lunedì 28 giugno 2021

GIOBBE E IL COVID (2a Parte)

GIOBBE E IL COVID

(2a Parte)

Vediamo ora qual è (o piuttosto, come lo interpretiamo) il “Dio di Giobbe”. Se il modello che sta alla base del “Dio di Giacobbe” è palese – la fede e le azioni dipendono da quello che si riceve da Dio e il rapporto uomo-Dio ruota intorno a una catena causale il libro di Giobbe si pone in palese contrasto con questa prospettiva. Il testo inizia con una questione cruciale (forse mai posta nella Bibbia con tale intensità): che valore ha una buona condotta, anche “religiosa” o spirituale, quando è motivata da interessi personali? «Che fede sarà mai quella di chi crede solo a motivo – e in funzione – di ciò che riceverà in cambio?» (cfr. Giobbe 1,9-11). È Satana a porre la questione (il satan, nel Libro di Giobbe, è un funzionario eminente della corte celeste, una sorta di P.M.) e a mettere in discussione un principio consolidato e generalmente funzionante, così almeno si ritiene, come quello del quid pro quo: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me…

Grazie... è facile per tutti essere buoni e pii se si possiede tutto ciò che si desidera, ma lascia che metta le mani sull’uomo “buono e pio” e vediamo se è davvero tale!  «Qui viene formulato il tema centrale del libro di Giobbe: come si comporterebbe Giobbe, il credente devoto in modo esemplare, se le cose gli andassero male? È un problema che, con ogni evidenza, non riguarda soltanto Giobbe, come singolo devoto; al tempo stesso, viene messa in discussione la validità di un principio basilare della tradizione sapienziale, presente anche all’interno del libro di Giobbe: il rapporto tra azione e conseguenza, tra ciò che facciamo e come ce la passiamo. Giobbe se la passa bene in quanto egli è devoto e timorato di Dio? Oppure egli è devoto e timorato di Dio in quanto se la passa bene? Vi è forse una dipendenza tra le due cose? E come dev’essere determinata? Nello sviluppo dei dialoghi, si mostrerà come l’interpretazione di questo principio sia uno dei punti capitali del conflitto che oppone Giobbe ai suoi amici.» (Rolf Rendtorff, Teologia dell’Antico Testamento, Vol. 1).

Dio, pur infinitamente superiore al satan, non si sottrae alla sfida. Certo della fedeltà di Giobbe – fondata sull’”essere” e non sull’”avere” – concede libertà d’iniziativa al suo agente provocatore: dopo l’idillio iniziale tra Dio e Giobbe, muoiono i figli di questi, il bestiame gli viene rubato, non gli resta più nulla. Ma Giobbe non rinuncia a Dio. Satana insiste e incalza: «Sì, così fan tutti… Continuano a credere e ad essere fedeli finché non li tocchi nella loro persona.» (cfr. Giobbe 2,4-5). E Dio permette anche questo (v. 6).

Giobbe, sotto attacco, mostra i primi segni di cedimento: sua moglie lo spinge ad abbandonare Dio (2:8-9): perché restare fedeli a Dio se la ricompensa è l’infelicità? Gli amici, che all’inizio condividono, forse sinceramente, il suo dolore, pian piano, ligi alla teoria retribuzionista, cominciano a criticarlo, passando, da consolatori, a suoi accusatori: Giobbe è un peccatore. È tutta colpa sua… (né di Dio, né di altri, o della società, come diremmo oggi): Giobbe deve incolpare se stesso dei suoi guai. Il peccato ha come riflesso il dolore: Giobbe si è avviato, inconsapevolmente, sulla strada degli empi e l’ira di Dio è intervenuta a giudicare e punire. Non c’è che una via di scampo: la riconciliazione con Dio attraverso una sincera conversione, perché il Dio “giusto” è anche “misericordioso”. (cfr. Giobbe 22). 

Giobbe apre un contenzioso con Dio. «Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta.» (Giobbe 30,20). Depresso, avvilito, scoraggiato, arrabbiato… contende con Dio, dopo averGli parlato, aver pregato, invocato, gridato. Per Giobbe ciò che manca è la credibilità di Dio come partner relazionale. Tuttavia, vuole continuare a mantenere la relazione con Lui. Come Giacobbe, anche Giobbe lotta con Dio con tutte le forze.

Altro che paziente, Giobbe… È impaziente, perseverante, irriducibile, sfidante: Giobbe, l’uomo in rivolta, così titola il suo saggio Roland de Pury. Nondimeno, non viene condannato da Dio: se la logica dei suoi amici e di Eliu vorrebbe un Dio che, dopo l’arringa di Giobbe (avvocato di se stesso), condannasse il ribelle, Dio invece parla al contestatore e mette a tacere i Suoi “avvocati d’ufficio”. All’inizio sfugge a questo “corpo a corpo”; non per viltà, ma perché Dio non potrà mai essere afferrato: non possiamo racchiuderlo nei nostri schemi. Dio sfugge a ogni presa, è sempre oltre e altro. Seduce – conduce a sé – e poi scompare (come Gesù sulla strada di Emmaus).

Infine, Dio riappare (ma era stato sempre presente: chiamato o non chiamato, Dio è presente…) e parla. Accetta la sfida, quasi blasfema, depone al “processo” e da accusato ri-diventa giudice supremo: Tu chi sei? Sei tu forse Dio? Sei tu il Creatore? Il deus absconditus esce finalmente allo scoperto. Alle domande, sensate o insensate, di Giobbe, Dio risponde con delle contro-domande, spiazzanti ma capaci di scuotere Giobbe dal suo torpore intellettuale e spirituale: una vera e propria psicoterapia d’assalto, tale da “scioccarlo” e “risvegliarlo”. Quella di Giobbe, passato lo shock – o proprio per effetto della “scossa” –, è una nuova nascita.

 Giobbe, anche sotto interrogatorio, rimane fedele alla Parola e «riconosce, davanti alla sfilata dei segreti cosmici della requisitoria di Dio, di non essere in grado di sondare che qualche particella microscopica, mentre Dio sa percorrerli con la sua onniscienza ed onnipotenza.» (G. Ravasi). Partendo dai lumi della ragione – la Scienza con i suoi segreti e le sue scoperte – l’uomo farà l’esperienza di Dio solo superando la ragione stessa, con un lampo d’illuminazione. Ora vede: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto.» (Giobbe 42,5). Giobbe accetta che ci sia un altro piano: «I cieli sono i cieli del SIGNORE, ma la terra l’ha data agli uomini.» (Salmo 115,16). Giobbe, arreso, sì, ma anche “guarito”. Giungiamo così allo shalom finale, il vertice dell’itinerario di Giobbe; non la soluzione di una questione umana, ma “vedere Dio coi propri occhi”: conoscerLo dal vivo, non solo per sentito dire.

Questo è l’uomo-Giobbe e questa è la storia di un uomoanzi, il prototipo della storia di un uomo qualsiasi, al di là del censo o della classe sociale – dal lieto inizio e dal lieto fine, ma con un tragico interludio. Giobbe finalmente incontra Dio a tu per tu: non più un Dio che si conosce per sentito dire, ma che si vede; così come la fede non è un’ideologia che si apprende sui libri o di cui ci s’investe per tradizione o nascita. Giobbe, ora davvero felice e “realizzato”, riprende il cammino e s’inoltra nella Storia.

In sintesi, il libro di Giobbe testimonia della necessità di un Redentore. Questo redentore, che battezza, guarisce, salva (shalom: salvezza, pace, salute, benessere e ben-essere), è Cristo. È Lui il garante della bontà di Dio, il nostro avvocato in cielo. Ed è quello di cui tutta l’umanità ha un bisogno assoluto sempre, e quanto mai ora, ai tempi del covid…

 


 

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