venerdì 3 aprile 2020

DERVISCI ROTANTI


DERVISCI ROTANTI
                               
Gocce di pioggia a Jericoacoara: questo il titolo del romanzo. Anche lui multilivello, olografico, animico. “Romanzo-rapsodia, fervido di vita e voci, di ritmi e canti e risa, dal profumo di ingenue aurore … vorticoso nel suo ritmo da derviscio tournant, vibrante di tensione e trepidazione, ossimorico nei suoi dolci contrasti, dalla scrittura vivace, geniale, estetizzante, ma tutt'altro che décadent, capace di affratellare Policleto e i Beatles. Un ‘panta rei’ entusiastico ed entusiasmante, un fluire di sapienze ed eresie, dall'oscillare inarrestabile, ebbro … una scrittura da giocoliere della parola e da funambolo della nuance.” Così lo descrive, recensendolo, la “scrittrice arya”, quella che maneggia la penna come un cultro (o una katana).
   Lost (era la mia ultima spiaggia). Fiera delle vanità o vanto della fierezza? Ricerca di senso o senso della ricerca? Spazio in cerca di forma, simbolo dietro il segno? Ai posteri l’ardua sentenza (nel frattempo, ero in languida attesa del colpo di derrière – la fortuna aiuta gli audaci; ma anche, più titanicamente, i violenti s’impadroniscono dell’Olimpo…). Ne ero comunque fiero. Vanità delle vanità. E poi, avevo voglia d’interferire…
   Voglia dinfierire. Una ferita nell’epidermide del mondo; poi… più dentro, sempre più giù, fino al nocciolo. Volevo penetrare. E non solo nel mondo. In corpore vivi. Mi sentivo investito da una missione (e sotto il vestito? Niente. Volevo correre nudo alla meta). Sì, era giunto il momento. “Sono un uomo d’oggi, Sono solo. Ma ho ancora gli dèi, al massimo Dio” (e forse anche qualche idea…). Mon Drieu! (La Rochelle – non sono solo rocchettaro, ma amom soprattutto, la scrittura, anche quella ribelle). Il tempo era ormai maturo (il tempo, questa tigre che divora…): il chronos aveva scandito il kairòs (e questo aveva battuto sul tempo l’aion). Non avevo mangiato la mela acerba e non mi sfagiolava certo la frutta andata. Aspetto la frutta di stagione… Time passes by.
   I tempi… Mesi, settimane, giorni. Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio.  Dal fiat lux al punto omega, l’alfa ne aveva fatta di strada per arrivare al traguardo (l’epilogo del romanzo). Se Jack Kerouac ci aveva messo solo tre settimane (da raccontare) per buttar giù le trecento pagine rollanti sui quaranta metri di carta da telescrivente, il mio viaggio era stato (un) mosaico. “Ho ripreso la penna ed ho cercato di rimettermi al lavoro; ne avevo fin sopra i capelli di tutte queste riflessioni sul passato, sul presente, sul mondo. Non domandavo che una cosa: che mi si lasciasse finire in pace il mio libro.” Sartre, che nausea… Ma alla fine la carovana aveva raggiunto l’oasi (e vicino c’è il Mar Morto – a quando il bosco?).
   The beat goes on. “Devo andare e non fermarmi finché non sono arrivato. Andare dove? Non lo so, ma devo  andare... Di eone in eone, il cammello si era fatto leone… Così canticchiava il mio fanciullino subliminale (“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi … ma lagrime ancora e tripudi suoi”). E mai invecchiava il pargolo, si rigenerava di aion in aion (negli abissi della mia interiorità il tempo, nelle sue varie coniugazioni, e congiunzioni, scorreva molto più velocemente che all’esterno – il mondo immaginale ha i suoi ritmi, le sue pause, le sue frenesie. E poi, cominciava a intravedersi l’eterno ritorno: Getta il tuo pane sulle acque, perché col tempo lo ritroverai).

  “Forse l’automiglioramento non è la risposta. Forse la risposta è l’autodistruzione.” Prima i libri, da leggere, poi, frutto della mia hybris, Lorenzo, da spolpare (c’era anche della pulp fiction nel romanzo – il Fight Club è alle porte). Risultato: la ballata delle prugne secche. Oppure (più vicino alla realtà): una bagatelle per un massacro. Pulsatilla… il lavoro, gli amici, la famiglia: tutto a p… Bukowski, che fine di m…! (“Agli scrittori piace soltanto la puzza dei propri stronzi…” – mi stavo adeguando alla letteratura ‘cannibale’ e dintorni). Merde d’artiste? Se non altro cercavo l’arte: nuovi sapori, nuovi colori, nuovi odori… Santacroce!
  “L’inchiostro è la mia arma. Si, violenza e lirismo, amore e rabbia, dolcezza e morte...” Sì, morte a credito. Mi sentivo in debito col mondo – che noia… volevo uccidere la noia annoiando la morte e la vita mi stava nauseando. Volevo vincere cantando più forte, ed ero rimasto senza voce. “Il bisogno di conoscermi, anzi, di dilaniarmi, mi prese con violenza.” Non potevo più nicchiare. Basta con Popper e Mary Poppins (va già meglio). Nietzsche, sulla soglia, occhieggiava con l’occhio destro. Destroy. Con l’animo a fette e sempre più fitte nell’anima (e il cervello destro che faceva da cavallo di troia alle dissennate fantasie al galoppo – nel frattempo il terzo occhio cominciava a sbattere le palpebre). Meno male che c’era lui.
   Luminol. Ero scivolato, nel buio fitto delle memorie pulp e gargoyle, su quel poco che era sopravvissuto dei miei affetti, ma Lorenzo, l’eroe del mio libro, mi aveva tirato su (e non su una cometa di polvere bianca). Eroe dei due mondi. Avevo trovato la droga per il mio spirito (mi ‘faccio’ di carta stampata). Ma non bastava, avevo bisogno di un’eroina (Nietzsche doveva, non dico andare a cuccia – lui è un ‘lupo’ –, ma almeno nicchiare un po’: di donne non ne capisce. Lui sussurra ai cavalli). Nondimeno, prima che la luce del sole mi trafiggesse, dovevo passare sul filo del rasoio di Ockham. Victoria… (l’asso nella manica del romanzo): le gocce del mio stesso sangue – la letteratura è spirito, carne e sangue – avrebbero avvelenato i miei ultimi vampiri, in & out.
   “La penna e la spada sono temporaneamente separate, ma alla fine devono unirsi in un’unica strada.” Il libro come arma e come flabello (anche, flagello), un po’ Mishima un po’ iki. “Lo slancio dell’agire-contro, la decantazione del pensare-contro e del sentire-contro attraverso il libro. Il perfezionamento di una visione del mondo completamente ‘altra’.” (Così la vestale shaolin del filosofo col martello – da lui stesso avataricamente ‘investita’, e non solo platonicamente. Lui la conosceva bene… e viceversa.) Il libro, quello delle voci arcaiche, attente all’assoluto e non alle mode, è ben più della somma delle sue parole – ma la parola è la summa del libro.
   Chiacchiera heideggherriana o parola imputtanita (un flash di Gurdjieff), minimal o gorgeous, virtù del segno o precipitato del simbolo, sgargiante, erotica, eretica, serica o graffiante, l’importante era la parola. Quanto più la parola scritta. Specie ora che scrivo libri. Sono loro la mia griffe (per il momento, un pezzo unico – e pure gratis). Il mio libro: alchimia di parole, ma anche graffi della mia esperienza di vita, loro specchio (snellente), ma anche un athanor – un forno di digestione alchemica (oltre che un avatar disceso dal cielo) – per realizzare in me l’uomo nuovo (con l’aggiunta del soffio dello Spirito e della fiamma della Passione). 
     Lo Spirito soffia dove e come vuole: ora sta soffiando su di me...

Tratto dal mio inedito Nietzsche: sneakers o tacchi a spillo?

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