diavolo faceva le pentole, Dio i coperchi…). E nelle prime chiese, chi trovavi? Donne. Profetesse nell’Antico Testamento: Myriam, Deborah, Hulda – la prima, capo-popolo; la seconda, giudice e condottiera; l’ultima, profetessa e riformatrice religiosa. Ministre, diacone, apostole, predicatrici, abbondano, nonostante quello che si pensi, nel Nuovo Testamento. A cominciare da Tabita e la sua diaconia, poi le quattro figlie di Filippo, profetesse. E non dimentichiamoci di Evodia e Sintiche, collaboratrici di Paolo nel divulgare l’evangelo, di Priscilla e Febe, responsabili di chiese. Tutto questo, come vedi, anche ai tempi di Paolo, e testimoniato proprio da lui, presunto misogino (e qualche volta lo era). E che dire dell’episcopa – vescova – Theodora, immortalata in antichi affreschi: hanno tentato di cambiarle sesso, trasformandola in Theodorus… Come, del resto, hanno fatto per secoli con Giunia, l’apostola compagna di prigione dello stesso San Paolo: solo ora il ‘maschio’ Giunio (così nelle vecchie versioni della lettera ai Romani – e ne troverai di donne di potere, ‘dinamiche’, finanche ‘donne-pastore’, in quest’epilogo epistolare ‘femminista’!), solamente ora, dico, Giunia, costretta secula seculorum in abiti maschili, si è ripreso – ha strappato… – il suo vero sesso.»

   Gaia mimò platealmente l’ogiva femminista e chiosò.

   «In ogni caso, le donne vanno ben oltre lo stereotipo Maria versus Maddalena, oppure: vergine, madre, fata, strega, principessa in cerca del pisello…»

 

 


 

lunedì 15 febbraio 2021

HOMO IMAGO DEI (prima parte)

HOMO IMAGO DEI

(prima parte)

Oggi, sempre pescando da Gocce di pioggia a Jericoacoara, ecco qualche perla di Teologia (con un po’ di sabbia).

Come al solito il dialogo sottende (o intreccia), al di sotto del chiacchiericcio quotidiano, contenuti “esistenziali” di vario genere, per il colto e l’inclita.

    Don’t matter what I do… La radiolina portatile sversò il suo contenuto (la ragazza che nel passare sfiorò le loro teste era – incredibile a dirsi – evidentemente anche lei a corto di iPod), facendo regredire di un ventennio Lorenzo. Quando, sparapanzato sulla sdraio, col libro di rito a proteggerlo dal cicaleccio di bordo piscina (olimpionica, quella della Pugnochiuso doc), galleggiava tra le righe cartacee e le onde degli Style Council, increspate dal vento dell’altoparlante, per poi annegare tra i marosi dei Prefab Sprout e i cavalloni degli Everything but the girl, risucchiato dai gorghi dei mitici Smiths al suono delle ‘sirene’ degli Swing Out Sisters (con la charmant Corinne, the only girl) o dei giulivi Bronski Beat (tra ‘sophisti pop’ e soul funky, che tempi… altro che banali gli anni ‘80! – almeno riguardo alla musica).

   «Torniamo a galla, small town boy – Gaia risalì con nuove perle –, non dimenticare che quella di Adamo era una original blessing – uso qui la terminologia di Matthew Fox – che da allora sempre convive con l’original sin. Noi siamo sì vasi fragili, ma anche immagine di Dio, icone del divino. Ricorda il detto rabbinico: “Fate strada, fate strada, fate strada all’immagine di Dio…”»

   Ancora un'altra breve sosta, un bacio volante e…

  «Ben presto Israele abbandonò il regime teocratico, non trovandolo di suo gradimento, preferendo sottostare a una monarchia umana, ritenuta (a torto) meno severa e (non sempre a ragione) meno influenzabile. Dio, però, sempre sensibile ai bisogni dell’uomo, individuò un compromesso tra i Suoi desideri e quelli umani. Dio è infatti un Dio in progress (che convive col Dio in stasi, il ‘divino fondamento’). Un Dio in estasi… E un Dio di relazione. È il divino Eros. Un amante geloso, ma che sa perdonare. Un Dio goloso, sobrio, ebbro, ma mai esoso. Leggiti Amos e Osea. Anzi, tutti i profeti. Troverai un Dio carne e sangue. Un Dio che soffre della lacerazione del tessuto cosmico, dello strappo tra Lui e noi. Tocca a noi ricucire, suturare la ferita. Ma non con le nostre opere, perché infetteremmo la piaga… Piuttosto, con la fede, con la conoscenza – quella intuitiva, ‘gnos(t)ica’ – con il nostro sì al Suo appello, alla Sua grazia, alla Sua misericordia. A dir il vero, Gesù, squarciando la ‘cortina’ del ‘tempio’, ha ricucito lo strappo cosmico, ma i tanti piccoli strappi individuali, le piaghette, quelle che rischiano di andare in suppurazione, tocca a noi, con la nostra fede, ricucirle. Ma è Lui a donarci la fede. La fede è un regalo. Tempo di regali e di sorrisi sinceri. Cristo ci attira a sé e noi dobbiamo farci cullare dalle sue onde. Non cercare di andare controcorrente (almeno nello Spirito, quanto al mondo sta a noi scegliere), se no rischi di affogare. E poi, sai lo sforzo… In ogni caso, Lui ci porge la sua mano. Lui va controcorrente (Dio può andare anche contromano – a fari spenti, occhi chiusi…). E ci corre incontro. Ma ci vuole liberi. Per questo, in un certo senso, Dio è ‘distaccato’ dal mondo. Ci lascia liberi, ma c’è la sua ‘cura’. C’è ‘relazione’. Per usare un’espressione di Giorgio Tourn, pastore e pensatore valdese: “Per noi, uomini e donne, Dio è il massimo della relazione con il minimo della costrizione.” Dio ci vuole liberi, fa sì che le cose evolvano nella libertà, ma …c’è la sua cura (non mi stancherò mai di ripeterlo). C’è un logos dietro lo svolgersi dell’esistenza. E passione, istinto, pulsione. Anche la cosiddetta ‘evoluzione’ è frutto più di inter-relazione, trama, che di lotta. Il pathos di Dio è il ponte gettato tra Eternità e Tempo. Lui è sceso nel Tempo, vive fuori di noi come Re e tra noi come esule. Dio è nato in esilio… Dio è sia gloria, Kether, sia abbassamento, kenosi. È immanenza divina: Shekhinah, la ‘veste divina’ che ricopre la sua ‘gloria’, che altrimenti ci abbacinerebbe… Vive fuori dal Tempo, nel Tempo e col Tempo. Sempre triplice! E fuori dal ‘tempio’…»              

   Gaia aveva fermato le lancette del tempo.

   «Ebbene, Dio fece, ancora una volta – salto triplo –, una scelta teo-democratica: il Regno di Dio si sarebbe insediato tra gli uomini nella forma più democratica possibile e a capo ci sarebbe stato Suo figlio, dapprima in forma umana, poi…»

   Poi, improvvisamente, la gaia fanciulla frenò di colpo e imboccò un ‘tratturo’.

   «”L’uomo è due uomini contemporaneamente: solo che uno è sveglio nelle tenebre e l’altro dorme nella luce.” Gurdjieff ti ha insegnato che l’uomo vive in uno stato di sonno ipnotico (oppure, sveglio nelle tenebre, per dirla con Gibran). In una condizione di meccanicità, in ogni caso, sempre sotto l’influsso dell’accidente che ne condiziona l’agire. E solo acquisendo la consapevolezza del suo vivere dormendo sentirà l’esigenza di svegliarsi. Questo è possibile, dice Monsieur G., solamente con opportuni shock, ai quali, però, l’uomo finisce presto con l’abituarsi: quindi, se non è sostenuto da un’apposita guida, finirà col dormire di più e meglio di prima, magari convinto di essere sveglio… Ebbene, qui c’è più che Gurdjieff, c’è Gesù, il mio Monsieur G., e il suo Regno della libertà e della consapevolezza; c’è lo Spirito Santo, e il grande oceano dove tuffarsi per risvegliarsi e tornare ‘vivi’ sulla terraferma…»

   La lectio divina non era però ancora conclusa. Di nuovo sulla strada maestra.

   «Tu sei ancora all’interno di te stesso, come racchiuso dentro una sfera. Ora la vedi concava. Appena ne uscirai fuori, la vedrai convessa. Solo allora le tue mani scorreranno più facilmente sulla tua vita, sul mondo, su ciò che ti circonda e che tu circonderai. Occorre che tu, Lorenzo, esca fuori di te per poi rientrarvi e ritrovare la tua essenza: in questo modo vedrai sia il concavo sia il convesso. Sì, occorre che tu abbracci e che ti lasci abbracciare. C’è bisogno di un cambiamento di punto di vista – cambiamento ‘locale’ – e poi di un cambiamento ‘modale’, di attitudine: è necessario che ti spogli della tua personalità e – te l’ho già detto, citando Eckhart – corra nudo verso la Verità. Che ti ricordi di Dio, che ritrovi Dio nel profondo del tuo essere, una volta annientata la mente-computer. Con quest’ultima, cui da tempo, troppo tempo, hai coabitato, non fai altro che separare, contrapporre una cosa all’altra. Invece, tutto è collegato, l’uno è trino, e la trinità riassume e ricapitola la molteplicità. Se l’Islam, come sai, è unità senza diversità, il Postmoderno è diversità senza unità. Entrambi navigano a vele spiegate, ma sono fuori rotta e, quando vi rientrano, è solo perché si rimettono, sia pure inconsciamente, sui binari della trinità, o comunque della molteplicità dell’Uno: pensa solo al Sufismo, o alla stessa Qabbalah…»

   Gaia fece dei buffi gesti, mimando divertita un accenno di danza orientale.

   «Nell’Islam, forza della ragione, malgrado alcuni picchi di spiritualità, tutto è centrato sulla potenza e la volontà di Dio, dell’uomo sull’uomo. Certo, non è in sé religione di violenza (se non nelle derive ‘fondamentaliste’), ma di sottomissione. È religione del Libro, della Parola, eterna e non creata, lì dove il Cristianesimo è più ‘corposo’: la sua Parola non è tanto la Bibbia (solo scrittura ispirata) quanto una Persona, un Uomo: Gesù Cristo. Sì, il figlio di Dio e fratello dell’Uomo, il boss che serve… (sia nel senso che è ‘utile’ sia che è ‘a nostro servizio’). Per l’Islam il Corano è il fine, Muhammad il mezzo, mentre per il Cristianesimo è Gesù lo scopo ultimo: la Bibbia è solo il mezzo (ma senza il terzo – lo Spirito Santo – resta lettera morta). E poi, è vero che Allah è Dio di giustizia e pietà, ma quello che manca nell’Islam (salvo le tante eccezioni dei credenti bona fide o sufi e simil-sufi) è l’Amore. Non l’amore particolare o generale, quello c’è, eccome, ma quello relazionale, nel senso più profondo. Un Dio ‘monade’ non è in grado di amare, se non da lontano (manca di vere relazioni) e, non essendo Egli un Dio-persona, neppure noi, fatti a Sua immagine, saremmo persone… Sembra duro, ma la verità è una roccia! Nel secondo caso, il Postmoderno, la de-costruzione porta alla distruzione di ogni valore certo e, quindi, alla mancanza di stabilità: tutto è disintegrato… Ma ciò impedisce – gli uomini e le rovine, ti cito il tuo amato Evola, ma non dimentico Spengler e Guénon – di avanzare lungo la via verso lo Spirito: solo l’individuo assoluto, sciolto ma integro, non disintegrato ma differenziato, può dissolversi in Dio pur restando intero. Come dice Raimon Panikkar (al risentirne il nome Lorenzo iniziò quasi a levitare, e anche un po’ a lievitare), l’esperienza di Dio richiede il nostro intero essere e il nostro essere intero. Per iniziare o riprendere questo ‘percorso’, occorre dapprima rilassarsi, ‘svuotarsi’. Tu pensi troppo, Lorenzo, è importante che tu sospenda, anche traumaticamente, l’attività della mente, che tu mandi alla discarica i pensieri: solo così si apriranno i centri sottili, il tuo vero cuore, la tua essenza…»

   Gaia si alzò, levò le mani al cielo e, dopo un attimo di sospensione, le impose sulla testa di Lorenzo:

   «Entra nel Soffio, nella Ruah, nel Vento...»    

 


 

venerdì 12 febbraio 2021

MAÎTRES À PENSER


                               MAÎTRES À PENSER

 Oggi post radical-chic. Ma nel senso migliore del termine: radical nel senso di ritorno alle radici (del pensiero novecentesco) e chic/choc per alcuni versi – almeno per la vulgata. Tratto, come è d’uopo, da Gocce di pioggia a Jericoacoara (più che gocce, un acquazzone…).

   Out of the block. Volevano entrambi uscire dal ‘ghetto’ (in lei ‘alto’: radical-chic; in lui ‘basso’: piccolo-borghese) e relazionarsi alla totalità del mondo (non solo quello recluso tra le quattro mura del ‘sistema’). Non per essere succubi o complici di esso, ma per poter dialogare a tu per Tu con la ‘Forza’ e poi ridiscendere (o risalire) sulla terra, per ri-plasmare il proprio Sé (il micro-mondo) e il proprio intorno (noi, voi, loro, il macro-mondo).

   Can you feel the force? Uno slancio metapoietico (e poetico, anche alla Baudelaire – trasgressione e lenzuola disfatte non guastano mai) verso la comunità e, ancor più, verso la psiche collettiva (genius loci e anima mundi). Una tensione (non stress) trans-umana – cosmoteandrica verrebbe voglia di dire (alla Panikkar) – verso il valore, l’onore, l’eroismo (l’erotismo, specie in Arianna), la Bellezza e l’Amore. Virtù virile, fede femminile (con possibile scambio delle coppie). Eros più che Agape, una volta tanto, contro le forze gravitazionali – e disgregatrici – della banalità, della bassezza, del ressentiment…

   Do you think I’m Sexy? Amazzone più che ninfa, Arianna andava più sul pragmatico (ma era sempre sexy). Non per niente era una cultrice, marxisteggiante (soft), della scuola di Francoforte. Anche se Lorenzo (più ‘sufi’, ma anche lui sexy) le aveva fatto apprezzare l’’eretico’ ex francofortino Elémire Zolla. Sia pur prendendolo con i ‘guanti’ (lei in questo era sempre un po’ sulle sue). Quello – tra gli spiritualisti vari, new-age o pentecostali, che Lorenzo ogni tanto le propinava – che più l’aveva colpita. Anche perché più colto, più profondo, più intrigante. E poi non era new-age, era un ‘filosofo perenne’. Uno scavatore, uno speleologo, un subacqueo, dell’anima. E delle anime. E per questo Arianna si era tuffata, senza bombola d’ossigeno, in qualche suo saggio. E aveva rischiato l’embolia (spirituale).

   Già allora l’Atalanta venuta di corsa dall’Arno scoccava saette a seno nudo. E non solo ora che si era imboscata tra Amazzonia e Atlantico. Si era fermata per raccogliere tre mele d’oro: Zolla, Heidegger e, fuori campo, Cristina. A chi, tra i compagni borghesucci e imbolsiti, le chiedeva il perché di questo suo interesse così politicamente scorretto, almeno per i corifei del pensiero imperante, lei rintuzzava estraendo dalla faretra i dardi dello Zolla angry youngster, contestatore alle prime armi allineato al coro della scuola di Francoforte – di cui lei era una (virtuale) discepola a distanza (anche temporale). Un po’ per virtù scolastiche (insieme a Heidegger, i ‘francofortini’ formavano la piattaforma critica e teorica del suo vivace esprit architectural), un po’ perché il su’ babbo gliela inculcava sempre (la scuola francofortina, insieme a Marcuse, Freud e Sartre).

   Sì, il mitico Jean Paul, suo eroe giovanile, “l’imprenditore di filosofia, di letteratura, di politica … si sente in Sartre la carenza di una necessità interiore.” Sì, lei amava Sartre, ma anche Baudelaire (che non garbava punto a Jean Paul). Alla fine al duo associò Camus: chiodo scaccia chiodo. In ogni caso, lei, come Lorenzo del resto, non era inchiodata alla tradizione filosofica ufficiale, in nome del primato della vita (parola di Adorno, filosofo ‘ufficiale’).

    E così, dopo aver (as)saggiato il ‘cattivo’ maître à penser Elémire – ma la ‘mela’, in fin dei conti, gliel’aveva passata Lorenzo (scippata a Cioran: in quanto a ‘eretici’, il nostro, non se ne faceva scappare uno) – la ‘contestazione globale’ di Marcuse, Adorno e compagni cominciò a sembrarle un mero e vuoto esercizio di acrimonia (e grammatica). Noioso, nauseante. Privo di un vero orizzonte alternativo (sorvoliamo, per non dare il ‘destro’ ad altri commenti, sui salti di gioia di Lorenzo, sempre pronto a spingere su Julius Evola, Giorgio Locchi – un altro degli ‘sconosciuti’ cui l’aveva iniziata – e camerati d’ogni nuance: ma black is black…).

    Nuove frontiere che Zolla (e il suo destriero, Lorenzo, al seguito) aveva trovato nei luoghi dell’anima, territori di cui ben poco Arianna aveva sentito parlare in casa (tranne che in occasione di qualche sortita della mamma – d’altronde era pittrice), in facoltà e nel suo giro di amicizie (salvo quando entrò nei pascoli celesti di Lorenzo: la solitudine dei numeri primi). Sempre un po’ sulle sue, però. Nondimeno, i ‘vagabondaggi’ metafisici di Elémire la trovavano spesso cameratesca sua compagna di viaggio. Così pure le sue ‘meditazioni’ e il suo ‘stupore infantile’.

   Di sorpresa in sorpresa, ecco entrare in scena uno dei grandi (strani) amori di Arianna: Cristina Campo, la Simon Weil italica, la scopritrice della valenza teofanica del momento estetico, aristocraticamente pregna di Upanishad e mistica. Complice nel presentargliela (virtualmente) sempre lui, Elémire Zolla (oltre che il Lorenzo del periodo lefèbvriano), il quale, da mistico sensale, dovette assistere – magnifique – prima al coup de foudre, fuori campo, della sensuale Arianna per Cristina e poi alla sua ‘fuitina’ nelle lande del ‘sacro’ e del ‘mistero’. E durante i ‘pellegrinaggi’ nei territori vergini dell’anima (e dello spirito: Lorenzo le aveva spiegato che erano due ‘entità’ distinte), un’ulteriore, sconvolgente, scoperta: il ‘dionisiaco’. Che Arianna celava da tempo infagottato nel suo intimo, del quale forse sospettava l’esistenza, ma di cui non conosceva il ‘nome’ (e il ‘numen’).

   E di balza in balza, il rinvenimento fortuito (o ‘forzato’ da Lorenzo) degli ostraka seppelliti sotto il terreno corticale del pensiero dominante: i frammenti di coccio di (più o meno) ‘cattivi maestri’, come Nietzsche (sì, proprio lui, il ‘cavallo pazzo’; e pensare che il primo ‘maestro’ di Arianna – il marxista Georg Lukács – si era impegnato a fondo nell’illustrare la “distruzione della ragione, da Nietzsche a Hitler”…). E poi, Benn, D'Annunzio e Cioran, in casa ostracizzati (salvo qualche ‘sinistro’ addomesticamento – lo stesso Heidegger era guardato con ‘maldestro’ sospetto: d’altronde non era stato il suo Lukács, il feroce Realpolitiker, l’’inquisitore’, il messaggero escatologico del nuovo eone, a bollare ex cathedra Heidegger, il leone, come “capofila del tenebroso esistenzialismo fascista”?).

   Sempre con la guida del suo personal guru – Lorenzo – il ‘fascista’ (immaginario) dal ‘cappuccio’ rosso (per lui il fascismo era una fase storica conclusa, però gli serviva come sfondo di riferimento, ma anche come trampolino di lancio per nuove avventure mentali e di vita. E poi, non si sa mai, poteva essere ‘rifondato’…). Lui che le aveva fatto conoscere, dulcis in fundo, l’amarognolo Ezra Pound, approfittando della passione giovanile di Arianna per Jack Kerouac e invogliandola con le parole di un suo personaggio: “Pound era un buon diavolo, anzi, il mio poeta preferito.”

   Due le squadre in campo: Marcuse, Sartre, Aragon, Lukács, Eluard, Neruda, contro Pound, Drieu La Rochelle, Brasillach, Jünger, Benn, Céline. Ma ecco infilarsi, tra angeli e demoni, anche il liberale Aron, quello che aveva profetizzato, contro ogni utopia sessantottina e catto-comunista, la deriva ‘chic-buonista’: “La simpatia testimoniata ai delinquenti più che alle vittime, la riduzione del numero e della severità delle azioni penali, la messa sotto accusa della società, colpevole per definizione, e non dei criminali.” Senza lontanamente immaginare che si sarebbe arrivati al ‘ma anche’…

   E per battere anche nuovi sentieri (ma dove portavano?), lo sciamanesimo di Castaneda – anche questo osservato dal suo entourage con, ancor più, legittima suspicione – fino alle esperienze estetiche-estatiche d’ogni tipo, incluse – orrore! – alcune varianti borderline pentecostali (in questo imboccata, come sempre, dal famelico Lorenzo, che lei, per scherzare, ogni tanto chiamava Loren Zollà).

   Infine, entrambi, lui e lei, nel tentativo di abbattere, una volta per tutte, la barriera tra la dimensione materiale e quella del ‘sogno’ (spesso coincidente con quella dello spirito, che, durante la ‘veglia’, sembra dormire), tentarono l’Aistesis (l’ebbrezza delle sensazioni) e l’Estasis (la vertigine spirituale dell’anima che si affaccia sui territori della trascendenza). E poi (gli esami non finiscono mai), l’aurora nicciana e il tramonto spengleriano. Abbinamenti spesso riusciti nel loro ambito di coppia. Prima a corrente continua (si comprendevano, ma non sempre concordavano), in seguito a corrente alternata, con qualche caduta di tensione e, qua e là, dei black-out (non si con-prendevano più, né si prendevano).

    Infine, qualcosa scoppiò…

 

 

 

 

lunedì 8 febbraio 2021

IL CAOS HA PARTORITO LA SUPERSTAR DANZANTE

IL CAOS HA PARTORITO LA SUPERSTAR DANZANTE

”La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini: il mondo non la riceverà in altra maniera. C’è una rigenerazione e un’immagine di rigenerazione. Ed è veramente necessario che si sia rigenerati attraverso l’immagine…” (dal Vangelo di Filippo)

“Gesù disse loro: Quando farete di due uno e quando farete che l’interiore sia come l’esteriore e l’esteriore come l’interiore, e ciò che sta sopra come ciò che sta sotto, e quando farete che maschio e femmina siano una sola cosa, così che il maschio non sarà maschio e la femmina non sarà femmina, e farete che occhi siano al posto di un occhio, e una mano al posto di una mano, e un piede al posto di un piede, e un’immagine al posto di un’immagine, allora entrerete nel Regno.(dal Vangelo di Tommaso)

Verità, simboli, immagini… L’architettura è la materializzazione (tekton) del principio (arkè), è il rivestimento dell’idea (la verità). E come si sa, l’abito non serve solo a proteggere dal freddo, ma è anche esibizione di sé… È quindi naturale (è nella natura delle cose) che, a fronte di tanta architettura (o solo edilizia) ‘organica’ o comunque eteroreferenziale, ci siano architetture autoreferenziali, egomaniache, de-contestualizzate, sempre diverse le une dalle altre ma tutte eguali nell’impossibilità di poter trovare un criterio di giudizio se non di tipo esclusivamente individuale” (Pietro Pagliardini – in “La crisi dell’archistar”, su Architettura Moderna).

Architettura ‘bella’, architettura ‘brutta’? È nella natura delle cose… Il problema è che, mentre un vestito lo si può togliere o eliminare tout-court, l’architettura ha anche, e soprattutto, un corpo e l’eliminazione del suo ‘vestito’ quasi sempre non risolve il problema: l’impatto visivo e la risonanza di un ‘fatto’ di architettura che sia disturbante può avere effetti, non solo sul singolo passante o utente, ma anche, e soprattutto, sull’immagine e sull’idea di città; e il genius loci, sempre in allerta, può reagire rigettandola – a livello subliminale ciò può incidere negativamente in chi frequenta certi luoghi, sommandosi così al disturbo percettivo e somatizzandolo.

L’unico fatto positivo, sempre per dirla con Kevin Lynch, è che un’architettura ‘esibizionista’ può fungere da riferimento e orientamento, essendo un oggetto dello spazio identificabile anche a distanza.

Fatto è che l’architettura è soggetta anch’essa all’unità triadica, e per questo conflittuale, tra Super-Io ed Es, ossia tra continuità e discontinuità nel tempo e nello spazio (integrazione o dis-integrazione nel tessuto urbano), con l’Io che dovrebbe fungere da ars combinatoria, nel tentativo di contemperare la ‘fuga da’ (fuga dalla ‘storia’, dalla Tradizione’, dall’usuale ecc.) con l’’accanto a’ (contestualizzazione, integrazione).

Diceva Pierluigi Nicolin (in Lotus 1984/2): “L’architettura contemporanea va alla ricerca della figurazione, in aperta polemica con l’astrattismo degli anni passati; ma questo avviene in quella circostanza che Lyotard ha chiamato la fine delle grandi narrazioni. Per l’architettura si verifica un’altra più specifica circostanza, che possiamo chiamare la fine della progettazione per modelli (nozione spesso confusa con quella della tipologia). Una fine confermata anche dai progetti di architetti che, per essere legati a questo concetto, sono costretti dai fatti a realizzare i loro edifici come unità infrante …”

Firmitas, utilitas, venustas, propinquitas… Fine dei ‘modelli’, destandardizzazione, unità infrante.

La casa romana fu l’esito di complesse sedimentazioni e di ri-definizione o ri-orientamento del significato stesso di ‘abitazione’. Ulteriori sedimentazioni e articolazioni hanno attraversato tutta l’architettura fino a oggi, in un connubio, non sempre felice ma comunque vitale, tra mythos e logos (il mito tace, il logos parla).

Parole e silenzi, idee senza parole… Il mito è il vivaio delle idee d’architettura, in quanto racconta sempre la stessa cosa – essendo la matrice di ogni forma culturale e simbolica, con forte valenza estetica – ma in modo sempre diverso. Il logos, logos endiathetos – discorso interiore – e logos prophorikos, è il tentativo dell’idea di farsi evento.

Il mito è il ‘silenzio’ dell’architetto che, nel farsi parola, provoca la scintilla (il  ‘fiat lux’/Big Bang) che muta il Caos in Cosmos (il caos – nel ‘cuore’ dell’architetto – partorisce la stella danzante). Ma sempre più spesso si sentono balbettii, o urla…

Cade il Grande Stile, o lo stile tout-court basato sulla concinnitas (armonia, simmetria, equilibrio, eleganza, bellezza, proporzione). E si batte la via della ‘dissoluzione della totalità’ e della sua ricostruzione ‘soggettiva’, caotica, disorganica (pur con la pretesa di puntare a un presunto organicismo, ossimoricamente disorganico, della natura): ciò può partorire il ‘monstrum’ (nel senso, latino, di prodigio – i non molti capolavori in circolazione – o, forse più spesso, di mostro vero e proprio, nel senso comune del termine).

Ma perché tanti monstra? Dimostrazione di bravura o desiderio di migliorare il mondo? Esibizionismo dal basso o lo Zarathustra che scende dal mondo a portare i suoi doni? Più che altro, il desiderio dell’architetto contemporaneo di abbracciare anche nel più breve brano la totalità del mondo.

Se la sintesi medioevale lasciava spazio alla differenziazione (il tutto nel frammento) e la modernità assumeva la totalità indifferenziata, riflessa nel progressivo depauperamento e sradicamento dell'individuo (la sua dis-animazione) – mentre il post-modern tutto dissolveva (e continua a dissolvere), in una tiepida liquidità scongelante –, il nostro tempo (post-liquido? sublimato?) cerca una nuova solidità sublime in costruzioni sempre più decostruite (penso al mio amato Frank Gehry), in un funambolico vorticoso tentativo di ri-creare un nuovo ordine (s)oggettivo, frantumando così l’idea progettuale in un fantomatico (fantasmatico, talvolta fantastico) flusso di segmenti di realtà.

In una società (post)liquida come la nostra l’architettura rischia, dunque, di perdere la sua solidità, senza per questo sublimarsi. Per dirla alla Spengler: idee senza parole è l’unica cosa che garantisce la solidità dell’avvenire”.

Educare l’uomo è impedirgli la “libera espressione della sua personalità” reagisce Nicolás Gómez Dávila, dall’alto della sua ‘turris eburnea’. Nondimeno, incatenando l’architetto, ‘educandolo’, si avranno città forse vivibili, ma senza respiro ‘sacro’. E io – e qui sto con Dávila respiro male in un mondo non attraversato da ombre sacre…