martedì 15 gennaio 2019

METÀNOIA – TUTTO IL RESTO È NOIA…


METÀNOIA

TUTTO IL RESTO È NOIA…

Sentiva nella ghianda dell’anima che c’era something new in the air. Qualcosa di nuovo stava per accadere: su di sé, intorno a sé, dentro di sé, sentiva good vibrations. Sentì vibrare il nucleo, il cuore, l’antro sotterraneo che si celava dentro: un desiderio violento lo pervase, come magma pronto a eruttare che la crosta esterna comprimeva, tratteneva, faceva muraglia tutt’intorno. Bramose voglie in cerca di un significato, aneliti vulcanici, ma spesso degradati a basic instincts senza profondità vitale. 
Nondimeno, dal mondo del sogno – il Tjukurrpa aborigeno in cui spesso si rifugiava, e da sempre (già nel ventre materno – così gli sussurrava l’Io subliminale) – più di una volta era riuscito a tirar fuori il ‘nucleo immaginale immanente’ (frase a effetto esplosa da Lorenzo in una delle conferenze amatoriali del suo periodo rosa), cioè la qualità ‘numinosa’ che lo sottendeva. In pratica, aveva dato corpo (nel vero senso del termine) ai voli della sua immaginazione.
Quel bisogno di creatività, di fuga dal mondo, di fantasie da realizzare, che può creare sia il gigante sia il mostro. Ma Lorenzo non era riuscito a essere né l’uno né l’altro; se non a sprazzi o, nel migliore dei casi, in maniera discontinua, frammentata. Arenato, frenato, appesantito dall’io sociale che non lasciava correre il suo io reale. Eppure la voce tiranna Krishnamurti dixit – gridava...
E come strillava! Munch… Sussurri e grida. Un urlo sul ponte. 
Ginsberg… che urlo! Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…” Anche Lorenzo arrancava, ma senza strillare. Non più nero di rabbia. Solo frenato. Senza remi, con molte remore. Ramingo.
Freni interni ed esterni. Per rompere i quali, e catapultarsi nella vita, aveva cercato – pensando che fosse lì il problema – d’integrare il puer con il senex (quest’ultimo, in lui, pressoché assente), affinché si riconciliassero e passeggiassero insieme. Ma il fanciullo aveva avuto sempre la meglio.
Aveva, infine (passo decisivo), compreso che il suo malessere esistenziale derivava da un bisogno inespresso di esplorare le contrade del mondo dello spirito, le città invisibili: un mal-essere che solo un rivolgimento completo del suo essere, una metànoia, avrebbe potuto dissolvere…
(Tratto dal mio romanzo “Gocce di pioggia a Jericoacoara”)

Bene, sei a passo dalla metànoia: tutto il resto è noia…

domenica 13 gennaio 2019

MILLION DOLLAR BABY (cover)


(cover)
La filosofia mi tira, la teologia mi attira, la psicologia mi attrae, la spiritualità mi atterra… (mi atterrisce, ma di terrore sacro). E la fede mi porta in alto.
Il Terribile è accaduto!
Pistis SophiaFede e Sapienza: la Tradizione che non tradisce…
Ho rivisto Million Dollar Baby e ho compreso una volta ancora che la vita bisogna afferrarla, per poi lasciarla andare sulle onde dello Spirito. Anche se tutto questo può portare, in taluni casi (il film ne è un esempio), a una momentanea fine, forzata da una ferma volontà d’indomita rassegnazione: un tranciare il filo dell’esistenza, dopo aver cavalcato la tigre, affinché dall’existenz minimum si passi alla massima vita.
E se ciò – il forzare il passaggio oltre il velo, squarciandolo – può non essere moralmente plausibile, so pure che la Sua benignità dura in eterno…

La ragazza da un milione di dollari (Hilary Swank/Maggie) mostrava una sua fede, sia pure apparentemente aliena dallo Spirito; così pure i suoi coach (Clint Eastwood/Frankie e Morgan Freeman/Scrap sullo schermo – digiuni, forse, di PNL nella ‘carne’, non di certo nello ‘spirito’). Una ‘trinità’ che ben rappresenta ogni tri-unità ‘corpo-anima-spirito’, nei suoi complessi intrecci e intersezioni (l’olismo che supera ogni mera unità).
E poi, il quarto (con e oltre Jung): lo ‘spettatore’, che ben comprende che la profondità della Realtà è ben oltre la superficie (in sintonia, anche non avvertita, con l’essenza del messaggio di Cristo, ri-soffiato continuamente, di età in età, di luogo in luogo, dallo Spirito Santo – lo Spirito è Dynamis).
Come tale può sembrare contro la nostra ‘morale’, per quanto buona e morale possa apparire… E se addentiamo il ‘frutto proibito’ (la ‘mela’, il ‘pomo della discordia’) male ci coglie; ma è una felix culpa: non ci sarebbe redenzione, libertà, felicità, se non riuscissimo a liberarci dalle catene per correre verso le vette. Ma Dio è Colui che ha creato anche la “mela” e Lui può usarla a suo piacimento!
Qui mi fermo (lascio che io mi riposi e altri vadano ‘oltre’); in mia vece, lascio che alcune Gocce di pioggia a Jericoacoara (il mio romanzo) vi bagnino. Purché non vi raffreddiate...

“E come dicono piacesse a una fanciulla svelta il pomo dorato che le tolse l’impaccio della sua ritrosia, mi piace.” Di morso in morso, sempre più vicino al torsolo… Lorenzo, dimentico della Genesi (e memore di Catullo), clonò il suo sorriso: solo allora si rese conto – forzando un po’ i tempi – che due incontri casuali in così breve tempo facevano bingo (più che ambo) nel campo delle leggi statistiche (che lui ben conosceva, da un esame marginale del suo piano di studi) e che si accingeva a rientrare, per l’ennesima volta, nell’accidentato territorio di Jung e delle sue sincronicità. La situazione non era però impilabile in quella della piscina: l’intreccio di libro e gambe configurava uno scenario ben diverso.
«Conosci Laing? Mi riferisco a erredì Laing (Lorenzo calcò intenzionalmente sulle iniziali R. D. per giocarci un po’), il guru della pazzia...»
Scagliata la prima pietra, il tempo di un respiro, fatta una breccia nella muraglia, cominciò ad avvolgere (come non era solito fare) l’inerme fanciulla nelle sue spire.
«Sì, il guru: beh, sai, la posizione del loto stimola!»
Lorenzo non riuscì a trattenere la banalità intellettualoide, arrotando pure la erre, ma la ragazza valeva ben una messa (...in moto, di ogni sua risorsa).
«Touché!» lei di rimando.
Ormai il contatto era on – l’anglicismo è qui d’obbligo in onore di Ronald – e la luce si accese su (e in) entrambi. Non particolarmente vivida, ma più che sufficiente a illuminare per una decina di minuti il percorso tra lo psicanalitico e lo spirituale che si era inaspettatamente avviato, complice Ronald David Laing, il guru scozzese dell’antipsichiatria, il mentore di Lorenzo.
«Di Laing, e parlo del ’68 – che qui da noi era poi il ’69, l’anno del mio debutto in una bollente Firenze (e dintorni, Pisa soprattutto) –, mi aveva colpito il suo approccio esistenzialista. Mi sembrava quasi un Sartre più nauseato del solito, ma ciò che più mi attraeva era il suo cotè metafisico, spirituale, al di là del velo.»
Il fiotto delle parole fu quasi orgasmico. Lorenzo poteva, finalmente, permettersi di parlare alto.
Era da un bel po’ di tempo che non usava il sermo compositus per titillare e avvincere, se non convincere, gli interlocutori (le ultime frequentazioni di chiesa, gente spesso alla buona, e quel che rimaneva dei suoi cerchi di amicizie avevano abbassato il suo ‘tono’). Lui amava la varietas e la mutatio. E riusciva a passare, in un battito d’ali, dal sublime al terra terra. Ma quel che più detestava era l’analfabetismo culturale, il balbettio o la logorrea senza ratio pneuma. E i palloni gonfiati. Ma soprattutto, i talenti sotterrati. Non riusciva proprio a comprendere come si potesse vivere senza cultural literacy. Lui valutava le case, e le persone, dalle loro librerie…
«Certo, Laing. Se non fosse stato per lui, anch’io sarei rimasta al muto cicaleccio quotidiano. Oppure, all’happy hour, al brunch, al grunge... Niente di male, per carità. C’è il tempo per i voli pindarici e quello per le scivolate e le bischerate (qui Gaia toccò le corde del Lorenzo alla fiorentina, già a mezza cottura…). Ma io, allora, e parlo di solo un paio di anni fa, volevo, non solo conoscere, ma sapere. Penetrare nelle cose. Coglierne l’essenza. Pistis e Sophia, fede e sapienza. Ed ecco che, in un incidente di percorso, andai a sbattere contro Ronald. Se sei pronto, il maestro non si farà attendere… E lui mi venne incontro. Come ti ho detto, più che un incontro, fu uno scontro. Uno sgambetto, un colpo a tradimento. Un deragliamento dal binario delle mie robotiche certezze. Prima robuste, poi indebolite. Se non fossi inciampata in Ronald, avrei continuato a bighellonare tra vetrine e display. Oppure sarei rimasta in sosta, al palo o da velina (il massimo immaginabile, ma c’è pure il minimo…), in quel grande parco-macchine che è il mondo. Magari girando e girando in cerca di un posto… Una gogo girl tra tanti gogo boys. Ma lui era dietro l’angolo e mi colpì alla testa.»
Gaia finse di massaggiarsi la tempia destra (il ‘cervello destro’?) e continuò la corsa, premendo l’acceleratore.
«Un libro. Sì, è stato proprio un libretto a cambiarmi la vita. A introdurmi in nuovi territori, inesplorati. Con strani abitanti. A farmi navigare su mari lontani, e pericolosi. Una cosa tra le cose, un volume affondato nell’oceanica biblioteca di Babele di questo caotico cosmo quotidiano. L’ossimoro che si fa emozione, la bellezza che dà ossigeno all’anoressica realtà, una flebo di vita ‘autentica’ per disintossicarsi dalla tisica quotidianità. Un libro trans contro l’anossia dell’esistenza. Spruzzi e sprazzi di vernice spray sul muro bianco della mia vita (anche se ho letto da qualche parte che “L’uomo è un foglio bianco, su cui l’ambiente e la società incidono delle linee precise). ‘La politica dell’esperienza’, il libro che tu ben conosci, trovato per caso (ma il ‘caso’ è il ‘cacio sui maccheroni’ della quotidianità) su una bancarella di libri usati, fu proprio una mazzata. Una scossa, in particolare la sua chiusa: “Se solo potessi convertirvi, condurvi fuori dalle vostre meschine menti, se potessi comunicare con voi, allora sapreste.” E io seppi, ma non mi fermai lì, andai oltre…»
Solo un attimo di sospensione, e poi la stoccata finale.
«A proposito, se incontri il maestro, abbraccialo, bacialo e poi… uccidilo.»
(...)

Un lampo, un flash-back nello spin del tempo: fu proprio alla svolta dell’ultima pagina del fatidico 1991 che – complice un ‘supporto’ umano (e un altro paio a far da ‘volano’) – Lorenzo si ‘risvegliò’, rientrando in sé come il figliol prodigo (pur non avendo vissuto, salvo qualche intemperanza – so’ ragazzi… –, alla maniera dissoluta di questi). Ma, passato il momento di lucidità, non sempre era riuscito a sfuggire al cappio dell’immancabile (sia pur sempre meno frequente) ricaduta, ripetutamente risucchiato dall’esistenza ordinaria.
Come un sonnambulo o, peggio, un robot, aspirato dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dai suoi desideri, dalle sue sensazioni, dalla bistecca che mangiava, dalla sigaretta che fumava, dall’amore che faceva, dal bel tempo, dalla pioggia, dall’albero vicino, dalla vettura che passava... Pur non rientrando appieno nella tipologia (comune, diciamo pure maggioritaria) dell’uomo sonnambulico, o eterodiretto, non sarebbe di certo sfuggito all’occhio levantino di monsieur Gurdjieff (anche se Lorenzo non fumava).
Fasi up e fasi down. Up nella sua volontà, down nelle viscere del suo subconscio. Qualche volta il ribaltone. Guai se il down esteriore fosse stato, abitualmente, in fase col down interiore… Che risonanza! Anzi, che dissonanza. Stonata: depressione, vuoto, oppressione, letargo. Ma ora i due up si erano riallineati e Lorenzo, sospinto fuori dalla caverna delle ombre vaganti, si era ri-risvegliato (se così si poteva dire) quel che bastava per continuare quel cammino sul ponte, così pieno d’intralci e intoppi (e scivoloni), che pure – così almeno gli era stato profetizzato anni prima – lo avrebbe portato verso una meta luminosa.
Un faro al termine della notte: da tempo premonizioni, intuizioni e segni vari (bagliori) gli avevano fatto intravedere squarci di un mondo ‘autre’, di un’altra dimensione della realtà. E una chiamata a una vita diversa...
“Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione ... Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario ... Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” Il viaggio alla Céline (anche se Lorenzo oscillava più tra Céline Dion e Dion Fortune, tra la cantante e l’esoterista) lo stava portando dal fondo della notte verso un’alba dorata. Lui che, come Salgari, suo compagno di fanciullezza, viaggiava soprattutto a cavallo della fantasia. Anche in questo cavalcava la tigre.
L’immaginazione al potere. E Lorenzo, immaginifico com’era, sarebbe certamente diventato re… Circostanze e coincidenze gli avevano dato delle indicazioni ben precise e lo stavano accompagnando, mano nella mano, talvolta con strattoni, verso la corona – Keter –, la ‘sfera’ più in alto sull’’albero della vita’. Oppure, anche senza scettro, nella giusta direzione. Giusta ma non ancora a portata di mano, o di vista (se non del terzo occhio: l’oculus fidei).
Se fino ad allora tutto era andato a rilento, ora ebbe, dentro di sé, la sensazione certa che tutto avrebbe cospirato a farlo andare, e quanto prima, verso la meta. Non solo quella eterna: già un primo traguardo – e che traguardo! (ma lui non lo sapeva ancora) – in questa vita. Saltando, zompando, cabalisticamente, dal tempo circolare – l’eterno ritorno – dei primordi al tempo cubico – lineare – del futuro: scagliato come un dardo verso il traguardo.
Morte, dov’è il tuo pungiglione? Dalla vita ‘muta’ alla vida loca. Dal Mito alla Storia… Ma sarebbe stato pur sempre un futuro ‘mitico’. Luminoso, gioioso, focoso. Vitale, vitalistico, pieno di slancio. Olistico. Senza più affanno e viso abbattuto. Non più come Caino. Al contrario, sarebbe corso verso la meta ridendo, danzando, con una mano verso il cielo e l’altra puntata verso la terra.
Dionisiaco e apollineo. Filosofo e poeta, avrebbe inghiottito il tempo in una folle risata. Non più l’Adamo scacciato dal giardino (si era forse scocciato?), Lorenzo, ma lo Zarathustra disceso dal monte (e come rimase scioccato!). Per lui, che nicciano era fino al midollo, diciamo pure fino all’ossimoro (e non nicchiava più), era giunto il momento (divino, malgré Nietzsche) di trangugiare tutto d’un fiato il ben poco sciropposo Gilles Deleuze e la sua salata citazione internettiana, scippata a un sito di ‘cultura non conforme’: “Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche.”
E Lorenzo aveva deciso di ridere.

sabato 5 gennaio 2019

BERLUSKA SKY & CHOMSKY


                BERLUSKA SKY & CHOMSKY
E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori…
Fra nove minuti il Parker-Morris Building non ci sarà più. Se hai abbastanza gelatina esplosiva e la spalmi ben bene sui pilastri delle fondamenta di una costruzione, puoi tirar giù qualsiasi palazzo al mondo.
Prima la piccola apocalisse (col botto) di Matteo 24, poi la “gelatina” (bollente) di Fight Club. Ma noi continuiamo a pettinare le bambole. Comunque, meglio le bambole di pezza che le bambole di carne – se non altro, non briffano: amo’, bacino, attimino…
Fermati attimo, sei bello! Fermiamo il tempo, non facciamoci sbranare dalla tigre che divora, ma cavalchiamo la tigre… E poi guardiamola negli occhi. E con Tricarico (quello della prima ora) cantiamo: Venite bambini, venite bambine e ditele che il mondo può essere diverso, tutto può cambiare, la vita può cambiare e può diventare come la vorrai inventare. Ditele che il sole nascerà anche d’inverno…

La stagione del freddo, del buio e delle piogge (acide). E dei rumori (di capodanno e del kaputt mundi). La grande mela bacata, Bacco e Venere inaciditi, l’acido sempre più annacquato. Quasi quasi viene nostalgia delle fumerie di oppio della Bangkok di Emmanuelle… (e del gaio – ma brut – Mario: parlo del romanzo di Emmanuelle Arsan, che, malgré tout, ha degli spunti interessanti). Insomma, se proprio dobbiamo respirare fumo, fumi (anche quelli – ‘trattati’ – dell’Ilva/ArcelorMittal) e fumisterie varie, allora meglio un fumo doc (meglio ancora – è più in ‘tiro’ – dop).

“Ti versi una bella riga sul dorso della mano. Ti porti la mano al naso e la boccetta ti sfugge e va a cadere con nauseabonda precisione nella tazza. Rimbalza una volta contro la porcellana, poi affonda con un tonfo insolente che sembra il rumore prodotto da una grossissima trota per sputare una minuscola esca finta accuratamente preparata.” (dal mio romanzo, premiato, “Gocce di pioggia a Jericoacoara”).
Da Berluska e Sky, passando per il Jay MacInerney di Le mille luci di New York, per arrivare ultima fermata? a Noam Chomsky: e qui un attimo di sospirata paresse, un ritorno doce doce a quell’attenzione per il linguaggio che, ossessiva e radicale per Heidegger, è scivolata a quella attuale, da ‘posseduti’ dal cellulare o da fantini di SUV ingrifati (“… dove ci sono le Range Rover non può esserci una gran sete di conoscenza” – così albeggia, in attesa del ‘grande meriggio’, la Grazia Verasani ‘noir’ di ‘Quo vadis, baby?’).

E poi c’è l’uomo ‘normale’: “aspirato dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dai suoi desideri, dalle sue sensazioni, dalla bistecca che mangia, dalla sigaretta che fuma, dall’amore che fa, dal bel tempo, dalla pioggia, dall’albero vicino, dalla vettura che passa...” Questo è l’uomo ‘robot’ (ne parla Gurdjieff, ma un po’ tutti ne aspiriamo qualcosa…). E che dire dei tanti pseudo-manager fuma-fuma (anche solo mamme o babbi che portano il pargoletto a scuola) che impazzano per le strade sgommando come folli su SUV ingrifati, quasi dovessero correre a chissà quale appuntamento ‘capitale’. Alla fin fine tutti stressati (e non sto parlando dello stress positivo – l’eustress – quello del primo bacio o della discesa su una pista di sci, e sei uno sciatore provetto, ma del distress: quello che ti logora la vita, ti avvelena l’anima e ti può condurre sul baratro).
Insomma, da una parte l’uomo robotico (moscio o agitato), dall’altra l’uomo comatoso. Sì, lo so, certe cose ci sono sempre state (è nella natura dell’uomo: un po’ in cielo un po’ a terra…), ma il tam tam dei mass-media – puoi avere tutto subito (dal fast food al prestito su misura, fino al fast love) e devi essere ‘così’ (tacco dodici o rasoterra, tutta-tette o filiforme, grasso è bello…) – ha creato l’era dell’ansia: un continuo mordi e fuggi alla ricerca di una soddisfazione effimera e un susseguirsi di copia-e-incolla di modelli mass-mediatici belli ma impossibili. Dall’eccesso d’informazione all’eccesso di attenzione: si è passati dall’epoca delle ‘grandi narrazioni’ a quella del gossip. Basta cliccare e hai tutto in un attimo: qui le ultime news dalla Kamchatka, lì un contatto face to face con il tuo compagno di banco affacciato su Facebook. Ottimo, pure indispensabile, ma con questo volere tutto, poco, maledetto e subito, abbiamo disimparato, non solo a fare i calcoli a mente, ma a sbrogliarcela con le minime difficoltà quotidiane. Un piccolo intoppo e… il mondo ci crolla addosso. Vediamo subito la montagna nella sua immensità: abbiamo perso la capacità di riflettere, fermarci un attimo e scomporre il problema nelle sue componenti più piccole, ognuna facilmente risolvibile, oppure aggirarlo con uno stratagemma. Allora, perché non seguire l’esempio dei cinesi? Se noi vediamo una lunga distanza nella sua interezza (il che ci spaventa), loro, da sempre, sanno che mille miglia cominciano con un solo passo.
Da Che cos’è la PNL. Come vincere ansia, fobie e dipendenze – Sovera Edizioni.

Torniamo a Chomsky, il ‘mago della parola’: per molti anni la sua fama è stata legata alle sue teorie linguistiche (che si opponevano allo strutturalismo): la ‘linguistica trasformazionale’ e la ‘grammatica generativo-trasformazionale’ – alla base anche delle teorie del linguaggio ('struttura profonda', 'struttura superficiale', 'mappe del mondo') della Programmazione NeuroLinguistica.
Poi Chomsky si è ‘allargato’ (in un certo senso, ha ‘approfondito’ il ‘senso’ del linguaggio, della langue, della parole. Anche a me accade, e sembra talvolta che mi contraddica. Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini... per dirla alla Whitman – scherzo... comunque, sono anch’io uno della setta dei poeti estinti) e si è dedicato alla stigmatizzazione dell'imperialismo statunitense e alla critica della gestione politica dell'economia e dell'informazione, diventendo una sorta di star del contro-pensiero e del pensiero antagonista, un nemico giurato del mainstream dominante, insomma un guru dell’antisistema e un rivelatore della manipolazione dell'informazione nella sue deriva più temibile: la disinformazione.
Ecco qui riassunte le dieci ‘tavole’ ‘osé’ di Noam (Chomsky – in the sky with diamonds, un po’ Orwell un po’ Huxley).

La prima norma è la "strategia della distrazione". Dice Chomsky: «Consiste nel deviare l'attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. È anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell'area della scienza, dell'economia, della psicologia».
Seconda norma è quella che potremmo definire "falso problema/risposta demagogica": «Si crea un problema, una ‘situazione' prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desidera far accettare. Ad esempio, si possono lasciar dilagar la violenza urbana e i disordini sociali, oppure creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici».
Terza norma è la gradualizzazione delle soluzioni politiche, e quindi «Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. È in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta».
Quarta norma è quella dello spostamento nel tempo: «Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come "dolorosa e necessaria", questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all'idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento».
Quinta norma è il comunicare ai cittadini come fossero bambini. «La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno».
La sesta norma è quella che definirei "patemica". «Sfruttare l'emozione – afferma Chomsky – è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette di aprire la porta d'accesso all'inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti».
La settima, è la progettazione e gestione di un'ignoranza diffusa. «La qualità dell'educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall'ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori».
E quest'ultima norma è legata a doppia mandata con l'ottava. Quella che prevede che il pubblico mediatico si convinca che «è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti. E che questi sono valori positivi e condivisibili».
La norma numero nove è quella del "senso di colpa", e quindi: «Far credere all'individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l'individuo si auto-svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l'inibizione della sua azione. E senza azione non c'è ribaltamento né rivoluzione, non c'è nessuna possibilità di cambiamento in senso democratico».
L'ultima norma, la numero dieci, è quella che possiamo definire del "doppio binario della conoscenza scientifica". Per Chomsky il vero potere consiste nel conoscere compiutamente i predicati psicobiologici del pubblico (mediante gli assoluti progressi della biologia, della neurobiologia e della psicologia applicata), e «poter confidare sul fatto che i cittadini (scientificamente analfabeti) non siano in grado di conoscere sé stessi».
Insomma, per dirla con un Nicolás Gómez Dávila quanto mai stile Fight Club:
“I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.”