domenica 11 aprile 2021

TOP GUN – Vue de Droite (parte quarta)

TOP GUN

Vue de Droite

TOP GUN

Vue de Droite

                                                  (parte quarta)

Molti si cimentano sui social a parlare di politica – non c’è più la Destra, non c’è più la Sinistra… – ma non hanno la più pallida idea di cosa siano (o fossero) veramente la Destra e la Sinistra (meglio, le Destre e le Sinistre). O perché troppo giovani (dovrebbero essere nati, preferibilmente, negli anni ’40 e ’50 – è il ’68 il turning point di tutto), o perché, pur avendo letto Evola o Lukács, non ne hanno assorbito la Stimmung (atmosfera) e la Einfühlung (si sono immedesimati in loro), e non ne hanno vissuto lo Zeitgeist (spirito del tempo). Io, invece, che il ’68 (da noi, più che altro, il ’69 e il ’70) l’ho vissuto pienamente, lacrimogeni compresi, posso parlarne a pieno titolo. E poi, lì, c’è stato l’incontro con un “uomo straordinario” (alla Gurdjieff), che – da una “terza posizione” – mi ha fatto “baciare” l’Oriente con il vero Occidente, e che, in una notte intera – avulsa dagli studi universitari –, mi ha spiegato tutto “Così parlò Zarathustra”. Ciò premesso, tratto dal mio “Gocce di pioggia a Jericoacoara” (il romanzo da “derviscio rotante”), ecco l’ultima delle quattro puntate su Vue de Droite.

    Il cimitero è la premessa della Risurrezione. Lorenzo, trovata la chiave d’accesso, travolto dagli eccessi, a rischio di ascesso (ideologico), al suono di Nietzsche e della sua diana fece brillare i coltelli e si lanciò nella mischia. Pour épater le bourgeois. E rischiò grosso, e non solo lividi da manganelli o arrossamenti da lacrimogeni.       

    Una mattina, ‘bucata’ la lezione in facoltà (e non per pasteggiare, da playboy radical chic, al Caffè delle Giubbe Rosse, o per immergersi nell’atmosfera perduta – non per lui – della rivoluzione futurista e delle intemperanze del Dino Campana entratovi per spacciare i suoi Canti orfici, e del trio Papini, Prezzolini e Soffici, perennemente impantanati tra rivoluzione, conservazione o reazione), Lorenzo s’imbucò: andò in trasferta per un incontro ‘speciale’ e, nel cuore del rendez-vous, si ritrovò circondato da un gruppuscolo di mao-mao, sbucati dal nulla. 

  Meglio delinquenti che borghesi...” Lo slargo nei pressi della Normale di Pisa, dove Lorenzo, insieme a un altro fascio, aveva preso il largo, veleggiando di teoria politica e prassi operativa col tipo ‘giusto’ (il terzo del ‘fascio’: l’ospite di riguardo), si fece improvvisamente troppo stretto. E cominciò a ‘bruciare’. Lo spirito di Jünger fremeva, quello di Lorenzo era al passo (dell’oca – comunque preferiva cavalcare la tigre).

    Franz, questo il nome di battaglia del ‘ganzo’, reduce da un ‘campo’ (non Hobbit: erano ancora in vitro) altoatesino, e quindi ben addestrato e motivato (anche nel fisico), non appena si vide circondato dai ‘rossi’ tirò fuori, senza preamboli, la pistola, minacciando di far fuoco e farli fuori. Avrebbe, poi, rivolto l’arma contro di sé – Se avanzo seguitemi! Se indietreggio uccidetemi! Se muoio vendicatemi. Il suo fare, freddo, deciso, inappellabile, vandeano, fu più che convincente. Il suo onore si chiamava fedeltà.

    Action now! La mossa fu da scacco matto. I rossi sbiancarono e se la diedero a gambe, Lorenzo rimase quasi senza. Ma ‘crebbe’. Maturò, fece il botto. Come uno spumante brut (lui per champagne e caviale andava in brodo di giuggiole). D’altronde, si sa (memento Holderlin), “la salvezza cresce dove cresce il pericolo…”    Questa, imprevista e d’abrut, la sua ‘iniziazione’. Lui era ormai un ‘uomo’, un ‘soldato nel bosco’. Un cavaliere in più nella piazza (dei Cavalieri, è Normale… uno dei tanti giochi di parole di cui già allora si dilettava). Un vero uomo, non più il giuggiolone sempre imboscato (o il bischero sempre in agguato). E i veri uomini, quelli ke se ne fregano, cantano – Men sing –: “Ce ne freghiamo! La signora Morte fa la civetta in mezzo alla battaglia, si fa baciare solo dai soldati. Sotto ragazzi, facciamole la corte, diamole un bacio sotto la mitraglia, lasciamo le altre donne agli imboscati! A noi!”

Certo che a ripensarci – questa una ricorrente riflessione postuma di Lorenzo – quel Franz assomigliava fin troppo al Gianni Nardi delle foto d’epoca! Da rimanerci di sasso…

     

    Pietra dello scandalo, angeli, draghi, fuochi fatui, salti di livello... Non solo il salto nel fascio, ma anche nel ‘cerchio’: il tuffo nell’oceano esoterico. Complici le letture cui era stato introdotto dal compagno/camerata nazi-maoista, un ossimorico room-mate dai gusti fin troppo ‘decadenti’. Rodolfo ‘il fascio’ (il suo compare nell’incontro a Pisa, quello che gli aveva presentato Franz), scortato da una sorta di mary-jane di scarto che ogni tanto gli procurava (la chiamava kif: un up-to-date haoma inebriante per trance estatiche), gli aveva aperto le porte della percezione. E anche della carne.

    “Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree…” Toltisi i pannolini bagnati, dopo un fugace e timido tentativo di scimmiottare Charles Bukowski, e non solo quello di cunt is the biggest sky of them all (ma un suo amico per la pelle – cunto de li cunti – s’imbucò per davvero e ci lasciò le penne), Lorenzo, rimasto in panne quel poco che gli avrebbe permesso di afferrare tutto del ’68 (e del successivo), uscì capovolto ma indenne dalle secche delle Sirti.

    “Vita, morte, la vita nella morte. Morte, vita, la morte nella vita. Noi col filo, col filo della vita nostra sorte filammo a questa morte.” Lorenzo amava la vita, ma non ferocemente, disperatamente. Non ci teneva proprio a fare, alla Michelstaedter, la crisalide o, come suprema trasgressione, alla Pasolini, il tuffo nella morte, il grande nulla lucente. Anche se, tra camerati, si diceva: “chi divide pane e morte non si scioglie sulla terra.”

    Non voleva essere, alla Céline, una scheggia di luce che finisce nella notte. Né come il suo compagno di appartamento (di Carrara, anarchico di marmo – allora c’era un coacervo di colori, amicizie, rivalità, con il confine tra odio e amore spesso labile –, ma pronto a sciogliersi al primo colpo), finito nel vortice della droga senza neppure tirare la catena (con quanta struggente nostalgia Lorenzo ricordava la sua voce roca e la sua chitarra stoica modulare, all’unisono, il suo autobiografico canto d’amore: Non gettarmi in pasto i tuoi sedici anni, te li divorerei…). Lui voleva essere – questa volta Michelstaedter andava bene – un ‘persuaso’: colui che non dipende dal mondo e dalle circostanze, ma solamente da se stesso. Non un essere-per-qualcuno, ma, detto senza retorica, un-essere-che-basta-per-sé, la sintesi suprema di conoscenza e azione.

    Vita, morte, la vita nella morte. Morte, vita, la morte nella vita. Sì, c’era un montante interesse per la morte negli anni Sessanta (e il suo compagno cantautore si era fatto contagiare, acidamente). “Passa la gioia, passa il dolore, accettate la vostra sorte, ogni cosa che vive muore e nessuna cosa vince la morte … spegnete l’infausta brama
che vi trae dal retto sentier.”

    Cupio dissolvi… Morte borghese, morte burina, ma anche morte ‘ariana’, nella ‘buriana’, come quella del Ce ne freghiamo! cantata da Mario Castellacci nel suo fascistissimo Men Sing (a proposito, anche Women sing: “E un cuor di donna vi farà la corte, che vi ha seguito sotto la mitraglia, un cuore che disprezza gli imboscati!”).

    Neo-scapigliatura, post-esistenzialismo, panna montata, yoghurt sempre più inacidito? Lui era nella ‘terra di mezzo’, nel Giardino dei Supplizi. Lì dove il latte s’infratta col miele. Lorenzo, kalós kaí agathós, bello e d’indole buona, non mieloso, però, né lattiginoso, amava sin troppo il mondo, ma non voleva divorarlo, né farsi sbranare da esso: voleva solo riempirlo di senso. “Voleva costringere il proprio caos a diventare forma.” E ne trasse le debite conclusioni e cambiò (non di molto) rotta (scampando alla catastrofe della ‘peggio gioventù’ post-sessantottina, quella annegata coi suoi ideali e le sue utopie).

    Novello san Paolo corsaro in viaggio verso Roma, buttò a mare la zavorra carnale (e il ‘tutto è politica’, dogma allora irrinunciabile – ma poi risalì a galla, alleggerito) e alzata la vela maestra si lasciò andare al vento dello Spirito. E volò. Volle andare, alla D’Annunzio, verso la vita. Non solo anticonformismo, radicalità e rivoluzione, ma impulso e anelito verso la trascendenza.

    “Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora nella grammatica...” Del resto, dal senso profondo di quel suo fascismo ‘idealitario’ (un po’ idealistico, un po’ elitario e, raschiando il fondo del barile, anche un po’ social-compassionevole), aveva attinto l’essenza mistica – l’orizzonte dello Spirito –, porta d’accesso alla quarta dimensione (metafisica) dell’esistenza. Ben oltre il Crepuscolo degli idoli, Lorenzo, l’’illuminista romantico’ hippy-dandy-sessantottino (un ossimoro al cubo), aveva recuperato – sia pure con affanno – l’afflato religioso alla vita. E surtout, la consapevolezza di un telos, di un destino da compiere. Il Satya Yuga era vicino…

    Un fiume in piena, Lorenzo, l’ardito, l’esoterico kalós kaí agathós (repetita iuvant) amante dell’esotico. In cerca dell’oro nel Kaly Yuga. E ne aveva trovato un filone. Da Massimo Scaligero a Julius Evola (Lorenzo: evoliano sì, ma pure – ossimoricamente evoluto – femminista), passando per Che Guevara (idolo di una certa destra radicale, non dimentichiamolo…), sino, ultima Thule, a Burne-Jones.

    Eretico ed erotico. Nietzsche, il salato, sciroppato con l’amaro Schopenhauer. E poi, dopo il latte cagliato, il salto della quaglia. Dalla lotta di classe alla latta di glassa virtualmente gettata dal pittore preraffaelita in faccia a Oscar Wilde: “Più la scienza diventa materialistica, più io dipingo gli angeli: le loro ali sono la mia protesta in favore dell’immortalità dell’anima.”

    Sì, gli angeli – perché quest’intromissione alata ora che Lorenzo nuotava come un pesce?, proprio loro, i messaggeri invisibili che danno corpo ai nostri desideri, mandati a servire gli eredi della salvezza, a portarli sul palmo della mano, perché il loro piede non inciampi in nessuna pietra.

    L’angelo necessario di Massimo Cacciari (Lorenzo aveva un debole per il filosofo delle calli, ci aveva fatto il callo), indispensabile per la realizzazione dell’uomo e per la piena comprensione di sé. Ma anche gli angeli ‘calligrafici’ di Wim Wenders, queste ali di Dio che nel film cult Il cielo sopra Berlino si fan sotto per conoscere le angosce degli uomini, che essi spiano per strada, inseguono nei negozi, rincorrono fin nelle biblioteche.

Gli angeli, queste eteree figure che aiutano l’uomo a ‘disvelare’ l’invisibile e a rendergli possibile l’accesso alle regioni (e ‘ragioni’) nascoste della Realtà. E che, con un’ala in cielo e l’altra sulla terra, amano infilarsi nelle crepe del muro divisorio tra spazio-tempo umano (chronos) e spazio-tempo oltre-umano (aion), per aiutarci a darci una mossa

 


 

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